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Era l’ultimo dei grandi editori solitari.

Pubblicò “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini e “Quer pasticciaccio brutto di via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, ma anche Mario Soldati e Paolo Volponi. Ha scoperto Ferdinando Camon e ha pubblicato, nella collana verde di Poesia, autori come Mario Luzi, Giorgio Caproni e Attilio Bertolucci. E le Garzantine occhieggiano da molte delle nostre librerie.

Livio Garzanti ha avuto intuito e amore per il suo lavoro. O meglio, mestiere. Quello dell’editore artigiano. Sempre più lontano.

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Che il regista Alejandro González Iñárritu, Oscar 2015, sia un talento è ormai evidente. Ogni sua pellicola, da “21 grammi” a “Babel“, è una geniale riflessione su tematiche spesso di rottura. Questa volta il suo vittorioso “Birdman” presenta tali e tanti piani-sequenza da diventare film sui generis. Lo stesso Iñárritu ha detto che con il piano sequenza voleva dare allo spettatore l’impressione di una “realtà da cui non si può sfuggire, perché viviamo le nostre vite senza la possibilità di fare un montaggio”. Forse per questo motivo Hollywood, premiandolo, ha voluto celebrare se stessa, nella sua capacità di “mettere in scena” la vita.

Imbarazzante invece l’amnesia dell’Academy su Francesco Rosi, non ricordato tra i grandi del cinema che ci hanno lasciato nell’ultimo anno. Che tale mancanza sia da imputarsi ai suoi film-inchiesta, tanto lontani dai voli pindarici di “Birdman“?

Un leggero vento italiano è comunque soffiato sugli Oscar 2015, con la statuetta vinta dalla ormai mitica (ha vinto quattro Oscar!) costumista torinese Milena Canonero per i costumi dell’onirico “Grand Budapest Hotel“.

Meritatissime le due statuette interpretative, entrambe intorno alla malattia, Julianne Moore che ha raccontato la lotta tra perdita di memoria e forza di volontà in “Still Alice” e  Eddie Redmayne che nel biopic “La teoria del tutto” rende sfaccettato e parlante lo sguardo del fisico affetto da SLA Stephen Hawking.

Mia personale menzione al film “Boyhood“, che delle sei nominations ne trasforma in premio solo una (a Patricia Arquette), ma che resta un autentico esperimento cinematografico. Contravvenendo alle regole filmiche, racconta infatti 10 anni corrispondenti al tempo in cui è stato girato il film, tempo di esistenza di un bambino dagli 8 ai 19 anni reali. Tentando così di mostrare la vita umana nel suo svolgersi. Scardinando le categorie filmiche. E forse anche esistenziali.

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Una vita dedicata al teatro quella di Luca Ronconi: “Ho imparato a conoscere il mondo attraverso il teatro. Da adolescente ero completamente chiuso su me stesso. Poi facendo il regista, non l’attore, ho imparato a conoscere gli altri e me stesso“.

E con le sue regie ha rivoluzionato la storia del teatro, a partire dall’innovativa messa in scena, definita “spettacolo-festa”, dell’ Orlando Furioso di Ludovico Ariosto adattato da Edoardo Sanguineti. Uno spettacolo immaginifico, con gli attori a recitare in contemporanea in spazi diversi spostandosi su enormi oggetti e carrelli scenici.

E che dire intorno al gioco temporale sperimentato su una delle “sue” attrici, Mariangela Melato, che fece invecchiare di centotrent’anni ne L’Affare Makropoulos, per poi ringiovanirla a sei anni di età in Maisie?

Sperimentazione sempre, anche da Direttore di Teatri Stabili, da quello di Torino (per Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus l’azione scenica ha occupato tutto lo spazio dell’ex-fabbrica Lingotto) a quello di Roma, fino al Piccolo Teatro di Milano. Creatore di spettacoli, istruttore di attori, scardinatore dei linguaggi di scena. Una continua “anomalia” come si definiva lui stesso: “So benissimo di essere un’anomalia, anche come regista. Se c’è stato qualcuno sempre pronto a disconoscere quello che aveva appena fatto sono proprio io. Questo non è solamente bizzarria o insofferenza… Quello che posso fare è cercare di mantenere viva la curiosità per quello che succede intorno, per ciò che è necessario”.

Che è poi la ricerca di senso di questi nostri tempi. A cui Luca Ronconi riusciva a dare forma. Innovativa e profonda.

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Assunto: il Nobel per la Pace viene assegnato a chi ha dimostrato propensione chiara ed evidente, con dichiarazioni e comportamenti, nel lavorare ai fini della Pace.

Problema: può convivere tale Premio con la volontà di usare armi?

Domanda: perché il Presidente americano Barack Obama, detentore del Premio Nobel per la Pace 2009 (sob!), la scorsa settimana ha dichiarato che l’America era pronta ad armare Kiev nel conflitto contro la Russia?

Soluzione: i tentativi diplomatici odorano di antico. Perché è universalmente risaputo che per cercare di evitare un’escalation in una guerra è utile armare la parte più debole come una santa Barbara. Di modo da rendere i due contendenti pari nelle armi. Non avendo così più motivi per evitare il conflitto. Parola di Premio Nobel per la Pace.

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Lo scorso maggio Le Poste Italiane avevano persino emesso un francobollo per il cinquantenario della crema cioccolato spalmabile più conosciuta al mondo, la Nutella. Che continua a consolarci nel nostro reale immaginario, come faceva con Nanni Moretti nel film “Bianca“.

Nutella, un nome, un successo. Ma con tanti altri “fratelli”, dall’ovetto Kinder alle mitiche TicTac, dal Mon Chéri alll’Estathè, dal Tronky al Ferrero Rocher. Appunto, Ferrero. Michele Ferrero, il “papà” di tanti prodotti dolciari italiani, nati da una pasticceria di Alba trasformata in multinazionale per la sua capacità e lungimiranza. Un imprenditore italiano Doc.

La sua formula? “Pensare diverso dagli altri“, quando il cioccolato era solido renderlo cremoso. E buono. E in questo modo, famoso. Ma senza perdere di vista un modello di fabbrica anche sociale. Diventando un simbolo del made in Italy. Autenticamente “buono”, per gusto ed etica.

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E se autentica audacia fosse, almeno per un giorno, il Martedì “grasso”, non indossare la solita “maschera”?

Restando infine “nudi”, soprattutto i “Re”?

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Il 65° Festival di Sanremo ha spiccato “Il Volo” per ascolti, da record, e per i vincitori, annunciatissimi e bravissimi.

La parola “amore” sembra aver vinto su tutto. Autore Orazio, o forse Conti. Sapendo che la settimana festivaliera cadeva in quel di San Valentino, ha preparato tutto col “cuore”. E intorno alla rima baciata, appunto, con l’amore.

Non solo i testi viaggiavano quasi tutti sui binari sentimentali, ma anche le storie raccontate sul palco dagli invitati famosi e non declinavano invariabilmente intorno al cuore.

E così il titolo del vincitore non poteva che essere “Grande amore”. I tre ex tenorini hanno riportato in patria quel talento già evidenziato sui palchi di mezzo mondo, esportando il bel canto italiano che tanto ci invidiano all’estero. Anche se in Italia il loro canto può risultare a tratti un po’ antico, raccontando peraltro, come da sempre fa il Festival, il momento storico del Bel Paese. Che spera di prendere finalmente “il Volo”, ricominciando dalle solidità e dalle certezze del passato.

Già, forse un passaggio più di restaurazione che di rivoluzione, nonostante “rottamare” sia il verbo del “Nuovo Corso”. Verbo che, curiosamente, fa rima col verbo “amare”. Pur svolgendo però un ben diverso mestiere.

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