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Setaccio la luce per non fare rumore“, scrivevo una manciata di lune fa. Ricordi?

Continuo a setacciare luce. Per afferrare brandelli di tempo. Senza smarrirmi troppo.

In assenza di mappe. In assenza. Evanescente presenza.

A mamma Marisa

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Paola Alviano Glaviano, “Sangue e arena” – 2005

Dal 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2018:

La società vive una crisi di spessore e di profondità: gli italiani sono incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro.”

“Il sistema sociale, attraversato da tensioni, paure, rancore, guarda al sovrano autoritario e chiede stabilità, rompe l’empatia verso il progresso, teme le turbolenze della transizione.”

“La delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani. Ecco perché si sono mostrati pronti ad alzare l’asticella. Si sono resi disponibili a compiere un salto rischioso e dall’esito incerto, un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto da così vicino, se la scommessa era poi quella di spiccare il volo. E non importa se si rendeva necessario forzare gli schemi politico-istituzionali e spezzare la continuità nella gestione delle finanze pubbliche. È stata quasi una ricerca programmatica del trauma.”

Cosa aggiungere su questa Italia 2.0? Un Paese sceso senza testa nell’arena, travolto dall’odore del sangue. Quello del proprio simile. Purtroppo.

La scienza lo ha decretato: “anziani” si diventa a 75 anni, non prima. Come a dire, poche storie, bando alle ciance, nessuna paturnia, the show must go on.

Abituandoci così, almeno nei pensieri, ad una eterna frenesia. In cui la “flessione” viene invocata molto più della “riflessione”.

Un annuncio inaspettato ma meritato. E giunto via Twitter, come impone il tempo social che stiamo vivendo. L’account usato è stato quello ufficiale dell’Unesco, che ha decretato la musica reggae patrimonio immateriale dell’umanità.

Così il genere musicale nato negli anni ’60 in Giamaica e famoso in tutto il mondo attraverso Bob Marley, Peter Tosh, Gregory Isaacs, Jimmy Cliff assurge a valore universale, con una motivazione di tutto rispetto: “Il suo contribuito al dibattito internazionale su ingiustizia, resistenza, amore e umanità sottolinea le dinamiche che lo rendono contemporaneamente cerebrale, socio-politico, sensuale e spirituale”.

Si pensi al brano “No woman no cry”, forse il più conosciuto di Bob Marley. Ispirato alla vita di Trenchtown, è un testo che incoraggia ad andare avanti e non mollare mai perché, alla fine, tutto andrà bene.

Più arduo e solitario il cammino senza un tal nocchiero.

Difficile condensare il regista Bernardo Bertolucci in una sola parola, ma forse Maestro si avvicina. Per quel di più, magis appunto, insito nella parola “magister“.

Per padre il poeta Attilio che gli fa amare lo scavo nella parola, per vicino di casa il giovane Pasolini che lo vuole aiutante nel suo primo film.

Il resto è storia del cinema. Perché “Ultimo tango a Parigi”, “Novecento”, “L’ultimo imperatore” , “Il té nel deserto”, “Piccolo Buddha” sono capolavori assoluti, pietre miliari della settima arte. E Bertolucci è l’unico italiano ad aver vinto il premio Oscar come miglior regista.

Mi piace ricordarlo con i versi di una poesia, “Decisioni per un orto”, di suo padre Attilio che ho avuto l’onore di incontrare in occasione del Premio Montale: “Bisogna rivalutare questo orto / recingerlo dove è aperto di rete metallica / azzurra“.

Ecco, penso che l’azzurro, colore dei poeti, sia quello con cui sta ora “giocando” il Maestro Bertolucci. L’ultimo imperatore del cinema.

Sorbetto inaspettato

“Per bacche!” – Photo by Ester Maero

Pieno autunno, ormai sporto in avanti. Verso l’inverno. Con bruma e grigio a portata di occhi.

Invece, nel bel mezzo di una breve flanerie, un tripudio di bacche rosa. Del tutto inaspettate, e tali da far esclamare: “Per bacche!”.

Da gustare lentamente. Come un sorbetto di stagione.

Trent’anni fa usciva nelle sale “Nuovo Cinema Paradiso”, un film-atto d’amore del regista Giuseppe Tornatore nei confronti del cinema.

Lo sguardo incantato di Totò bambino davanti ai singoli fotogrammi della pellicola che scorre nelle sue mani è infatti quello di chi ama profondamente il cinema, quale possibilità altra per raccontare la vita. E vivendola per una manciata di ore.