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Paul Gauguin - "Il Cristo giallo" (1889)

Paul Gauguin – “Il Cristo giallo” (1889)

Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego“.

Da “La Passione – Via Crucis al Colosseo” di Mario Luzi

Ps: La forza del poeta che racconta, in un verso conciso e scalfito, l’umanità della divinità. E da lì, Dio in ogni uomo.

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Pare che il soggiorno dellutriano in Libano fosse dovuto non a latitanza, come sospettiamo noi malpensanti, ma ad affari, “per il commercio dei cedri” dichiarava pochi giorni fa il suo gemello a “La Stampa”.

Da qui nascono le riflessioni. Perché i cedri del Libano sono ammantati, nell’immaginario collettivo, da un’aura biblica, profumo di mistico e saggezza. Ripensi a Geremia 22, nel passo in cui il profeta chiede al re di Giuda: “Pensi di essere un re, perché ostenti passione per il cedro?“, condannando la pretesa di rinchiudersi con autosufficienza nel proprio benessere, senza farsi responsabili dell’essere in relazione agli altri, specie se da una posizione di potere. Solo il giusto, dicono i Salmi, “crescerà come il cedro del Libano“.

E allora il pensiero torna a chi è stato senatore, seppur controvoglia (“ Io sono politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi candidai nel 1996 per proteggermi“), e alle indagini per mafia nei suoi confronti, poi divenute accuse e processo e condanna. E vedi sempre più siderale la lontananza da quei cedri con cui giustificarsi.

Ma come dimenticare l’etimo del “latitante”? “Colui che sta nascosto” non ha forse necessità di generose fronde per “imboscarsi”?

Ps: mentre scrivevo questo pezzo arrivava un premio, il Dardos (che già occhieggia a fondo pagina…), assegnatomi dall’amica blogger marisamoles che ringrazio, soprattutto per il tipo di premio, perché “Il Premio Dardos è un riconoscimento che viene consegnato ai blogger che hanno dimostrato impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali e che dimostrano la loro creatività, che esprimono il proprio pensiero attraverso le loro letture e le loro parole.”

 

rugiada

I poeti non dormono mai. Il loro corpo gli sfugge e si lascia irretire dal sonno. Ma anche mentre dormono, forse il loro inconscio continua a lavorare, ad accumulare immagini e a preparare la poesia successiva.” – Tahar Ben Jelloun, scrittore

Ps: il rischio, dormendo, è perdere le gocce di rugiada, effimero passaggio.

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Forse da oggi cambia il significato dell’espressione “servizi sociali”.

Già, perché con la probabile assunzione agli stessi dell’ex Cavaliere più famoso d’Italia, qualcosa muta.

Intanto nell’immaginario collettivo. Fratturando ancora di più chi sta con “lui” e chi con “lui” nulla sente di spartire.

Così avremo una parte di opinione pubblica che vedrà i “servizi sociali” come possibilità per assurgere alla beatificazione in terra, e l’altra parte che li vedrà come l’anticamera di un’eterna punizione infernale.

Ed entrambe le posizioni cadranno nell’errore. Essendo sbagliato l’assunto di base. Ovvero che quell’ex Cavaliere non possa e debba essere considerato infine come un cittadino. Uguale a tutti noi nel rispetto delle regole e nell’espiazione delle colpe.

Profumo di brughiera

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Lo senti in lontananza.

E’ un profumo con note di testa.

Forse si tratta della luce, giovane, di primavera.

E la brughiera invade i tuoi occhi. Anche in centro città.

ruanda

Ricordare, unire, rinnovare”, si legge su grandi cartelloni installati agli incroci della capitale Kigali.

A vent’anni da uno dei più sanguinosi genocidi, un milione di persone massacrate, il Ruanda commemora quella terribile ecatombe con una settimana di lutto nazionale e un mese di iniziative rivolte al kwibuka, il ricordo.

Era il 6 aprile del 1994 quando fu abbattuto l’aereo con a bordo i presidenti del Ruanda, Juvenal Habyarimana, e del Burundi, Cyprien Ntaryamira, di ritorno da un vertice in Tanzania dove erano andati per tentare di trovare una soluzione agli scontri fra le etnie dell’area. Da allora gli “squadroni della morte” di etnia hutu, attuarono a colpi di machete il genocidio dei tutsi, la minoranza che però aveva in mano tutte le leve del potere.

Di quei giorni, di quegli orrori le testimonianze dei sopravvissuti, che non dimenticano: “Ancora oggi non riesco a dimenticare le scene di morte e violenza che ho visto. Ho perso molti parenti e amici in quei giorni, la mia famiglia è stata decimata.  Da allora, ogni anno, aprile è diventato il mese della tristezza e degli incubi”, racconta uno degli scampati.

E pur essendo oggi il Ruanda un Paese profondamente mutato, in aprile tornano in mente i versi di T.S.Eliot da “La terra desolata”:

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.

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Sono trascorsi 20 anni dal tragico gesto che pose fine alla giovane vita di Kurt Cobain, il simbolo del grunge. Un gesto autolesionista e definitivo che il chitarrista dei Nirvana mise in atto un mese dopo esser stato salvato da un altro tentativo suicidario.

Quasi come se, comunque, avesse drammaticamente scelto da tempo. A confermarlo le parole-ritratto della sua lettera d’addio: “Io sono troppo un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente. Pace, amore, empatia. Kurt Cobain“.

Poco bambino, molta emozione, nessuna pace. Nonostante avesse scritto il contrario.

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