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Amo Pippi Calzelunghe. Da sempre.

Per quel suo modo di vivere in piena libertà, eppure con un ferreo codice etico. Aperta al mondo e al nuovo, ma capace di isolarsi per interi giorni. Energia vitale allo stato puro insieme a velate malinconie. Frenesia e silenzio. Fantasia e meditazione. Coraggio e indipendenza.

Una casa nel bosco, appena fuori dal villaggio, la mitica “Villa Villacolle” in cui regna un confuso e allegro disordine. Ad accogliere il viandante un profumo di biscotti appena sfornati, un cavallo a pois e una simpatica scimmietta, l’amato signor Nilsson.

Giornate ricche di avvenimenti quelle di Pippi, che vive sola ma ha due amici, i fratelli Tommy e Annika, che la adorano per quel suo modo sfrontato, insieme serio e leggero, di affrontare la vita.

È stata la mia compagna preferita di giochi nell’infanzia, il mio esempio di emancipazione nell’adolescenza, la mia filosofia di vita poco dopo. Al punto da sentirmi sempre un po’ Pippi Calzelunghe.

Forse è anche per questo che il suo sessantesimo genetliaco (nell’edizione italiana del libro di Astrid Lindgren) mi sorprende.

Perché ci illudiamo che il Tempo non sfiori i nostri eroi. Lasciando a noi umani bazzecole e quisquiglie come i compleanni.

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Il caso Cucchi visto da Makkox su “Il Foglio”

Come ha detto Ilaria Cucchi, un muro è crollato. Quello fatto di omertà, silenzi, bugie, depistaggi. E pestaggi. Ora non solo evidenti ma anche confessati.

Cosi la storia di Stefano Cucchi diventa paradigmatica di tante ingiustizie. Una storia italiana. In negativo.

Ma una storia italiana anche in positivo. Perchè ci ricorda con evidenza che ci sono persone che con determinata ostinazione lottano affinché la verità torni a galla dal fondo oscuro delle nefandezze.

In questa storia hanno il nome di Ilaria Cucchi e della sua famiglia che, insistendo nella ricerca dei colpevoli, ci fanno ancora credere nell’idea che la giustizia umana sia infine possibile.

La speranza è che si giunga a vedere chiaro anche per chi continua ad aspettare intorno ad altri nomi, protagonisti, loro malgrado, di vicende ancora oscure. Giulio Regeni e Ilaria Alpi sono due dei tanti nomi che ancora attendono verità.

Cinquantacinque anni fa, il 9 ottobre 1963, alle ore 22.39 una frana enorme si staccò dal monte Toc, “marcio” in friulano, precipitando sul bacino artificiale sottostante e provocando un’onda di 270 milioni di metri cubi di rocce, detriti e acqua che travolse i comuni di Erto e Casso e Longarone. Quasi duemila vittime e un paesaggio geografico cancellato.

Una tragedia annunciata, che si poteva evitare. Perché i rischi di quella costruzione avveniristica, la diga del Vajont, si conoscevano. Esattamente come quelli del Ponte Morandi di Genova.

Disastri già scritti, in nome del profitto economico. Senza tutela alcuna della vita umana e del suo naturale contorno.

Giocare e creare con la sabbia fa bene. A tal punto da diventare una terapia, la SandPlayTherapy. Che non utilizza paletta e secchiello bensì “quadri” realizzati con miniature tridimensionali disposte in modo libero in una sabbiera. Al fine di leggerle per aiutare le persone, specie quelle con difficoltà comunicative, a ritrovare il benessere psicologico.

Perché, come diceva Carl Gustav Jung, “spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto intorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente”.

Insomma, un piccolo giardino zen per raccontare le proprie emozioni. Antico rituale buddista per ristabilire la calma. Tracciando segni per ritrovare i propri passi.

Nella sua amata Provenza, già vestita dei colori d’autunno, si è spenta a 94 anni la voce di Charles Aznavour, lo chansonnier per antonomasia. Con oltre trecento milioni di dischi venduti in tutto il mondo.

Una voce unica e inimitabile, con quel timbro roco che lo rendeva immediatamente riconoscibile e che era dovuto, strano il destino, a problemi che aveva avuto da bambino alle corde vocali. E a vent’anni l’incontro fondamentale, quello con Edith Piaf che lo scopre e lo porta in tournée.

Profondamente francese ma legatissimo alle sue origini armene, era conosciuto ovunque, anche perchè cantava in ben sette lingue. Canzoni nelle orecchie di tutti, da “Quanto è triste Venezia” a “L’istrione”. Indimenticabile, persino per le generazioni più giovani, il suo brano “She”, colonna sonora del film “Notting Hill”.

Voglio morire vivo“, amava dire. Aggiungendo che avrebbe desiderato cantare fino a cento anni. Ci è andato molto vicino.

È da poco uscita l’edizione arricchita dell’album quarantennale di Antonello Venditti, quello più amato, “Sotto il segno dei pesci”.

Era l’8 marzo 1978. E conteneva tutta la speranza di una generazione.

Giovanni è un ingegnere che lavora in una radio
Ha bruciato la sua laurea, vive solo di parole
Ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore“.

Riavvolgendo il nastro, malinconia a parte per le note lontane e struggenti, quelle storie appaiono sempre attuali. Soprattutto nei desideri.

E anche allora, (forse esattamente come ora),

il rock passava lento sulle nostre discussioni”.

Strana storia quella di “Stoner”, il protagonista dell’omonimo romanzo di John Williams.

Storia semplice ma densa e magnetica. Non succede quasi nulla eppure ti senti da subito necessitato alla sua lettura, trattenuto da un fluire abilissimo di parole.

Un esempio? “A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra.”

E pensare che, pubblicato per la prima volta nel 1965, il romanzo non ebbe riscontro di pubblico. Forse perché troppo avanti. Ristampato nel 2003 si rivela infatti un fenomeno mondiale.

Come ha dichiarato lo scrittore inglese Ian McEwan, la storia di Stoner “è una vita minima da cui John Williams ha tratto un romanzo davvero molto bello. Ed è la più straordinaria scoperta per noi fortunati lettori.”