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Archive for the ‘Attualità’ Category

Terremoto di Ischia, 28 luglio 1883

È diventato un modo di dire, “è successa una casamìcciola”. Per raccontare una grande confusione, un disastro. Quello che fece più di duemila vittime in seguito al terremoto ischitano del 28 luglio 1883.

Fra i sopravvissuti, per ore sotto le macerie, il diciassettenne Benedetto Croce in vacanza sull’isola di Ischia, dove perse i genitori e la sorella.

“Rinvenni a notte alta – scrisse poi il filosofo nel Contributo alla critica di me stesso del 1915 – e mi trovai sepolto fino al collo, e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò ch’era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi dopo un poco, e restai calmo, come accade nelle grandi disgrazie. Chiamai al soccorso per me e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano; malgrado ogni sforzo, non riuscii da me solo a districarmi. Verso la mattina (ma più tardi), fui cavato fuori, se ben ricordo, da due soldati e steso su una barella all’aperto. Lo stordimento della sventura domestica che mi aveva colpito, lo stato morboso del mio organismo che non pativa di alcuna malattia determinata e sembrava patir di tutte, la mancanza di chiarezza su me stesso e sulla via da percorrere, gl’incerti concetti sui fini e sul significato del vivere, e le altre congiunte ansie giovanili, mi toglievano ogni lietezza di speranza e m’inchinavano a considerarmi avvizzito prima di fiorire, vecchio prima che giovane.”

Quel male di vivere di cui siamo spossatamente pregni.

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Ancora una passeggiata famosa, in un pomeriggio d’estate.

Nizza torna prepotentemente in mente, con la sua promenade violata dagli uomini del terrore.

Questa volta è Barcellona e le sue note Ramblas, vicino a Plaza Catalunya e al colorato mercato della Boqueria.

Luoghi turistici, simboli che fanno eco. Ora ferite aperte. Con un pesante carico di vittime. Inconsapevoli, nel loro passeggiare, di essere attori in un teatro di guerra.

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Dustin Hoffman compie 80 anni. Possibile?

Già. Ma lo stupore scaturisce forse da quella sua faccia un po’ così, con quell’espressività senza tempo che gli ha permesso di spaziare in ruoli tra loro diversi: da “Il laureato” giovane e impacciato a “Rain man” autistico e sensibile, dal padre divorziato di “Kramer contro Kramer” al giovane cronista di “Tutti gli uomini del presidente”, da “Il maratoneta” perseguitato Babe al travestito di scena “Tootsie”. Sempre diverso, sempre eccelso.

Due Oscar, molteplici nomination, 84 film in 50 anni di carriera. E un talento che lo ha posto fin da subito tra i grandi di Hollywood. Ma senza doversi preoccupare della bellezza, come ha ricordato lui stesso: “Non ho mai dato molta importanza al mio aspetto fisico non essendo mai stato un adone. Un peso di meno e una grana in meno. I belli si dannano per rimanere tali, e finiscono spesso assai infelici.”

In effetti, guardando il suo volto, noti innanzitutto l’espressione ironica. Come se il tempo lo avesse solo sfiorato, regalandogli serenità e saggezza.

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Oltre ad essere uno scrittore da Pulitzer, con la capacità rabdomantica di cogliere la fragilità del sogno americano, Sam Shepard era anche un bravo attore. Uno di quelli, rari, che danno luce a chi gli recita intorno, sottraendosi pur essendoci.

Per questo Sam Shepard mi piaceva. Mi restituiva l’idea di un uomo per bene, sensibile, bello davvero. Forse anche in virtù dei suoi conflitti interiori, a cui cercava di venire a patti senza le esternalizzazioni, quelle attorali davvero, del nostro consumato tempo.

E lo faceva, oltre che con segni grafici di indubbio valore, anche con gesti semplici di umano valore.

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Jeanne Moreau. Bella, libera, sensuale.

“Le tourbillon”, come cantava lei stessa in quel film capolavoro di François Truffaut, “Jules e Jim”, che la consacrò icona della Nouvelle Vague. 

Ma anche icona di stile, femminilità, capacità interpretativa. Con una luce argentina nello sguardo, a conferma di un autentico sorriso interno, che andava ben oltre quello pubblico.

Ci restano i suoi ruoli, indimenticabili. E la sua Catherine, contesa-amata da Jules e Jim, che ha tratteggiato un nuovo modello di donna. Ribelle, appassionata, fiera. Quella sua felice corsa sul ponte, travestita da uomo, inseguita dai suoi uomini, regala ogni volta buona energia per il cuore.

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Ricordo come allora l’atmosfera di quel giorno. Atmosfera strana, lenta, irreale. Quasi di attesa. Con una luce fredda, lunare. Come se qualcosa di alieno stesse per visitare la nostra quotidianità.

E in quell’afoso pomeriggio di luglio qualcosa di impensabile avvenne. Dopo 57 giorni dalla strage di Capaci si perpetrava un’altra strage, in Via D’Amelio a Palermo. Dopo il giudice Falcone e la sua scorta la mafia uccideva il giudice Borsellino e i suoi uomini. E donne. Morì infatti anche Emanuela Loi, prima donna poliziotto ad essere uccisa in servizio.

In due mesi il nostro Paese perdeva due dei suoi patrimoni migliori, in termini umani e professionali. Fu fatto tutto il possibile per evitare quegli efferati eccidi? Perché i due magistrati furono lasciati soli? E perché Paolo Borsellino dopo l’omicidio del suo amico-collega Giovanni Falcone continuava a ripetere “Adesso tocca a me”? Cosa sapeva che era bene non si sapesse? E perché la sua famosa “agenda rossa” sparì? E perché tanti depistaggi? E perché la verità sembra sempre altrove e di là da venire? Anche dopo 25 anni?

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Avrebbe oggi compiuto 100 anni la Nanda, come veniva affettuosamente chiamata dai suoi amici la scrittrice Fernanda Pivano.

Con le sue memorabili traduzioni ha portato la scrittura americana in Italia, da Hemingway a Whitman, fino alla Beat Generation con Kerouac. E la “sua” Spoon River fu spunto creativo per Fabrizio De André alla composizione dell’album “Non al denaro, non all’amore né al cielo”.

Uno sguardo oltreoceano, quello di Nanda. Rivolto sempre ai giovani. Con intuizioni anche predittive. Come quando, già vent’anni fa, disse: “I giovani di oggi hanno bisogno di un blue print, che qualcuno dica loro cosa fare, perché oggi le situazioni politiche sono così drammatiche, le situazioni sociali sono così perverse che non sanno che cosa pensare, che cosa fare.”

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