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“Il naufragio” di Moses Levy (Tunisi, 1885 – Viareggio, 1968)

Di solito si spiaggia, come una balena, arrivando dal mare. E per la creatura marina non è buona cosa, essendo l’onda che ha dietro sè il proprio elemento naturale.

C’è poi un altro spiaggiare. L’arrivo umano da terra verso l’ultima lingua di suolo antistante l’elemento acqueo salino. Lasciandosi alle proprie spalle, per una manciata di giorni, le onde quotidiane e straordinarie delle private e pubbliche tempeste di terra.

Si tratta del buon naufragio.

Strane Olimpiadi quelle della trentaduesima edizione. A partire dalla data-brand, “Tokyo 2020”, nonostante si svolgano nel 2021. Quasi un refuso. Una gara sì, ma col Tempo.

Peraltro è la prima volta in cui le Olimpiadi sono rimandate ma non cancellate, come successe invece durante i conflitti mondiali. Seppur per le Olimpiadi di Anversa 1920, in Belgio, si andò vicino alla situazione odierna, e proprio per una pandemia, all’epoca la “spagnola”. Corsi e ricorsi storici.

Altra novità, non c’è pubblico. Per ovvie misure anti-contagio (sebbene le partite degli Europei di calcio…). Chissà se e quanto influirà sulle prestazioni sportive il silenzio dagli spalti. Forse ne studieranno i sociologi del futuro.

Che dire poi dei numeri? L’attenzione non sarà volta solo al pallottiere delle medaglie, ma, ahinoi, anche a quello dei contagi.

Però, come ci ha insegnato Pierre de Coubertin, “l’importante non è vincere ma partecipare“. E forse per questa strana Olimpiade sarà ancora più vero.

La Fiducia è un sentimento di sicurezza per qualcuno, tale da porsi “nelle sue mani”. È quanto fa Fiammetta, la figlia di Paolo Borsellino nella foto. Che è poi quanto si fa coi propri genitori se si è stati bambini fortunati.

Poi c’è la Fiducia nelle istituzioni, per cui alcuni uomini la rappresentano, credendo nelle istituzioni stesse, giungendo persino a sacrificare la propria vita.

Un audio inedito del giudice è stato da poco ritrovato negli archivi dell’Istituto siciliano di studi politici ed economici, una registrazione di un suo discorso tenuto a Palermo in municipio nel gennaio 1989. Una lucida analisi della Sicilia di quegli anni, di poco precedenti a quella terribile ecatombe, umana e civile, che furono la strage di Capaci e quella di via D’Amelio.

E Paolo Borsellino in tale audio insiste sulla parola “fiducia” legata allo Stato: “Fiducia nello Stato significa anche fiducia in un’efficiente amministrazione della giustizia sia penale, sia soprattutto civile”. In modo da evitare che, continuava, “si perpetui e consolidi il ricorso a un sistema alternativo criminale di risoluzione delle controversie”.

E diventano parole guida ancora per l’oggi, per quel sistema giustizia che arranca, minando la fiducia, appunto, del cittadino nello Stato.

Ecco perché a quel 19 luglio 1992 va sempre tributato un ricordo, umano e civile. Perché in quella via di Palermo trovarono un’orrenda fine un giudice e cinque agenti che rappresentavano la Fiducia nello Stato, credendoci profondamente.

Ps: oggi ricorre anche il ventennale del G8 di Genova, che rievoca altre pagine tragiche e oscure del nostro Paese, con i violenti scontri di piazza e la morte di Carlo Giuliani, nonché gli abusi (quando non torture) della polizia alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. A proposito di quella Fiducia…

La devastante alluvione di Germania-Belgio-Olanda racconta di un paesaggio scardinato. Uscito cioè dai cardini precedenti. Non di natura, bensì quelli decisi dall’Uomo. Per cui il corso di un fiume è stato deviato e reso ruscello per dare spazio ad una miniera a cielo aperto. E le dighe imperversano sulle mappe come le armate a Risiko, senza tener conto che ora l’acqua giunge improvvisa e torrenziale per il riscaldamento globale.

Bilancio? Il paesaggio geografico si riprende con furia i suoi antichi spazi, e il paesaggio umano conta purtroppo e ancora una volta le sue vittime.

Non succede, ma se succede… “. E alla fine è successo. Verbo, ma anche sostantivo.

Il calcio azzurro è sul tetto d’Europa, entrando così nella Storia. Non accadeva infatti da 53 anni. E l’11 luglio torna magico per l’Italia, dopo quel mitico 11 luglio 1982 in cui fummo “Campioni del mondo”.

Dopo 120 minuti combattuti con cuore, fisico e tenacia, il tifo contro di quasi tutto lo stadio di Wembley, e dei rigori al cardiopalma, ci siamo aggiudicati meritatamente la coppa che l’Inghilterra pensava già di consegnare alla Regina Elisabetta.

Peccato la scarsa sportività degli inglesi tutti. Quelli sugli spalti ad andarsene prima della premiazione, quelli in campo a togliersi subito dal collo la medaglia di secondi classificati.

E dire che Boris Johnson, nei giorni precedenti l’incontro, aveva trasformato Downing Street in un pub, per poter festeggiare. Promettendo anche di proclamare una giornata di festa nazionale per la vittoria. Dimostrando così di non aver ricordato la lezione del mitico Trapattoni, “non dire gatto se non l’hai nel sacco“.

Erano proprio convinti gli inglesi di aver già vinto, prima ancora di cominciare la partita. E dopo il gol segnato a due minuti dall’inizio si vedevano ormai con la Coppa in casa. “It’s coming home”, continuavano infatti a gridarci da giorni gli inglesi. E invece la sorte ha voluto altro, e noi oggi possiamo dire “It’s coming Rome”. Con la parola “Brexit” nel sottotitolo.

Il gruppo, nella sua interezza, è stato la chiave di volta del successo azzurro. Con un Donnarumma uomo volante, Bonucci e Chiellini gemelli diversi ma difensori sintonici, Chiesa, Insigne, Jorginho, Verratti e tutti gli altri a crederci fino alla fine. E l’umile e visionario Mancini. E il suo amico di sempre Vialli.

Bravi ragazzi, avete reso magica e reale una notte italiana di mezza estate. Andando oltre il sogno. Grazie.

Ps: Nella giornata un altro italiano, Matteo Berrettini, si è fatto onore. Nella finale di Wimbledon ha infatti tenuto testa a lungo a Djokovic, già leggenda (Slam numero 20). Ma il serbo, si sa, è un marziano, mentre Matteo è ancora un terrestre con le emozioni di noi tutti.

Come si usa dire, “non succede, ma se succede…

Nel frattempo apprezziamo la meta raggiunta: finale tanto voluta degli Europei 2020 di calcio per l’Italia in quel di Wembley e finale davvero storica del torneo tennistico di Wimbledon con Matteo Berrettini.

Una Nazionale azzurra come l’orizzonte per cui giocano, e un giovane romano dalla battuta supersonica.

In entrambi i casi sembrano mancare, vivaddio e finalmente, atteggiamenti divistici e superomistici. Con l’obiettivo invece a fuoco, attraverso tenacia e costanza, non solo sul corpo volto al gesto sportivo, ma anche sull’atteggiamento e sulla mentalità da cui quel gesto viene partorito. Con umiltà e passione, ma anche determinazione e prestanza.

Sarà poi quel che sarà. Con l’intima speranza, però, di smontare l’antico adagio della “perfida Albione”.

Tergiverso, prendo tempo, rimando.

Perché scrivere di Raffaella Carrà al passato mi risulta alquanto difficile e doloroso. Farlo implica infatti tagliare il filo del palloncino colorato che mi lega al tempo della spensieratezza inconsapevole. Quello in cui bambina (ne avevo già scritto) ripetevo fino allo sfinimento, insieme a mia sorella, i passi dei suoi balletti, sperando che anche il mio caschetto tornasse subito a posto come il suo firmato Vergottini. E le sue canzoni sprigionavano immediatamente bollicine di felicità istantanea. Da bambina, da ragazza, da adulta. Fino all’altro ieri, a quella notizia-pugno che ti stende il cuore a terra e i pensieri volano altrove cercando di trattenere quanto è stato.

Sarà arduo sentire ancora il frizzo delle bollicine aprendo una di quelle mitiche “lattine” di Raffaella Carrà, in cui energia inesauribile e gioia sincera ti arrivavano dentro in modo talmente vigoroso da contagiarti, regalandoti appunto l’ebbrezza di una felicità immediata.

Grazie Raffaella, per i doni che ci hai fatto, per la leggerezza che hai emanato. La terra non può che esserti lieve.

Un mio allievo di quest’anno scolastico tanto particolare, un cucciolo di tre lustri alquanto curioso su quanto circuita intorno a lui, in un percorso su Battiato ha scelto “Summer on a solitary beach”, con tale motivazione: “Mi porta su una spiaggia, ma silenziosa, e sento che questo è ciò di cui ora abbiamo bisogno“. Chapeau.

Come a dire che necessitiamo, dopo una lunga e tormentosa cattività, di spazi in cui l’orizzonte sia posto su un lontano e aperto fondale, ma senza il sottofondo caciaro tipico di una spiaggia estiva. Quasi che risulti piuttosto complicato, almeno per ora, riappropriarsi in un sol colpo di spazio e di relazione.

Ecco perché dedico a tutti noi, naufraghi di lungo corso, questa chicca di Franco Battiato. Con l’augurio di ritornare dagli altri solo dopo essere tornati a noi stessi.

Ho rivisto da poco il film francese “Bonne pomme”, apparentemente una delicata commedia d’oltralpe, di quelle leggere o poco più.

In effetti tutto, e in modo profondo, si gioca nell’espressione del titolo, “Bonne pomme”, la “buona mela” da mangiare, ossia il “buon uomo”, inteso come “semplicione”, “babbeo”, il Calandrino boccaccesco di cui approfittare.

Senonché il dipanarsi, neppure troppo astruso della vicenda, fa sì che lo spettatore colga nel protagonista Gerard l’essere in realtà un “uomo buono”. Non solo da cercare quando cambia dimora, perché utile (in officina con i clienti piuttosto che a casa per la sua squisita pasta gratinata), ma anche da seguire nei suoi sogni romantici di fuga.

Il plus è però dato dalla superba prova attoriale di Depardieu e Deneuve, il meccanico e la locandiera, naturali e lievi. Insieme però esplosivi, fin dai tempi di “L’ultimo metrò”, arrivando al più recente “Potiche”. E l’ammiccare tra loro complice, seppur âgé, evidenzia un’intesa persino più seduttiva rispetto alla passione fisica dei corpi più giovani.

E ciò non può che far riflettere sul percorso, sempre in potenza, di tutti noi.

Maschere nude

Il nostro Bel Paese da oggi si smaschera all’aperto, mentre la variante Delta corre e la campagna vaccinale, seconde dosi, tenta di starle appresso. Ma tale e smaniosa era la richiesta (forse più politica che civile) di smascherarsi (del resto l’uso atrofico di un cencio è quasi peggio del non uso) che alla fine è.

Anzi, a ben dire già era. Gli stessi abbracci di piazza a maschera zero nei dopo gol europei, seppur comprensibili, sembrano aver scordato il tunnel da cui tutti noi proveniamo.

Paese davvero strano il nostro. Nel senso etimologico di “estraneo”, quindi “straniero”. Etranger, almeno per me. Un Paese in cui il dibattito sulle “maschere” (Pirandello insegna) ci appassiona di più di quello sui diritti civili e sulle condizioni dei lavoratori. Senza quasi renderci conto del rischio di trasformarci così in maschere nude.