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Tiziano Vecellio “Caino uccide Abele”, 1543-1545

Ripenso alla vicenda tristissima e annunciata di Willy Duarte Monteiro. Al suo omicidio volontario per mano di “due loschi figuri”, come il Pereira di Antonio Tabucchi definisce gli spietati assassini di un altro giovane, idealista e sorridente alla vita, Francesco Monteiro Rossi. Un personaggio nato dalla penna dello scrittore, che con Willy ha in comune il cognome Monteiro e un pestaggio mortale. Addotto nel romanzo dalla violenza intimidatoria del regime dittatoriale del Portogallo di Salazar, addotto qui dalla violenza sopraffatoria di un regime piccolo, ma non meno pericoloso, di una banda delinquenziale in un piccolo borgo nell’Italia di questi anni ’20 del secolo nuovo.

E allora penso al tempo che passa, ma in realtà non passa mai. Almeno come Storia. Che anzi si ripete. Con le sue storture, i suoi drammi/danni, le sue violenze. E riavvolgendo il nastro, come in un film, riprendono vita, e ahimè morte, i fotogrammi del secolo scorso. Con leggi fascistissime e poi razziali. Con deportazioni e violenze. Con la morte assegnata per capriccio e per procura. E poi i pochi sopravvissuti a raccontarci con dignitosa fatica gli orrori indicibili. Tra cui la senatrice Liliana Segre. Che in occasione del suo novantesimo ha ricordato, ancora una volta, la necessità di tenere alta l’attenzione.

Perché la sopraffazione può annidarsi ovunque. Perché Caino uccide Abele, ancora. E noi tutti non possiamo volgere altrove lo sguardo, riducendo l’evento ad un caso di cronaca. Peraltro nerissima.

Felice Casorati, “Gli scolari” – 1927/1928

La scuola oggi ricomincia. Tutto pronto? Tutto a posto? Mah…

Dipende dalle regioni, dipende dalle singole scuole, dipende dalle regole applicate.

C’è infatti chi comincia oggi, chi ha già cominciato, chi posticipa le lezioni a dopo le elezioni, e chi pone in dubbio l’inizio anche dopo il suffragio.

Ci sono poi scuole con tutti gli studenti in presenza (e il distanziamento si fa minimo, replicando come sempre la classe pollaio), altre con i doppi turni (ma i docenti non sono raddoppiati), altre ancora con didattica mista (invece che “didattica a distanza” si chiama “didattica digitale integrata”).

Ancora, a proposito di uniformità nazionale, c’è il dilemma temperatura (a casa e registrata su diario o a scuola con termoscanner), il ruolo della mascherina (sempre e ovunque, oppure solo fuori banco e in movimento), il rebus ingressi (tutti insieme da accessi diversi o scaglionati da un unico portone).

Per tacere dei docenti, in numero minore rispetto all’effettivo bisogno, preoccupati perché in fondo alle preoccupazioni del ministero, sfiduciati per la scarsa considerazione del Paese. Nonostante abbiano continuato ad istruire, educare, sostenere gli studenti anche in lockdown, anche a distanza, anche in vacanza.

Tanto che, nonostante tutto, saranno ai nastri di partenza come sempre, col sorriso che quasi per magia ricompare nei loro occhi in prossimità degli allievi. Anche quando provano a piegarli. È il caso dei docenti fragili che per il ministero non hanno altra opzione che essere dichiarati temporaneamente “inidonei” alla mansione (neanche fossero sovversivi o psicopatici) ed essere ricollocati in archivio o in segreteria, oppure continuare ad essere definiti “idonei” quali sono e andare comunque in classe, con una mascherina più filtrante (e meno aerante per parlare), ma rischiando un po’ di più di tutti gli altri.

La scuola oggi ricomincia. Tutto pronto? Tutto a posto? Mah…

Il Memoriale in bronzo a Ten House, New York City

Il FDNY Memorial è un tributo ai vigili del fuoco newyorkesi scomparsi nel tentativo di salvare vite dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.

Il monumento commemorativo, una lastra in bronzo di oltre sedici metri di lunghezza e due di altezza, si trova proprio di fronte al 9/11 Memorial, e raffigura le tragiche immagini degli attentati che portarono alla distruzione del World Trade Center.

Si vedono i vigili del fuoco nella loro instancabile ed eroica lotta per salvare le persone intrappolate negli edifici già colpiti e avvolti nel fumo. Alla base del bassorilievo l’elenco dei 343 pompieri che quel giorno persero la vita.

Ricordo che lo scorso anno, soffermandomi di fronte a questa scultura, sentii per frammenti l’incredulità, la tragedia, il dolore di quel luogo in quel giorno.

Anzi, in quella notte che scese su New York e il mondo intero.

“Ultimi (pilastri) sopravvissuti” – Photo by Ester Maero – 9/11 Memorial, NYC

80 candeline d’Argento

Il Maestro dell’ horror/giallo/thriller nostrano, definito “Hitchcock italiano”, compie ottant’anni. Ottanta di paura.

La paura è la sua compagna, di viaggio, di lavoro, di incubo. Da quando, ragazzino, vede “Il fantasma dell’opera”, che rivisiterà poi in un suo film. Ma comincia da critico su “Paese Sera” e da sceneggiatore con il Gotha del cinema italiano: con Bernardo Bertolucci collabora infatti alla scrittura di “C’era una volta il West” di Sergio Leone.

Il suo cinema però lo attende nel 1970 con la regia de “L’uccello dalle piume di cristallo” (musica di Ennio Morricone), il primo della cosiddetta trilogia degli animali, seguito da “Il gatto a nove code” e “Quattro mosche di velluto grigio”.

E poi il successo di “Profondo rosso”. Con la musica dei Goblin ad aumentare la tensione narrativa. Proprio la musica, insieme all’ossessione per i dettagli e ad un uso attento della fotografia gli permettono di ottenere particolari effetti scenici e una suspence continua. Seguono pellicole i cui titoli, da “Suspiria” a “Tenebre” a “Inferno”, già raccontano la paura. E quella ricerca intorno agli incubi di ciascuno.

Premio Speciale alla carriera ai David di Donatello nel 2019, Dario Argento sarà celebrato il prossimo anno con una mostra alla Mole Antonelliana a Torino. Intanto auguri al Maestro del brivido, già al lavoro per il suo prossimo film, “Occhiali neri”.

Il poeta Vate abruzzese invitava, a proposito del mese di settembre, a mettersi in cammino, essendo tempo di migrare. Tornando a casa.

Lontano, ma forse anche vicino, alle attuali questioni migratorie, D’Annunzio spronava a riprendere, in settembre appunto, i ritmi della normalità, lasciandosi alle spalle i freschi tratturi percorsi in estate.

Già, i ritmi della normalità. Che in tempi pandemici sono miraggi di eccezionalità. Sempre che il tempo vorticoso e la folla asfissiante del tempo pre-Covid possano definirsi “normalità”.

Oggi siamo in mezzo al guado: il corso d’acqua che ci troviamo ad attraversare presenta un punto di passaggio percorribile, seppur arduo, ma con incognite ancora presenti per poter giungere incolumi sull’altra riva.

Il rischio, raccontato in modo epico dalla narrativa della conquista del West, è per un verso cedere a facili entusiasmi pensando che la traversata sia già completata negando gorghi, fango, rapide, cadute, fatica. Dall’altro, il rischio è soccombere alla paura dell’ignoto rimanendo immobili nel punto mediano del rivo, là dove nulla sembra accadere di male, tuttavia con la sponda a portata solo di sguardo.

Forse la lezione dei pionieri, di ogni epoca e luogo, è stata quella di avere sempre davanti a sé una visione della terra da raggiungere.

A quella lezione, a quella visione dovremmo attingere noi oggi. Nel nostro comune e faticoso settembre di migrazione.

Fazzoletto di Elena Braghieri per Massimo Alba

Il mare senza fine steso al vento.

Un incongruente abbigliamento,

solo all’apparenza senza senso.

Chi non si salva da sé, non lo salva nessuno.” – Da “La bella estate” di Cesare Pavese

Il 27 agosto 1950, due mesi dopo aver vinto il “Premio Strega” per “La bella estate”, lo scrittore Cesare Pavese si toglieva la vita, a 42 anni, in una camera dell’albergo “Roma” di Piazza Carlo Felice a Torino. Sul tavolino della camera venne trovato un suo libro, “Dialoghi con Leucò”, sulla cui prima pagina aveva scritto: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.

E se ne andava così uno scrittore di razza, prolifico e tormentato. Che ha segnato un’epoca anche come sensibile intellettuale (tra Einaudi e antifascismo), acuto critico (con lui nasce il “mito dell’America”) e notevole traduttore (è sufficiente ricordare il “suo” “Moby Dick”).

Proprio ne “La bella estate” si legge: “Qualche volta pensava che quell’estate non sarebbe finita più, e insieme che bisognava far presto a godersela perché, cambiando la stagione, qualcosa doveva succedere”.

I 90 di Sean Connery

È stato il primo James Bond, e anche il più amato. L’agente segreto 007 per antonomasia, Sean Connery, compie 90 anni.

Nella riservatezza, come sempre, tenendo fede al personaggio che lo ha reso famoso. Al punto da rischiare di vederlo tale in altre sue notevoli interpretazioni, dal frate Guglielmo di Baskerville ne “Il nome della rosa” al poliziotto Jimmy Malone in “The untouchables – Gli intoccabili” che gli valse l’Oscar. Quasi fosse l’agente Bond ad operare sotto copertura. Prestante, elegante, misterioso. In ogni occasione.

Del resto questo ruolo sembrava già scritto nel suo destino. A sedici anni infatti, quando lavorava in una drogheria di Edimburgo, portava spesso il latte al “Fettes College”, proprio la scuola frequentata da 007 nei romanzi di Ian Fleming.

Quindi auguri a Connery, Sean Connery.

Ps: Il tè poco inglese e molto “addizionato” fatto bere ad Alexei Navalny, oppositore politico di Vladimir Putin, ci riporta alle operazioni segrete di James Bond. Purtroppo però qui nulla è finzione narrativa.

Atmosfere estive

Disco di platino il brano “Chega” di Gaia, al secolo Gaia Gozzi, vincitrice dell’ultima edizione del talent “Amici”, madre brasiliana e padre italiano.

Un successo “Chega” nato da un felice connubio tra melodia, che ti entra in testa sottotraccia, e sonorità che rimandano ai ritmi lenti dell’estate ma anche alla saudade portoghese. Come racconta lei stessa: “La canzone l’ho scritta l’anno scorso, avendo un’idea precisa: rallentare una bossa nova, usare strumenti tradizionali come il berimbau o la cuíca, mescolandoli con suoni elettronici, accompagnati da una bella melodia“.

Il video poi è stato girato in pieno lockdown, rispettando le disposizioni ministeriali, con l’intento di tenere viva l’attenzione sulla musica. Un video che sulla gamma dei colori caldi ma sobri e con eleganti atmosfere minimal inserisce, quasi a sorpresa, immagini marine di famiglia in filmini super 8, sgranati e felici.

Stralci di un tempo passato. Ancora e sempre da srotolare. Quasi un amarcord. Che “Arriva”, come recita il titolo.

Scuola, su cosa sorvolare?

Forse sui nuovi banchi con le rotelle. Anche se… Davvero gli adolescenti con quelle ruote staranno immobili? E si è già pensato a come smaltire una catasta imponente di vecchi banchi, che nel frattempo occupano spazio, di questi tempi tanto agognato?

Potremmo forse glissare su chi controlla che cosa. La temperatura corporea sembra destinata a diventare affare di famiglia. E la mascherina col naso allegramente esposto, vezzo ormai largamente diffuso, andrà sanzionata interrompendo in modo metrico ogni tentativo di lezione? E il ricambio d’aria sarà garantito nonostante le lamentele dei discenti che hanno sempre freddo anche quando l’aria interna all’aula è asfittica e maleodorante?

Ma sono quisquilie, si può procedere su cose più serie. Forse sul numero alto di persone che si incroceranno sul trasporto pubblico tra le 8 e le 9 del mattino, rendendo una barzelletta il distanziamento sociale? Del resto ci siamo già allenati sui treni regionali di pendolari e vacanzieri.

Arrivo a dire che ormai faccio finta di nulla persino quando il Gotha televisivo, giornalisti politici e soloni vari, parla degli otto milioni di studenti che devono essere in sicurezza, dimenticandosi di altri due milioni di persone, docenti e personale scolastico, che di quei ragazzi si occupa materialmente.

Su cosa però non posso fare finta che “tutto va ben, tutto va ben”, è quando risento dire per l’ennesima volta che “in Italia dal 5 marzo non si sono più fatte lezioni”. A parte che le lezioni si tengono e non si fanno, perché nessuna trasmissione giornalistica ha la decenza di sentire la voce di qualche docente? Ma voi che pontificate sul tutto e sul nulla, dove eravate in quelle mattine in cui, attraverso le lezioni, a distanza solo per i devices usati, con i miei studenti si cercava di leggere la fatica virale del mondo, analizzando tracce del dramma attraverso testi antichi e parole che fungessero da nuova mappa? E che dire delle notti, in cui le mail di questi adolescenti mi giungevano con quel carico pesante di ansia, paura, dolore? Dove eravate quando quegli stessi ragazzi si preparavano con scrupolo e profondità al loro esame di stato in epoca Covid19?

E anche se, come dice Pessoa, “il poeta è un gran fingitore“, quando vi sento parlare della scuola non riesco più a far finta che tutto vada bene.