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Oltre ad essere uno scrittore da Pulitzer, con la capacità rabdomantica di cogliere la fragilità del sogno americano, Sam Shepard era anche un bravo attore. Uno di quelli, rari, che danno luce a chi gli recita intorno, sottraendosi pur essendoci.

Per questo Sam Shepard mi piaceva. Mi restituiva l’idea di un uomo per bene, sensibile, bello davvero. Forse anche in virtù dei suoi conflitti interiori, a cui cercava di venire a patti senza le esternalizzazioni, quelle attorali davvero, del nostro consumato tempo.

E lo faceva, oltre che con segni grafici di indubbio valore, anche con gesti semplici di umano valore.

Ieri sott’acqua ho visto, quasi per caso, due pesciolini che sul fondo sabbioso giocavano a rincorrersi facendo girotondo.

Zampillavano a rimpiattino umani sentimenti: spensieratezza, gioia, leggerezza. Con un brindisi naturale di bollicine salate.

E io, di nascosto, a spiare quella semplice felicità. Con un brindisi adorante di limitate bollicine mie.

Adieu, Jeanne Moreau

Jeanne Moreau. Bella, libera, sensuale.

“Le tourbillon”, come cantava lei stessa in quel film capolavoro di François Truffaut, “Jules e Jim”, che la consacrò icona della Nouvelle Vague. 

Ma anche icona di stile, femminilità, capacità interpretativa. Con una luce argentina nello sguardo, a conferma di un autentico sorriso interno, che andava ben oltre quello pubblico.

Ci restano i suoi ruoli, indimenticabili. E la sua Catherine, contesa-amata da Jules e Jim, che ha tratteggiato un nuovo modello di donna. Ribelle, appassionata, fiera. Quella sua felice corsa sul ponte, travestita da uomo, inseguita dai suoi uomini, regala ogni volta buona energia per il cuore.

spigola

La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come un aereo quando lo vedi sbucare ancora silenzioso nel cerchio tranquillo del mattino. L’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese – è vicina, vicinissima, a tiro. La Grande Occasione- L’aletta dell’arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto tra le branchie e le spine dorsali. Sta per tirare – sarà più di dieci chili, attento, non si può sbagliare! – e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile. La spigola passa lenta, come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d’ombra, nel buio degli scogli. Adesso sta inseguendo la Grande Occasione Mancata. Per lunghi oscuri corridoi sottomarini, ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo. Man mano che si abitua a quel morto chiarore distingue le poltrone del salotto, il lungo tavolo di legno scuro, il paralume verde, il divano, la macchia di caffè sul cuscino giallo. La spigola deve essere scomparsa in qualche angolo buio, dietro quel cassettone o nella stanza di là, sotto il letto dove lui ora sta dormendo. Ma non importa più, ormai ci siamo, eccola La Scena. Si presenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina – anche il battito del cuore! – vicina, con l’occhio marino aspettando. E poi offesa? stupita? incredula? prontamente disinvolta comunque, eccola di nuovo seduta sul letto pettinandosi, per sempre lontanissima, che tenta di superare l’imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante – luminosi come sulla spiaggia nella note di Capodanno! – lui senza vita e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t’immagini le facce? le risate? le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con La Grande Occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena.

Incipit “Ferito a morte” di Raffaele La Capria.

Federico Seneca, “Fano – stazione balneare” (1924)

Antica stazione balneare.

Tempo liquido di mare.

Grazia celata nel nuotare.

Ho da poco seguito un corso di aggiornamento dell’Ordine giornalisti riguardante le “fake news”.

E ho imparato che le stesse sono aumentate da quando Donald Trump è diventato Presidente (una vera notizia!), che ci sono sempre state seppur con altri nomi (leggi “bufale”), che la Rete è il luogo privilegiato della loro gestazione (sempre più breve), che il controllo delle fonti continua ad essere il primo antidoto (davvero?).

Ma soprattutto ho riflettuto su come tutto, sempre, può avere un altro significato cambiando punto di vista. “I viaggi di Gulliver” restano in tal senso un buon vademecum.

Mi è così tornato in mente un video-chicca alquanto ironico del cantautore Brunori Sas, “Mambo reazionario”. Ogni notizia può essere trasformata in un’altra, giocando con allegria. Senza i danni collaterali delle fake news.

Freud a spasso

Stralcio di conversazione captata al volo per strada tra due uomini adulti: “Quell’assuefazione che è l’archetipo della passione che li divora.”

Significato? I don’t know. Però provate a ripeterlo. È musicale, quasi un mantra. Perché si tratta di due inconsapevoli endecasillabi.