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La fine drammatica di Giulio Regeni, ricercatore italiano brutalmente pestato e ucciso nell’Egitto di al-Sisi, ricorda in modo incredibilmente inquietante quella di Monteiro Rossi nel Portogallo di Salazar narrato in “Sostiene Pereira”.

Alcune citazioni dal libro di Antonio Tabucchi in omaggio a Giulio Regeni e alla sua coraggiosa ricerca intorno alla giustizia e alla verità.

  • “Il paese taceva, non poteva fare altro che tacere, e intanto la gente moriva e la polizia la faceva da padrona.”
  • “Monteiro Rossi è il mio praticante, il ragazzo che mi scrive gli articoli che non posso pubblicare.”
  • “I due tangheri sembravano nervosi e avevano un’aria affannata. Il giovanotto non voleva parlare, dissero, gli abbiamo dato una lezione, abbiamo usato le maniere forti, forse è meglio filarcela.”
  • “Pereira si sedette davanti alla macchina per scrivere. Scrisse come titolo: Assassinato un giornalista. Sarebbe bene che le autorità indagassero su questo turpe avvenimento. Monteiro Rossi è stato pestato a sangue, e dei colpi, inferti con il manganello, o con il calcio della pistola, gli avevano fracassato il cranio. Invitiamo le autorità competenti a vigilare attentamente su questi episodi di violenza che alla loro ombra, e forse con la complicità di qualcuno, vengono perpetrati oggi in Portogallo.”

volatilità amore

Mi sono avvicinata a questo libro per il titolo, “La volatilità dell’amore“. Un colpo di fulmine. Amore a prima vista.

Come quello della storia stessa, narrato con maestria da Uwe Timm. Scrittore tedesco che a sua volta ha vissuto quell’innamoramento improvviso che sovverte vite e mondo.

Gli attanti sono quattro, due coppie ben assortite singolarmente che vanno però a riassortirsi incontrandosi. Esattamente come gli elementi chimici, insegnava il Goethe de “Le Affinità elettive“.

Sono poi le conseguenze dell’amore a sparigliare le carte. Ricordandoci che ciascuno reagisce a modo suo alla fine delle cose. Chi fuggendo, chi ritirandosi, chi ricominciando, chi mantenendo la trama esile delle relazioni.

Con un monito per tutti. Quanto afferma lo scrittore stesso: “Ci si illude di poter calcolare l’affinità, di poter trovare qualcuno per algoritmi. Ma ci si innamora per odori, un dettaglio del sorriso, qualcosa di impossibile da prevedere.

Claude Monet - "La Pie" (1869)

Claude Monet – “La Pie” (1869)

Il mio Monet preferito è quello d’acqua dolce, pozza verde-blu di ninfee e calma interiore. Il Claude Monet del suo jardin a Giverny. Con le persone fuori dalla tela.

Perciò alla mostra torinese (peraltro tutta francese visti i prestiti del Musée d’Orsay) ho dovuto “accontentarmi” del Monet acqua salata, quello del mare/vele/riflessi ad Argenteuil. Quel Monet che, con pennellate all’apparenza scomposte, ti fa respirare e vibrare il suo “en plein air“.

Ma è un quadro senz’acqua, o meglio non in forma liquida, a lasciarmi sempre senza fiato. “La pie“, la gazza sulla neve che dalla staccionata sembra attendere lo spettatore, per poi guardarlo allontanarsi mentre lascia le sue impronte nel bianco.

Questo capolavoro presente alla mostra, con la sua gamma sfumata di rosa e azzurri a raccontare la luce della neve, invita chi osserva ad entrare in quel paesaggio di silenzio. E per una frazione di tempo eterno, mentre osservi diventi parte del dipinto. Con un effetto di magico incantamento.

Ps: Nota dolente della mostra la confusione e gli spazi ristretti per opere che necessitano “aria”, “plein air“. E’ lo stesso artista a dichiarare: “Gli altri pittori dipingono un ponte, una casa, un battello. Io voglio dipingere l’aria, la bellezza dell’aria in cui si trovano il ponte, la casa, il battello.

merlo

Un tempo, non troppo lontano, questi erano i giorni più freddi dell’anno.

Ora protagonista unico è, ancora e sempre, l’Anticiclone, con cui cieli plumbei e neve sono solo un ricordo.

Così i “Giorni della Merla” rischiano di diventare i “Giorni della Rondine”.

E se è vero che “una rondine non fa primavera”, è ormai attestato che la “merla” non è più segno d’ inverno.

statue

Bizzarra e inspiegabile la scelta del protocollo di Palazzo Chigi di coprire le statue dei Musei Capitolini in occasione della visita di Stato del Presidente iraniano Hassan Rohani.

Si è detto per non offendere la sensibilità iraniana. E che dire di quella non solo italiana ma dell’umanità intera nei confronti del nascondimento di capolavori dell’arte universale?

Se la Grande Bellezza va nascosta anche nei Paesi Democratici, oltre che distrutta in altri per barbare “ideologie”, allora un nuovo evo oscurantista è davvero cominciato. Un Medioevo non solo amante del buio ma anche del brutto.

Con una sottrazione di estetica che entra nel territorio dell’etica.

Statua della "donna conforto" - Seul, Ambasciata giapponese

Statua della “donna conforto” – Seul, Ambasciata giapponese

Prima e durante la Seconda Guerra Mondiale decine di migliaia di ragazze coreane, e non solo, venivano rapite e costrette a prostituirsi per le forze armate nipponiche. Erano chiamate “donne conforto”.

Solo ora il Giappone riconosce il danno arrecato a migliaia di ragazze. Ora che non più di una cinquantina di loro sono ancora vive, a raccontare di quegli orrori, dal rapimento agli stupri continui perpetrati dai soldati al fronte.

L’accordo tra i governi di Giappone e Corea del Sud ha però portata storica perché Tokyo ha annunciato lo stanziamento di un miliardo di yen per un fondo che garantisca il “maggior benessere possibile” alle sopravvissute.

Ma il ricordo a monito dei crimini contro l’umanità va preservato e tramandato nei passaggi di generazione. Per evitare strategiche perdite di memoria.

"Monumento ad Auschwitz" di Marcello Mascherini (1958) - Risiera di San Sabba, Trieste

“Monumento ad Auschwitz” di Marcello Mascherini (1958) – Risiera di San Sabba, Trieste

Risiera di San Sabba a Trieste.

Unico forno crematorio italiano.

Vi furono eliminati migliaia di partigiani, antifascisti, ebrei.

Oggi la Risiera è un museo.

Per ricordare che è stato.

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