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Un Festival di Cannes, edizione 75, che si apre al mondo con la sua locandina, una scena del film capolavoro The Truman Show di Peter Weir con Jim Carrey nel ruolo di protagonista.

Una locandina bellissima, soprattutto di questi tempi. Scuri e ripiegati su se stessi. “Passi che portano alla rivelazione. Una celebrazione poetica della libertà. Un’ascensione verso la promessa di un rinnovamento”, si legge nel tweet in cui ne si spiega la scelta. “Il Festival di Cannes prende atto della fine di un mondo per coglierne uno nuovo, – continua la nota – e come nel 1939 e poi nel 1946 Cannes ribadisce la sua convinzione che l’arte e il cinema siano luoghi di riflessione e contribuiscano alla reinvenzione del mondo”.

Lo speriamo con la testa e il cuore. Proprio come Jim Carrey nel momento in cui, sconvolto, tocca il cielo di carta. Pirandellianamente. Scoprendo un mondo inatteso. E sentendo battere il cuore in modo diverso.

In fondo, il disvelamento che ci permette, da sempre, il cinema. Trovando nuove chiavi per aprire alla comprensione della umana complessità.

La musica di “Eurovision Song Contest 2022” risuona ovunque per le strade di Torino, la città italiana ospitante la manifestazione canora in questa settimana di metà maggio. Insieme ai messaggi di pace di cui si fanno portatori gli artisti. Con performance più o meno interessanti.

Dal toro-rodeo di Achille Lauro alle maschere gialle dei norvegesi Subwoofer, dal già tormentone romeno “Llàmame” dei Wrs al reiterato “In corpore sano” dei serbi Konstrakta, dall’enigma Australia (da quando è in Europa?) col virtuoso Sheldon Riley alla certezza ucraina della Kalush Orchestra sempre più favorita, ogni musicista sa che in quei tre minuti in scena i riflettori sono mondiali, e quindi virali.

A tal proposito Diodato, ospite dovuto dopo due anni dal suo Eurovision 2020 annullato per pandemia mondiale, è tornato a “far rumore”. Chiudendo finalmente un cerchio (speriamo per tutti, almeno in quel modo), riprendendosi il palco in modo magistrale, finalmente con l’abbraccio del pubblico. Le sue note struggenti, col loro “silenzio innaturale”, sono ormai parte dell’immaginario collettivo nazionale. Da “brividi”.

In attesa di quelli di Mahmood e Blanco…

Sarebbe bello…

“V-J Day in Times Square”, fotografia di Alfred Eisenstaedt – 14 agosto 1945

Sarebbe bello, se solo fosse vero.

Il 9 maggio 1945 fu il giorno che segnò la fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa. Divenne ben presto il giorno dell’orgoglio nazionale russo per la vittoria sul nazismo, mentre per l’Europa il giorno della vittoria fu considerato l’8 maggio, come da dichiazione degli Stati Uniti.

E sembra già esserci in nuce, in quelle date, la divisione marziale dei nostri giorni: da una parte la sempre fragile e multiforme Europa a sostenere l’invasa Ucraina, sotto stretta dettatura statunitense, dall’altra la Russia con l’ostentazione patriottica delle proprie forze armate belligeranti, sotto dittatura nazional-imperiale putiniana.

Ci piacerebbe vedere nuovi baci tra marinai ed infermiere per festeggiare la fine della guerra, di questa, nata da una soverchia invasione, come spesso purtroppo accade. Ma si sa che il condizionale presuppone appunto una condizione. In guerra il “cessate il fuoco”. Ad oggi davvero poco realistico.

Eppure, sarebbe bello…

Disegno di un bambino dell’orfanatrofio di Vinnycia nell’Ucraina centrale

Solo domande di fronte ad una guerra che continua, imperterrita e criminale.

Perché è iniziata? Perché continua? Fino a quando? Fino a quanto?

È il “come” che non necessita di punti interrogativi. È infatti sufficiente un atto di prepotenza, evitando parole, spiegazioni, trattative.

Così fece anche Caino con Abele.

Fortunato Depero, “Tornio e telaio” – 1949

Un lavoro da avere, per dignità e sostentamento. Un diritto dell’uomo.

Un lavoro a cui non soccombere per condizioni e sicurezza. Un dovere dello Stato.

Senza più testa

Una statua di Kiev, rappresentante l’amicizia tra un operaio russo e uno ucraino, violata. Definitivamente.

Con la testa del russo rotolata a terra, che scruta, quasi sorpreso, il mondo dal basso.  Inaspettatamente.

Perché il monumento era nato affinché i due operai stessero sempre insieme. A sottolineare quanto i due popoli siano/fossero fratelli. Atavicamente.

Ma la guerra scava trincee. In terra. E in testa.

Resistenza, Libertà, Costituzione.

Tre parole cui rendere omaggio, ricordando.

Perché la Resistenza, come scriveva Beppe Fenoglio ne “Il partigiano Johnny”, è un’esperienza “assoluta“, che trascende il tempo. Quando Johnny guardò per l’ultima volta il viso del partigiano Tito, “ci vide un sigillo di eternità, come fosse un greco ucciso dai Persiani due millenni avanti“.

Perché la Libertà, nelle parole di Piero Calamandrei intimandoci a ricordare, “è come l’aria: ci si accorge quanto vale quando comincia a mancare”.

Perché la Costituzione, come sottolineava Sandro Pertini, “è un buon documento, ma spetta ancora a noi fare in modo che certi articoli non rimangano lettera morta, inchiostro sulla carta. In questo senso la Resistenza continua.”

Ecco perché il 25 aprile è data costitutiva per noi italiani. Da tenere impressa e stretta. A monito.

Anna Achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

Come a una voce lontana presto ascolto, 

Ma intorno non c’è nulla, nessuno. 

In questa nera buona terra 

Voi deporrete il suo corpo. 

Né il granito né il salice piangente 

Faranno ombra al cenere leggero, 

Solo i venti marini dal golfo 

Per piangerlo accorreranno...”

Anna Achmatova, da “Poema senza eroe e altre poesie”

Charmant, l’aggettivo che la descrive meglio. Perché Catherine Spaak era elegante, ironica, raffinata, mai sopra le righe e discreta. Nella voce, nei gesti, nei fatti.

Anche quando, icona adolescenziale in tutina marinara, nel film “Il sorpasso” non era sempre rispettata dagli uomini del set, per il suo essere timida e ingenua, col “Me too” di là da venire.

Anche quando le fu sottratta la primogenita avuta con Capucci, perché il mestiere d’attrice, in sede giudiziale d’affidamento, fu considerato di dubbia moralità.

Anche quando finiva un amore, più o meno famoso, con tutti gli strascichi, ritorsivi e nostalgici che esso può sempre comportare.

Anche quando, d’improvviso, le fu chiuso quel programma, cult e di successo, che era “Harem”, in cui lei magistralmente sapeva far salire in superficie i pensieri più nascosti e inaspettati delle ospiti di turno.

Perché era proprio charmant Catherine Spaak, di quello charme che non fa mai alzare i toni. Eppure la stanza in cui entrava si riempiva ogni volta della sua presenza.

Adieu Catherine, e bon voyage

Buona Pasqua

Auguri di Buona Pasqua, tenera e serena, a tutti i viaggiatori di espress451.