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Archive for the ‘Attualità’ Category

Settecento anni fa, il 14 settembre 1321, si spegneva in esilio a Ravenna il Sommo Poeta, Dante Alighieri.

Ci ha lasciato in eredità lingua italiana, pensiero acuto, invenzione geniale. E molto altro, che ancora non comprendiamo nella sua interezza.

Ma anche non capire, come scrisse Giorgio Manganelli nel 1984 sul “Corriere della Sera”, è importante: “Dante è un enigmatico, e almeno una volta accettiamolo per quel che è. Ha i suoi motivi per non farsi capire subito, e qualche volta per essere assolutamente impenetrabile. È una corsa stremante tra luci e tenebre, stelle, lune, soli, misteriosi frammenti di edifici regali e sacri, con mutile, occulte scritte. Il percorso è talora nitido, geometrico; talora è paludoso, è uno strisciar tra cunicoli ed antri. Non capire è importante“.

Perché Dante ha intravisto oltre l’umano, sfiorando l’inconoscibile. Consegnando ai posteri frammenti preziosi di Azzurro. Ossia di Bellezza, che spesso ci rende muti perché quasi sempre non comprensibile.

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Furono i 102 minuti che scolvolsero il mondo e segnarono l’inizio del nuovo millennio.

11 settembre 2001, New York, World Trade Center. Mattina dal cielo terso, Manhattan già indaffarata. Come sempre. Fino ad allora.

Alle ore 8.46 un aereo, il volo American Airlines 11 con a bordo 87 persone e 5 dirottatori di Al Qaeda, “entra” come una lama nella Torre Nord del WTC tra i piani 93 e 99. Esplosione, fumo, fiamme. E sconcerto. Si pensa ad un incidente. Ma è difficile pensare alle Torri Gemelle come ad un ostacolo non visibile. In poco tempo le televisioni di tutto il mondo aprono gli occhi di ciascuno su quei grattacieli tanto famosi.

Alle ore 9.03 un secondo aereo Boing 767, il volo 175 United Airlines con 60 persone e altri 5 dirottatori, si schianta sulla Torre Sud tra i piani 77 e 85. Altra esplosione e incendio. Incredulità e orrore in diretta mondiale. “Sembrava un film”, diranno tutti. Impossibile da sembrare vero. Eppure lo era. E si capisce che si tratta di un attacco terroristico all’America. Sul suo suolo, al suo cuore. Che si scopre fragile. Il Presidente Bush in visita ad una scuola, avvertito, per qualche minuto resta completamente attonito. Intanto l’incendio nelle Torri divampa. E alcune delle persone intrappolate nei piani più alti scelgono di lasciarsi cadere nel vuoto. Chi riesce fugge da quell’inferno. Dopo aver sceso migliaia di scale e incrociando in salita i Vigili del Fuoco, veri eroi di quel terribile giorno. Immolati al proprio dovere, pur sapendo.

Alle ore 9.37 un terzo aereo dirottato, il volo American Airlines 77, con 59 persone e 5 dirottatori, finisce contro il lato ovest del Pentagono, sede del Dipartimento della Difesa in Virginia, causando il crollo della facciata ovest dell’edificio.

Alle ore 9.59 un boato e la Torre Sud del World Trade Center implode su se stessa. Al suo posto una nuvola densa di polvere che corre dietro chi corre, facendo scendere una coltre nebbiosa su Manhattan. Ma non è vapore. È fumo, cenere, detriti, diossina, amianto.

Alle ore 10.03 un quarto aereo diretto a Washington, il volo United Airlines 93 con 40 persone e 4 dirottatori, precipita in Pennsylvania, a seguito di una eroica rivolta dei passeggeri.

Alle ore 10.28 si accascia su se stessa anche la Torre Nord, sparendo per sempre dallo skyline più famoso del mondo. Al suo posto una nuvola ancora più scura e pregna e frettolosa della precedente fa scendere la notte sugli isolati adiacenti coprendo e inghiottendo quanto incontra: auto, strade, persone. Solo il silenzio sembra poter coesistere con l’Apocalisse. Ground Zero sarà il nuovo nome del luogo in cui svettavano le Torri Gemelle di New York. Un ammasso impietoso di rovine, lamiere e vite umane. Un profondo buco al centro della Terra che solo il “Memorial 9/11” gli renderà poi il giusto tributo.

Quasi tremila vittime, circa seimila feriti. Senza contare le vittime successive, dovute a polveri e trauma.

A vent’anni di distanza da quell’incubo dove siamo? La risposta sembra forse in quel cerchio chiuso proprio vent’anni dopo intorno all’Afghanistan. Tornando, purtroppo, poco più in là della casella di partenza. Quasi abituati al terrore. Inaspettato e spietato. Come un prezzo da pagare al nuovo millennio.

Steve McCurry, 11 settembre 2001, New York – World Trade Center

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Graffito dell’artista afghana Shamsia Hassani

Tutto è drammatico a Kabul.

È drammatico il bilancio degli annunciati attacchi terroristici all’aeroporto.

È drammatico il tentativo disperato di salire su uno degli ultimi aerei in uscita dall’Afghanistan.

È drammatico partire, lasciando tutto.

È drammatico restare, perdendo tutto.

È drammatico assistere ancora una volta ad un’umanità di “sommersi e salvati”.

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I talebani, senza incontrare resistenza alcuna, sono nuovamente a Kabul. Al potere, col loro oscurantismo. E l’orologio per l’Afghanistan torna indietro di vent’anni, e anche più. Perché l’Occidente, cioè tutti noi del blocco Nato, ha illuso quel Paese e i suoi abitanti che un altro modo di vivere fosse possibile. Soprattutto per le donne afghane.

Laleh Osmany e Tahmina Arian, attiviste per i diritti delle donne in Afghanistan e capofila del movimento #whereismyname, hanno lavorato per consegnare un nome e un’identità a quelle donne: “In Afghanistan c’è una tradizione che proibisce di chiamare in pubblico le donne con il loro nome, è considerato peccato. […] Il nome delle donne afghane non compare nemmeno nei loro documenti, nel certificato di nascita, nelle prescrizioni del medico, negli inviti di matrimonio, nei certificati di nascita dei bambini o anche nel certificato di morte e nella pietra del cimitero. […] D’ora in poi, i nomi delle madri verranno stampati accanto al nome dei padri”, raccontava qualche anno fa Tahmina Arian.

Finalmente per le ragazze afghane era possibile essere identificate col proprio nome (senza essere la figlia o la moglie di qualcuno), col proprio volto (senza la buia e umiliante prigione del burqa), e con un percorso di studi che aprisse alla conoscenza e al mondo, cioè alla vita.

Ora tutto si fa oscuro in Afghanistan. Ma per le donne afghane la notte scende di più. Completamente nera.

Shamsia Hassani, prima street artist donna di Kabul

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Quale singolare segno per Gino Strada, colui che era sbarcato ovunque con la sua creatura Emergency, chiudere il proprio viaggio terreno nel luogo dello Sbarco per antonomasia, la Normandia, che fu mano tesa all’Europa occupata.

E anche da Emergency mano tesa con cure mediche e chirurgiche gratuite per tutti. Buoni, presunti buoni, cattivi e presunti cattivi. Senza distinzione. Quasi 11 milioni di persone assistite. Un numero imponente. Che è potuto essere per la visione chiara di Gino Strada su cosa poteva essere e significare Emergency per quei luoghi del mondo in attesa di uno “sbarco alleato” di cura.

Eppure ciò che più fa riflettere del percorso di questo uomo è la generosità di sé, in modo incondizionato, verso quel fine, cioè rimarginare ferite nei luoghi di guerra. Ovvero, donare il proprio tempo di vita agli altri. Che è qualcosa di più altruistico e intimo e coraggioso della pur nobile filantropia. Ma come diceva Gino Strada, “curare i feriti non è né generoso né misericordioso, é semplicemente giusto. Lo si deve fare”.

Difficile pensarci senza quella potente visione del mondo di Gino Strada. Senza guerre, in pacifica convivenza tutti, ovunque, ricucendo ferite, se e dove sono. Sarà anche più arduo il procedere senza la sua voce forte, di richiamo all’indifferenza. Il mondo non può che essere grato del passaggio di tali uomini.

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Sembra tutto un sogno. Incredibile, epico, meraviglioso. Gli aggettivi si ripetono, ma non sembrano essere mai sufficienti.

Siamo nella Storia. Con risultati incredibili, soprattutto nell’atletica. E dopo il già mitico primo agosto con i due ori di chi va più veloce, Jacobs, e di chi salta più in alto, Tamberi, oggi sei agosto altri tre splendidi ori: la regale marcia 20 km, sia maschile con Stano che femminile con Palmisano, e una magica staffetta 4×100 maschile con Patta, Jacobs, Desalu e Tortu.

Impresa storica, con risultati da incorniciare. Che ci fanno volare nel medagliere olimpico, come non fu mai. Onori ai protagonisti, tutti, anche a quelli di altre specialità e altri metalli vinti, nonché gratitudine per le emozioni regalate.

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Strane Olimpiadi quelle della trentaduesima edizione. A partire dalla data-brand, “Tokyo 2020”, nonostante si svolgano nel 2021. Quasi un refuso. Una gara sì, ma col Tempo.

Peraltro è la prima volta in cui le Olimpiadi sono rimandate ma non cancellate, come successe invece durante i conflitti mondiali. Seppur per le Olimpiadi di Anversa 1920, in Belgio, si andò vicino alla situazione odierna, e proprio per una pandemia, all’epoca la “spagnola”. Corsi e ricorsi storici.

Altra novità, non c’è pubblico. Per ovvie misure anti-contagio (sebbene le partite degli Europei di calcio…). Chissà se e quanto influirà sulle prestazioni sportive il silenzio dagli spalti. Forse ne studieranno i sociologi del futuro.

Che dire poi dei numeri? L’attenzione non sarà volta solo al pallottiere delle medaglie, ma, ahinoi, anche a quello dei contagi.

Però, come ci ha insegnato Pierre de Coubertin, “l’importante non è vincere ma partecipare“. E forse per questa strana Olimpiade sarà ancora più vero.

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La Fiducia è un sentimento di sicurezza per qualcuno, tale da porsi “nelle sue mani”. È quanto fa Fiammetta, la figlia di Paolo Borsellino nella foto. Che è poi quanto si fa coi propri genitori se si è stati bambini fortunati.

Poi c’è la Fiducia nelle istituzioni, per cui alcuni uomini la rappresentano, credendo nelle istituzioni stesse, giungendo persino a sacrificare la propria vita.

Un audio inedito del giudice è stato da poco ritrovato negli archivi dell’Istituto siciliano di studi politici ed economici, una registrazione di un suo discorso tenuto a Palermo in municipio nel gennaio 1989. Una lucida analisi della Sicilia di quegli anni, di poco precedenti a quella terribile ecatombe, umana e civile, che furono la strage di Capaci e quella di via D’Amelio.

E Paolo Borsellino in tale audio insiste sulla parola “fiducia” legata allo Stato: “Fiducia nello Stato significa anche fiducia in un’efficiente amministrazione della giustizia sia penale, sia soprattutto civile”. In modo da evitare che, continuava, “si perpetui e consolidi il ricorso a un sistema alternativo criminale di risoluzione delle controversie”.

E diventano parole guida ancora per l’oggi, per quel sistema giustizia che arranca, minando la fiducia, appunto, del cittadino nello Stato.

Ecco perché a quel 19 luglio 1992 va sempre tributato un ricordo, umano e civile. Perché in quella via di Palermo trovarono un’orrenda fine un giudice e cinque agenti che rappresentavano la Fiducia nello Stato, credendoci profondamente.

Ps: oggi ricorre anche il ventennale del G8 di Genova, che rievoca altre pagine tragiche e oscure del nostro Paese, con i violenti scontri di piazza e la morte di Carlo Giuliani, nonché gli abusi (quando non torture) della polizia alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. A proposito di quella Fiducia…

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La devastante alluvione di Germania-Belgio-Olanda racconta di un paesaggio scardinato. Uscito cioè dai cardini precedenti. Non di natura, bensì quelli decisi dall’Uomo. Per cui il corso di un fiume è stato deviato e reso ruscello per dare spazio ad una miniera a cielo aperto. E le dighe imperversano sulle mappe come le armate a Risiko, senza tener conto che ora l’acqua giunge improvvisa e torrenziale per il riscaldamento globale.

Bilancio? Il paesaggio geografico si riprende con furia i suoi antichi spazi, e il paesaggio umano conta purtroppo e ancora una volta le sue vittime.

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Non succede, ma se succede… “. E alla fine è successo. Verbo, ma anche sostantivo.

Il calcio azzurro è sul tetto d’Europa, entrando così nella Storia. Non accadeva infatti da 53 anni. E l’11 luglio torna magico per l’Italia, dopo quel mitico 11 luglio 1982 in cui fummo “Campioni del mondo”.

Dopo 120 minuti combattuti con cuore, fisico e tenacia, il tifo contro di quasi tutto lo stadio di Wembley, e dei rigori al cardiopalma, ci siamo aggiudicati meritatamente la coppa che l’Inghilterra pensava già di consegnare alla Regina Elisabetta.

Peccato la scarsa sportività degli inglesi tutti. Quelli sugli spalti ad andarsene prima della premiazione, quelli in campo a togliersi subito dal collo la medaglia di secondi classificati.

E dire che Boris Johnson, nei giorni precedenti l’incontro, aveva trasformato Downing Street in un pub, per poter festeggiare. Promettendo anche di proclamare una giornata di festa nazionale per la vittoria. Dimostrando così di non aver ricordato la lezione del mitico Trapattoni, “non dire gatto se non l’hai nel sacco“.

Erano proprio convinti gli inglesi di aver già vinto, prima ancora di cominciare la partita. E dopo il gol segnato a due minuti dall’inizio si vedevano ormai con la Coppa in casa. “It’s coming home”, continuavano infatti a gridarci da giorni gli inglesi. E invece la sorte ha voluto altro, e noi oggi possiamo dire “It’s coming Rome”. Con la parola “Brexit” nel sottotitolo.

Il gruppo, nella sua interezza, è stato la chiave di volta del successo azzurro. Con un Donnarumma uomo volante, Bonucci e Chiellini gemelli diversi ma difensori sintonici, Chiesa, Insigne, Jorginho, Verratti e tutti gli altri a crederci fino alla fine. E l’umile e visionario Mancini. E il suo amico di sempre Vialli.

Bravi ragazzi, avete reso magica e reale una notte italiana di mezza estate. Andando oltre il sogno. Grazie.

Ps: Nella giornata un altro italiano, Matteo Berrettini, si è fatto onore. Nella finale di Wimbledon ha infatti tenuto testa a lungo a Djokovic, già leggenda (Slam numero 20). Ma il serbo, si sa, è un marziano, mentre Matteo è ancora un terrestre con le emozioni di noi tutti.

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