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Un gioiellino del cinema spagnolo.

Un meccanismo perfetto e del tutto inaspettato. Un thriller alla Hitchcock, con una storia alla Patricia Highsmith. Un intreccio che sembra qualcosa, ma anche l’esatto contrario. Dipende dal punto di vista. E dalla bravura dimostrativa di un avvocato. Sembra una caccia al tesoro. In realtà è una corsa alla verità. Con l’etica che grida vendetta. E vince. Nonostante tutto.

Perché un contrattempo porta con sé una cascata di eventi. E non è quasi mai un semplice contrattempo.

Octavia Monaco, “Alice e Carroll”

Noi fanciulle ne abbiamo sentite (e ne sentiamo) proprie tante su di noi genere femminile, fin dalla notte dei tempi.

Ci mancava lo storico Alessandro Barbero, noto divulgatore, negli ultimi tempi di un po’ di tutto, a ricordarci cosa ci manca per non giungere quasi mai ai brillanti risultati dei maschietti nel mondo.

Dice il nostro (si fa per dire): “Rischio di dire una cosa impopolare, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali tra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media le donne manchino di quella aggressività, spavalderia, sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda. Non ci si deve scandalizzare per questa ipotesi.”

Che dire? Ben poco, se non che è davvero svilente e pure triste constatare che siano considerate caratteristiche positive l’aggressività e la spavalderia. Proprio quei tratti che hanno portato l’Uomo, in generale anche se in prevalenza maschio, a risolvere le posizioni divergenti con violenze e conflitti. Questo almeno ci racconta la Storia. Ma questa è materia del citato divulgatore.

Il mare in testa

Giuseppe D’Asta, “Il mare in testa”

Per me “il mare in testa” è una costante.

Perché il liquido specchio di sale è mio orizzonte di festa in testa. E perché onde e pesci esplicitano alquanto il mio mare di pensieri in fieri.

Oggi, in un giorno che all’orizzonte appare di maroso per contestazione e protesta, spero che a tutti salga “il mare in testa”. Al fine di ritrovare i suoni armonici di quando eravamo branchie e pinne e squame. Costruttori minimi di ben altre trame.

Ancora sulla libertà

Honoré Daumier, “La rivolta” – 1860

Qualche pensiero a proposito del sabato di guerriglia urbana avvenuto a Roma con scontri di piazza culminati nell’attacco squadrista alla sede nazionale della Cgil.

Il violento e inammissibile degenerare di una protesta è sempre disdicevole e motivo di riflessione sulla natura umana, a tratti animalesca. Offendendo peraltro il mondo animale che usa violenza solo se costretto.

Farlo poi in nome di una presupposta libertà da difendere, senza considerare i necessari limiti che lo stesso concetto di libertà ha in sé (altrimenti sarebbe anarchia), muove considerazioni intorno al rispetto che si ha dell’altro.

Che il tutto avvenga in tempi e ambiti pandemici, per cui alcune regole sono necessarie per evitare di ritrovarci alla casella di partenza, fa pensare che non sempre l’homo sapiens sia tale.

Ma ciò che proprio non può che essere condannato, senza se e senza ma, evitando qualsiasi sofisma, è l’assalto organizzato e distruttivo nei confronti di chi rappresenta valori democratici universali, quali la difesa dei diritti dei lavoratori attraverso un sindacato o la difesa dei diritti dei malati attraverso un presidio ospedaliero. Quando si arriva a tanto e tale sfregio vanno riposizionati con urgenza i paletti sul concetto di libertà. Senza sofismi.

Alla luce di quanto avvenuto in questa tornata elettorale amministrative, con il dato significativo e purtroppo storico della scarsa affluenza, c’è da chiedersi perché le continue lamentazioni sulla mancanza di libertà non siano seguite da concrete azioni volte al cambiamento. E in democrazia l’espressione di ciò avviene col voto.

Torna così in mente il testo illuminato di Giorgio Gaber, “Libertà è partecipazione”:

Vorrei essere libero come un uomo
Come l’uomo più evoluto
Che si innalza con la propria intelligenza
E che sfida la natura
Con la forza incontrastata della scienza
Con addosso l’entusiasmo
Di spaziare senza limiti nel cosmo
E convinto che la forza del pensiero
Sia la sola libertà
La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche un gesto o un’invenzione
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione“.

Il grido è sempre quello, “Libertà per Patrick Zaki”.

Purtroppo però, con un ulteriore slittamento a due mesi del processo, la speranza per la liberazione dello studente e ricercatore egiziano dell’Università di Bologna rischia di essere fagocitata dalla tristezza per una detenzione preventiva di quasi due anni, in assenza di chiari capi d’accusa.

Un rinvio “abnormemente lungo che sa di punizione”, ha detto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Internazional. Però, ha aggiunto, “abbiamo del tempo davanti per fare qualcosa di importante, di efficace nelle relazioni tra Italia ed Egitto. La richiesta che facciamo è che la diplomazia italiana utilizzi questo tempo nel migliore dei modi”.

E allora che le istituzioni italiane si facciano infine sentire con un tale partner economico. Evitando silenzi ormai imbarazzanti.

La lezione pandemica

La pandemia di Covid19 finirà “entro la metà del prossimo anno”. Questa almeno la previsione di Stéphane Bancel, amministratore delegato di “Moderna”, la società di biotecnologie produttrice dell’omonimo vaccino anti Covid. Un anno dovrebbe essere il tempo utile per avere dosi sufficienti di vaccini in modo che l’intera popolazione mondiale possa essere immunizzata.

Nel frattempo ci si chiede cosa il devastante virus ci abbia insegnato. Innanzitutto che i piani previsionali pandemici sono necessari per evitare panico generalizzato e mancanza di attrezzature indispensabili. Poi che la sanità pubblica va salvaguardata nel suo capitale umano e incentivata in investimenti tecnico-farmacologici nonché nella ricerca, voce purtroppo quasi dimenticata nei bilanci nazionali. E infine la pandemia ci ha insegnato che il mondo è talmente interconnesso che un battito di ali di farfalla ad una latitudine provoca, se non un urugano, un sommovimento anche ad altri paralleli.

Ma noi umani cosa abbiamo realmente imparato? Difficile dirlo, visto che l’inquinamento è tornato ad essere quello dell’era pre-covid, il traffico appare più convulso che mai, la corsa contro il tempo è ricominciata con affanno e lo sguardo verso l’altro continua ad essere dettato da malcelato fastidio o palese indifferenza. Eppure si diceva saremmo stati migliori.

Triste constatare che, nonostante le onde rovinose dello tsunami pandemico, siamo sempre gli stessi. Se non peggiori. Come se fossimo del tutto impermeabili a qualsiasi lezione.

Da una settimana la scuola ha riaperto i battenti. In presenza, come sempre. Seppure questa sia stata raccontata come una novità. O meglio, come una ripresa di usanze prepandemiche.

In realtà anche nel settembre 2020 le scuole iniziarono l’anno scolastico in presenza, esattamente come ora. Fu poi la ripresa dei contagi, in epoca pre-vaccini, a decretare chiusure e didattica a distanza. Che, pur limitata e limitante, ha però permesso di mantenere un trait d’union tra i diversi attori della comunità scuola. Facendo sì che la trama di quel tessuto reggesse. A volte addirittura con forme inedite, preludio di nuove frontiere.

Dunque, la scuola è ricominciata come sempre. Appunto, “come sempre”. Senza cambiamento alcuno, rispetto a quelli tanto strombazzati a destra e a manca. Per esempio, ma solo per citarne uno, il sistema di aerazione interna alle aule, snodo chiave in tempo Covid, è rimasto quello di sempre. Peraltro (considerando docenti e studenti poco intuitivi) con la raccomandazione da parte dello stesso Ministro di “tenere le finestre aperte”.

La scuola è ricominciata, appunto, come sempre.

Settecento anni fa, il 14 settembre 1321, si spegneva in esilio a Ravenna il Sommo Poeta, Dante Alighieri.

Ci ha lasciato in eredità lingua italiana, pensiero acuto, invenzione geniale. E molto altro, che ancora non comprendiamo nella sua interezza.

Ma anche non capire, come scrisse Giorgio Manganelli nel 1984 sul “Corriere della Sera”, è importante: “Dante è un enigmatico, e almeno una volta accettiamolo per quel che è. Ha i suoi motivi per non farsi capire subito, e qualche volta per essere assolutamente impenetrabile. È una corsa stremante tra luci e tenebre, stelle, lune, soli, misteriosi frammenti di edifici regali e sacri, con mutile, occulte scritte. Il percorso è talora nitido, geometrico; talora è paludoso, è uno strisciar tra cunicoli ed antri. Non capire è importante“.

Perché Dante ha intravisto oltre l’umano, sfiorando l’inconoscibile. Consegnando ai posteri frammenti preziosi di Azzurro. Ossia di Bellezza, che spesso ci rende muti perché quasi sempre non comprensibile.

Furono i 102 minuti che scolvolsero il mondo e segnarono l’inizio del nuovo millennio.

11 settembre 2001, New York, World Trade Center. Mattina dal cielo terso, Manhattan già indaffarata. Come sempre. Fino ad allora.

Alle ore 8.46 un aereo, il volo American Airlines 11 con a bordo 87 persone e 5 dirottatori di Al Qaeda, “entra” come una lama nella Torre Nord del WTC tra i piani 93 e 99. Esplosione, fumo, fiamme. E sconcerto. Si pensa ad un incidente. Ma è difficile pensare alle Torri Gemelle come ad un ostacolo non visibile. In poco tempo le televisioni di tutto il mondo aprono gli occhi di ciascuno su quei grattacieli tanto famosi.

Alle ore 9.03 un secondo aereo Boing 767, il volo 175 United Airlines con 60 persone e altri 5 dirottatori, si schianta sulla Torre Sud tra i piani 77 e 85. Altra esplosione e incendio. Incredulità e orrore in diretta mondiale. “Sembrava un film”, diranno tutti. Impossibile da sembrare vero. Eppure lo era. E si capisce che si tratta di un attacco terroristico all’America. Sul suo suolo, al suo cuore. Che si scopre fragile. Il Presidente Bush in visita ad una scuola, avvertito, per qualche minuto resta completamente attonito. Intanto l’incendio nelle Torri divampa. E alcune delle persone intrappolate nei piani più alti scelgono di lasciarsi cadere nel vuoto. Chi riesce fugge da quell’inferno. Dopo aver sceso migliaia di scale e incrociando in salita i Vigili del Fuoco, veri eroi di quel terribile giorno. Immolati al proprio dovere, pur sapendo.

Alle ore 9.37 un terzo aereo dirottato, il volo American Airlines 77, con 59 persone e 5 dirottatori, finisce contro il lato ovest del Pentagono, sede del Dipartimento della Difesa in Virginia, causando il crollo della facciata ovest dell’edificio.

Alle ore 9.59 un boato e la Torre Sud del World Trade Center implode su se stessa. Al suo posto una nuvola densa di polvere che corre dietro chi corre, facendo scendere una coltre nebbiosa su Manhattan. Ma non è vapore. È fumo, cenere, detriti, diossina, amianto.

Alle ore 10.03 un quarto aereo diretto a Washington, il volo United Airlines 93 con 40 persone e 4 dirottatori, precipita in Pennsylvania, a seguito di una eroica rivolta dei passeggeri.

Alle ore 10.28 si accascia su se stessa anche la Torre Nord, sparendo per sempre dallo skyline più famoso del mondo. Al suo posto una nuvola ancora più scura e pregna e frettolosa della precedente fa scendere la notte sugli isolati adiacenti coprendo e inghiottendo quanto incontra: auto, strade, persone. Solo il silenzio sembra poter coesistere con l’Apocalisse. Ground Zero sarà il nuovo nome del luogo in cui svettavano le Torri Gemelle di New York. Un ammasso impietoso di rovine, lamiere e vite umane. Un profondo buco al centro della Terra che solo il “Memorial 9/11” gli renderà poi il giusto tributo.

Quasi tremila vittime, circa seimila feriti. Senza contare le vittime successive, dovute a polveri e trauma.

A vent’anni di distanza da quell’incubo dove siamo? La risposta sembra forse in quel cerchio chiuso proprio vent’anni dopo intorno all’Afghanistan. Tornando, purtroppo, poco più in là della casella di partenza. Quasi abituati al terrore. Inaspettato e spietato. Come un prezzo da pagare al nuovo millennio.

Steve McCurry, 11 settembre 2001, New York – World Trade Center