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Archive for the ‘Riflessione’ Category

Il nartèce allagato della Basilica di San Marco a Venezia

Il naufragio di Venezia continua. Purtroppo.

Diverse maree eccezionali in giorni ravvicinati diventano un evento storico. E tragico. Per la fragilità di questo patrimonio artistico mondiale. Poco curato, spesso sfregiato. Grandi navi, turismo mordi e fuggi, scarsa considerazione per il valore delle “Pietre di Venezia”, come le chiamava il celebre scrittore John Ruskin.

Tre sfregi di questi giorni, tre “segni” di un’unica riflessione.

Il nartèce di San Marco allagato. Il nartèce è il corto atrio tra le navate e la facciata principale, tipico delle basiliche dei primi sei-sette secoli del Cristianesimo. Il termine deriva dal greco e significa “bastone, flagello”, simbolo di pentimento e punizione. Un “segno” fin troppo chiaro delle colpe di tutti noi. Dall’indifferenza alla ruberia.

“Il bambino naufrago”, opera murale di Bansky, ha l’acqua che gli arriva ormai alla vita, quando solitamente emerge dal canale coi piedi visibili fuori dall’acqua. Ha un giubbotto di salvataggio, per ogni evenienza, ma la nuvola rossa di un razzo segnaletico sembra gridare al mondo l’emergenza di Venezia.

Sott’acqua anche “Il bambino naufrago” di Bansky a Rio San Pantalon, nei pressi di Dorsoduro (Venezia)

C’è una libreria a Venezia, considerata una delle più belle al mondo, con una gondola piena di libri a “navigare” tra gli scaffali. Per non parlare delle vasche. Si chiama “Acqua alta”, proprio a monito dei naviganti-lettori su un fenomeno tipico della città lagunare, ma non a questi livelli. E anche questo luogo, nonostante le precauzioni , è finito sott’acqua.

Perché a questa città unica è venuta a mancare la manutenzione ordinaria, quella che va ben oltre la straordinaria fatta di faraonici progetti mai entrati in funzione. Una manutenzione quotidiana, affettuosa, necessaria.

Libreria “Acqua alta” a Venezia

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O memorie, memorie…

Intorno a coloro che sono stati… Di quanto con loro siamo stati…

Di quello che erano, di quello che con loro eravamo…

Di quello che, grazie al loro esserci stati, siamo ancora. Ora, quasi come allora.

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Da oggi “Torino Spiritualità”, con un’edizione intorno alla notte. Tempo privilegiato di silenzio e riflessione, ma anche di turbamento e mistero. E di luce per chi ama l’ombra. Come ci ricorda Erri De Luca:

“È bella di notte la città. C’è pericolo ma pure libertà. Ci girano quelli senza sonno, gli artisti, gli assassini, i giocatori, stanno aperte le osterie, le friggitorie, i caffè. Ci si saluta, ci si riconosce, tra quelli che campano di notte. Le persone si perdonano i vizi. La luce del giorno accusa, lo scuro della notte dà l’assoluzione. Escono i trasformati, uomini vestiti da donna, perché così gli dice la natura e nessuno li scoccia. Nessuno chiede conto di notte. Escono gli storpi, i ciechi, gli zoppi, che di giorno vengono respinti. È una tasca rivoltata, la notte nella città. Escono pure i cani, quelli senza casa. Aspettano la notte per cercare gli avanzi, quanti cani riescono a campare senza nessuno. Di notte la città è un paese civile.”

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Oggi ho goduto di un mare di “occhiate”.

Eleganti, ipnotiche, incantatrici. Argentee sirene del mare.

Forse per quel moltiplicarsi quasi infinito dei loro occhi sulla coda. Che rapiscono lo sguardo di chi le incontra, ammaliandolo.

E lasciandolo preda di un amplificato stordimento visivo.

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Queste, pressappoco, le poliedriche pennellate di blu che attraverso quando prendo il largo.

Sperimentando in tal modo prove salmastre d’acquarello.

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Perché il mondo, quello umano intendo, sembra aver mutato drasticamente il suo peso specifico?

Perché la leggerezza appare ormai impraticabile oltre che poco sostenibile per l’uomo?

Forse perché “leggerezza”, Calvino docet, “è planare sulle cose dall’alto“. Con effervescente e intelligente profondità.

Ps: a proposito di leggerezza, auguri speciali a Franca Valeri, “ragazza” dal passo e dal cuore leggero…

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Ondata di caldo eccezionale, da bollino nero, con afa record. Attenzione ai colpi di calore“.

La notizia meteo relativa alla “bolla africana” viene raccontata già da giorni in termini superlativi, così da provare in anticipo brividi di sudore e fastidioso disagio.

Anche i colori usati nella narrazione appartengono all’area del sole, quindi dal giallo al rosso passando per un vitaminico quanto caloroso arancione.

E se provassimo invece a visualizzare l’idea del fresco, attraverso la gamma del verde acqua e del blu oltreoceano?

Non vi sembra di stare già meglio?

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