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Con il Presidente israeliano Shimon Peres se ne va l’ultimo, dopo Rabin e Arafat, dei tre fautori degli accordi di Oslo per la pace in Medio Oriente.

E dire che Peres nasceva politicamente “falco”, pur mutando poi rotta trasformandosi in “colomba”. Fino a vincere il Nobel per la Pace.

La sua mission consisteva in quel disegno, di Pace, per cui sognava-progettava-costruiva. Un’autentica lotta, come spiegò nel suo libro di memorie “Battling for peace“. Una lotta con “armi” in cui credeva profondamente: cooperazione economica, compromesso territoriale, dialogo continuo.

E la visione di un “edificio” che poteva prendere forma. Con inaspettate, perché scartate, pietre d’angolo.

Come solo nel pensiero ostinato di un costruttore di pace.

Essere (prede) nella Rete

Sembra ormai imprescindibile dal nostro tempo non solo la Rete ma anche l’esserne prede. A volte in modo viralmente mortale. Senza più vie di fuga.

Senza quella “maglia rotta nella rete” a permetterci la libertà. O anche solo una sua pallida idea.

Tra le rovine di Aleppo

Ho viaggiato molto, e lontano / accompagnato da amici, a volte. / Ho visto cose strane / ed ho affrontato atrocità. / Sono sceso solo sotto terra / cercando la compagnia di Dio.

Epitaffio sulla tomba del Viaggiatore Ali ibn Bakr al-Harawi ad Aleppo, patrimonio dell’umanità.

Ora sfregiata senza fine dall’umano.

Parole come shapulana e katogo in questi giorni a Torino sono “pane quotidiano”. Merito di “Terra Madre-Salone del Gusto”, la rassegna internazionale dedicata alla cultura del cibo.

Mercati, orti, presidi, prodotti, artigiani, storie, cucine. Ad invadere tutta la città, con settemila contadini, pastori, pescatori e cuochi provenienti da ogni latitudine. E una filosofia condivisa, quella di Slow Food, per cui “mangiare è un atto agricolo e produrre è un atto gastronomico”.

“Voler bene alla terra” il tema di questa edizione, per ricordare l’attenzione affettuosa che da umani dobbiamo al nostro pianeta. Risorsa di tutti. Da proteggere con cura da parte di ciascuno.

Il 19 settembre 1996 usciva un album che avrebbe fatto parlare a lungo di sé. Per le tematiche affrontate, per le lingue usate, per la ricerca sonora che si apriva a rotte mediterraneo-balcaniche e sudamericane.

Talmente avanti allora da poterlo comprendere appieno, e ancora non del tutto, solo ora. A vent’anni di distanza.

E così Fabrizio De André sceglie il racconto delle “anime salve”, gli “spiriti solitari” liberi per scelta, facendo un elogio della solitudine: “quando si può rimanere soli con se stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.

E così Faber ci regala ritmi e storie, costringendoci a “guardare” intorno, a respirare il mondo. Tutto: dalla transessuale brasiliana Fernandinho che diventa un’autentica Prinçesa correndo “all’incanto dei desideri“, al popolo Rom Khorakhané con il loro culto di assoluta libertà che li fa “essere vento“. Con le donne e i loro voli, come Nina sull’altalena o come una colomba, Â cúmba, la ragazza che lascia il nido per sposarsi. Un atto d’amore per le minoranze, una Smisurata preghiera per invocare la salvezza di chi sta al margine “col suo marchio speciale di speciale disperazione“. Quelli al confine, che “dopo tanto sbandare è appena giusto che Fortuna li aiuti come una svista, come un’anomalia, come una distrazione, come un dovere“.

Possiamo non pensare Fabrizio De André un Poeta?

Addio, Presidente Ciampi

“Viva la Repubblica, viva l’Unione Europea, viva l’Italia”.

Nelle parole conclusive del suo primo discorso da Presidente della Repubblica si rendevano evidenti i valori di riferimento di Carlo Azeglio Ciampi. Dall’adesione alla Resistenza alla fedeltà alla Costituzione, guidando l’ingresso del nostro Paese nella moneta unica europea.

Un uomo delle istituzioni, con un alto senso dello Stato. Ma anche un Capo di Stato molto popolare, il Presidente dell’orgoglio italiano. Che ha ridato importanza al valore della patria, nei simboli e nei contenuti.

Ha spronato il popolo italiano a ricordare il valore delle proprie radici, con lo sguardo però rivolto al futuro. Infatti spesso, rivolgendosi ai giovani, li esortava dicendo loro: “Ora tocca a voi”.

Che il suo vivere come un dovere, “una missione” diceva lui, gli incarichi conferiti possa essere d’esempio in un tempo tanto scarso. Per etica e impegno.

Troppo facile. Davvero troppo facile adesso, a dieci anni dalla sua scomparsa, dire che le parole di Oriana Fallaci dopo l’11 settembre non erano poi così visionarie e fuori misura.

All’epoca la sua “Rabbia” e il suo “Orgoglio” apparirono politicamente scorretti. Quegli attacchi verbali, ad un Islam fagocitante coi suoi pensieri e modalità il resto del mondo, fecero il vuoto intorno a lei. Che fu, come sempre, intellettualmente onesta nell’affermare che non parlava più la giornalista ma “lo scrittore”. Quindi non solo fatti, ma anche tentativo di vedere oltre il momento contingente.

E adesso file di ex detrattori della Fallaci si ascrivono ai suoi spazi mentali. Troppo facile adesso.

PS: curioso che il “numero di uscita” dell’Oriana dalla vita terrena, il 15 settembre, sia tanto incredibilmente vicino al giorno oscuro di Ground Zero.