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Stasera l’aria è fresca
potrebbero venirmi dei pensieri
più dolci del vino che bevi
più chiari delle tue risposte.” 

Collego questa canzone di Goran Kuzminac, ad un tempo lontano. Un tempo in cui, insieme a mia sorella, cinguettavo questi versi con quella leggerezza inconscia che ci caratterizza, se siamo fortunati, quando l’io è ancora bambino.

Mi piaceva, ci piaceva, quell’aria fresca quasi dispersa tra vino e pensieri. Che ci apparivano adulti, quindi futuri. E perciò, in quella finestra temporale, seduttivi.

Anche nel presente, seppur raramente, ci capita di canticchiarla, sempre in quella strofa. Fresca e sospesa. Mai del tutto compresa.

Perciò grazie Kuzminac. Che l’aria ti sia fresca.

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Ad un mese dal tragico crollo del ponte Morandi a Genova, prendo a prestito il pensiero di uno scrittore atipico e geniale quale Guido Ceronetti, appena scomparso, per riflettere sulla fragilità. Delle cose e del pensare. Come lui scriveva:

Uscire dalla città, a piedi, è faticosissimo. T’investe la lava bollente del brutto, del rumore, strade sopra strade, tremendi ponti di ferro, treni, camion, Tir, corsie con sbarramenti, impraticabili autostrade, un vero teatro di guerra.

E a Genova tanto è ancora tale. Fragile e mortale.

Ritorno a scuola

Norman Rockwell, “American School” – 1946

Ritorno a scuola.

Ma, pay attention, non inteso come back to school”, espressione che ricade a pioggia sull’intera società nella ripresa dei suoi ritmi, familiari, televisivi, infrastrutturali. In virtù del sostantivo, “ritorno” appunto, che conduce nuovamente tutti, obtorto collo, tra i banchi degli edifici scolastici.

Intendo invece “ritorno” come verbo al tempo presente in prima persona singolare. “Io ritorno a scuola”. Già. Per un altro anno scolastico. Quasi alla stregua di quei ripetenti per cui sembra perso il verso, mai del tutto contrario ma un po’ ostinato sì, di imparare.

E così, “ritorno” a scuola. Verbo peraltro intransitivo, che in realtà di intransitivo ha proprio nulla. Perché tutto a scuola, anche nel suo ritorno, è sempre transitivo, “apre cammino”. Almeno in quell’idea di “entrare”, ancora una volta, in un luogo in cui i pensieri si concepiscono attraverso gli incontri delle menti, fino a vederli con fatica e soddisfazione partorire. Tra gioia e sofferenza. Vita che pulsa. Sorrisi e malinconie, successi e frustazioni, traguardi e ripartenze.

Eterni ritorni. Resi fecondi dal fluire condiviso dei giorni.

Ps: buon anno scolastico a tutti. Anche a chi, solo di sguincio, intravede la Scuola.

Steve McCurry, “Twin Towers 9/11” – 2001

– Perché nessun caccia americano quella mattina si avvicinò agli aerei dirottati come previsto dalla prassi?

– Perché nessun capo della sicurezza aerea fu mai indagato né rimosso dal proprio incarico?

– Perché non si trovò assolutamente nulla dell’aereo caduto sul Pentagono, se non un buco d’entrata e uno di uscita?

– Perché solo una buca nel terreno e nessun rottame a testimoniare l’avvenuta caduta dell’aereo precipitato in Pennsylvania?

– Perché l’edificio numero 7 del World Trade Center crollò pur senza esser stato colpito da alcun aereo?

– Perché tutti e tre gli edifici del WTC caddero in verticale e tanto in fretta, senza rispettare le leggi della fisica e senza danneggiare gli edifici circostanti?

– Perché ancora tanti perché senza risposta?

Le famiglie delle quasi tremila vittime continuano a porre tali domande. Ma nessuno ha mai risposto loro. Né a tutti noi.

A vent’anni dalla precoce perdita di Lucio Battisti, figura indimenticabile della musica leggera italiana del secondo novecento, desidero ricordarne lo spessore artistico, la fervida creatività e le intuizioni geniali che hanno dato vita a opere intramontabili.”

Le parole usate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a ricordo di Lucio Battisti sottolineano l’eredità artistica senza tempo del cantore di “Acqua azzurra, acqua chiara”.

Che ha dato vita, insieme al grande paroliere Mogol, a dipinti di note, con racconti di storie semplici ma impresse a fuoco nella memoria di ciascuno. A tal punto che, appena parte l’attacco delle sue canzoni, le parole fluiscono immediatamente, tra ricordi ed emozioni. In un canto libero. In cui alcuni versi sono diventati modi di dire, soprattutto quando la voce ci manca: “Che ne sai tu di un campo di grano?”, “Tu chiamale se vuoi, emozioni”, “Ancora tu, ma non dovevamo vederci più?” , “Lo scopriremo solo vivendo.

Del resto, di fronte a quella poesia in musica che è “I giardini di marzo”, i vent’anni senza Lucio Battisti vengono surclassati dal suo esserci. Come ricordò lo stesso musicista nella sua ultima intervista, datata 1979, “L’artista non esiste. Esiste la sua arte.” Che parla per lui. Per sempre.

Il titolo del post per ricordare un valente attore americano, Burt Reynolds, che proprio attraverso “Un tranquillo weekend di paura” si fece conoscere e apprezzare, diventando presto il prototipo del maschio virile. Aggiungendo poi un paio di baffi e sfruttando un notevole carisma, andò oltre quel “weekend”, per approdare in altri film di successo, fino alla nomination all’Oscar per “Boogie Nights”.

Ma altro timore abita questo weekend per l’italiano medio che ha ancora a cuore le sorti del proprio Paese.

Lo sbotto social, del tutto privo di senso logico e istituzionale, del nostro (?) Ministro dell’Interno, per cui essere votati dal popolo ti colloca, in automatico, al di sopra della legge. In barba al più elementare vademecum di democrazia e rispolverando le antiche pratiche dei sovrani assoluti. C’è di che aver paura, forse persino Terrore. Con Robespierre a rivendicarne la paternità.

Cosa dire poi di quel piccolo ma simbolico incidente occorso a Castellucci, l’ad di Autostrade, che toccando il modellino del nuovo ponte di Genova firmato Renzo Piano lo rompe? Che potente metafora della colpa già evidente nel crollo del vecchio ponte! E forse anche un sinistro avviso sull’intervento (ancora?) di Autostrade nella prossima costruzione.

Nonostante, buon weekend a tutti.

La canzone estiva dei “The giornalisti” mi è piaciuta al primo ascolto. Merito del ritmo indovinato. E di un video strutturato in soggettiva, tale da rimanere impresso per gli enne ascolti successivi.

Ma ad avermi colpito è stata l’associazione tra la “felicità” e quell’epiteto che la rende di tutti senza essere in fondo di nessuno, se non per poco tempo.

È la possibilità di una Felicità “Bocca di rosa” ad avermi immediatamente e definitivamente conquistato.