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Posts Tagged ‘libertà’

Nei giorni (che poi erano notti) più cupi e chiusi e stretti del lockdown, tra le immagini a cui riandavo per bere spazio e libertà e benessere c’era il mio acquario.

La boccia in cui sono solita immergermi nei giorni torridi del calendario, nel mare piccolo delle mie estati belle, quelle in cui il passo adolescenziale appena intravedeva sullo sfondo, sfocato, lo scollinamento adulto.

Aver ritrovato tutto in ordine, pesci e fondo e trasparenza, quell’acquario senza pareti, è stata gioia pura. Come l’abbraccio infine sciolto con l’amico di sempre. Senza alcuna restrizione né timore né remora. Solo gioia. Con le occhiate, grandi e piccole, a circondarmi a frotte. Equoreo benvenuto.

Ps: e poi la sorpresa. Ho seguito, nel mondo di sotto, un improvviso bagliore argenteo, ritrovandomi in un banco di grossi pesci, che pinneggiavano con forza seguendo una precisa direzione. Accogliendomi come parte del gruppo. Fintanto almeno che le branchie mie lo hanno permesso.

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Mi piace continuare a pensarla così, Silvia Romano. Felice, quasi radiosa, con i “suoi” bambini, vestita dei colori dell’Africa, tramonto e terra bruciata.

Mi piace continuare a pensarla così, Silvia Romano. Con quei lunghi diciotto mesi di prigionia da mettere tra parentesi, al fine di tornare lentamente alla coscienza della propria ritrovata libertà. Che è il terreno indispensabile per compiere delle scelte, anche le più radicali, come una “conversione”, nel suo etimo “volgersi”, “cambiare strada”. Decisione che è possibile porre in atto solo se altre strade sono praticabili, se si possono appunto scegliere.

Mi piace continuare a pensarla così, Silvia Romano. Coi suoi sogni pronti a realizzarsi ancora. Con le sue scelte, da lei liberamente agite, da spiegare proprio a nessuno. E felice, quasi radiosa. Ancora.

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Nella sua “La Ballata del 25 aprile” il poeta Alfonso Gatto scriveva:

“Uscì la primavera dall’oscura/ notte d’aprile e rivedemmo il giorno./ In Piazza Tricolore, tutti intorno/ alla vecchia bandiera, i patrioti /— popolani ragazzi visi ignoti —/ uscivano dai libri delle scuole, dalle Cinque Giornate incontro al sole/ della mattina, incontro agli operai.

Era la libertà che non fu mai/ così vera, decisa. Dal suo lutto/ che in ogni casa ricordava il vuoto/ dei morti, degli assenti nell’ignoto/ viaggio verso i lager, con tutto/ il suo pianto segreto, il duro strazio/ di non sapere, confermava l’uomo/ umano nel suo vivere lo spazio,/ della misura che l’accoglie: voce/ di sé per tutti in ogni voce, duomo,/ casa, fabbrica, scuola, amore,/ foce del grande fiume verso la sorgente.

Era la libertà che non ha niente/ e dà nome alle cose, tocca i vivi,/ li scuote a dirli vivi più dei vivi./ Ci toccavamo increduli, era vera/ la terra, vero il cielo, e nella sera/ da braccia a braccia passavamo stretti/ nel ballo dietro i canti e gli organetti.

E per la libertà voglio che il mare/ non abbia fine e che l’aprile sia/ per tutti quella grande primavera/ che noi vedemmo uscendo sulla via/ con la falcata sempre più leggera,/ correndo senza peso alla parola/ dell’uomo solo che non è più sola:/ Italia, patria senza monumento,/ vita che vive, spazio, luce, vento.”

Quale lezione di Resistenza il 25 aprile…

Ieri, oggi, sempre.

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Nuotano in banchi molto fitti ma disciplinati le sardine. Quel rapido muoversi in aggregazione compatta mi ha sempre affascinato. E quando sott’acqua le incontro, un’argentea nuvola policroma, per me è sempre meraviglia.

L’umano “movimento delle sardine” mostra la stessa caratteristica affiliativa del loro corrispettivo ittico. In forma di flash mob si riuniscono in piazza, è già successo a Bologna e Modena e altre città si preparano, manifestando senza bandiere politiche la loro lontananza da popularismi, razzismi, volgarismi. Insomma dalle forme barbare che sembra prediligere il nostro tempo.

Cosa possono diventare? Chissà. Per ora nuotano in mare aperto a frotte, nel nome di valori civili condivisi. Affinché quei valori fondanti della nostra civiltà non siano travolti dalle urla smodate di alcune sirene.

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Si sentiva da giorni che qualcosa stava per succedere. E che infine quel famigerato muro divisorio di Berlino, dell’Europa, del mondo aveva concluso il suo tempo.

Così la notte del 9 novembre 1989 è “semplicemente” Libertà. Un flusso inarrestabile di tedeschi dell’est si riversa all’ovest, tra abbracci e applausi.

Tanti i ragazzi che si arrampicano sul Muro tirandosi su a vicenda. E i primissimi “Mauerspechte” a lavorare di piccone e martello. Con due milioni di persone in tre giorni a passare il confine, decretando un nuovo inizio.

Resta un lungo tratto di muro, poco più di un chilometro, a ricordare quanto è stato. Si trova in Mühlenstrasse, è la più lunga galleria d’arte all’aperto al mondo, la East Side Gallery, e ospita oltre cento dipinti murali originali fatti da artisti provenienti da ogni parte del globo, accorsi a Berlino per celebrare la caduta del Muro. A memoria.

Der Mauerspringer, Gebriel Heimler

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Riders entrambi. Felice Gimondi e Peter Fonda.

E simboli entrambi di un’altra era. Che grondava fatica e anelava libertà. Coi sogni da incidere sulle strade.

Felice Gimondi è storia del ciclismo. In sfida continua con Eddy Merckx il Cannibale, vincitore di tutti e tre i grandi Giri, Giro d’Italia (per tre volte), Tour de France e Vuelta in Spagna, nonché campione del mondo nel 1973. Ma senza mai darsi arie, gentile, riservato e forse felice come il suo nome.

Peter Fonda è l’icona stessa di un film, “Easy rider”, simbolo di una generazione. Una pellicola manifesto della cultura hippie degli anni ’60 che ebbe il suo culmine con Woodstock, di cui ricorre in questi giorni il cinquantesimo. Quel 1969 reso mitico proprio con il “road movie” di Peter Fonda, un inno del protagonista “Capitan America” alla libertà.

Che le loro corse, vento nei capelli, possano continuare nelle Superiori Praterie.

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“Mentre ero lassù (guardando giù)” – Photo by Ester Maero

Ad un mese dalla mia avventura in terra newyorkese, tento di capire quanto abbia mutato il mio paesaggio interiore muovere i primi passi nel Nuovo Mondo.

Cosa ha significato per me mordere, gustare, digerire, assimilare la Grande Mela?

È stato l’incontro con un mondo in continuo movimento. Rigenerante però, mai delirante. Per la sensazione che tutto può accadere, in qualsiasi momento. E che ogni cosa forse è possibile.

Provando l’ebbrezza di sentirsi al centro del mondo insieme a chi ti sta intorno, in completa integrazione e con un culto speciale per la libertà. Senza mai invadere l’altro. Usi, cibi, costumi, parole a convivere pelle a pelle, in un energetico melting pot.

Un luogo in cui è forte l’esperienza di straniamento, quasi vivessi ogni ora su un set cinematografico. Che è pur vero, perché in ogni dove vedi pellicole già viste sbobinarsi: “Manhattan”, “Taxi driver”, “Harry ti presento Sally”, “Colazione da Tiffany”, “C’è posta per te”, “Il maratoneta”, “C’era una volta in America”.

Come se, anche essendoci dentro, in New York City, non ci credessi mai del tutto. Lo descrive bene il giornalista  del “New Yorker” Adam Gopnik: “Perfino quando ci stabiliamo qui a New York, in qualche modo questa città sembra sempre un luogo a cui aspirare”.Tra grattacieli, hot dogs, frenesia, potenzialità.

Uno stato della mente, come ho letto un giorno in un caffè. Uno skyline di energia emotiva.

“Mentre ero là (guardando da qua) – Photo by Ester Maero

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Neil Aldridge, “Aspettando la libertà” (2017) – 1°premio categoria Ambiente “World Press Photo 2018”

Ultimi giorni torinesi per la mostra internazionale “World Press Photo 2018”, il concorso più prestigioso di fotogiornalismo.

Quest’anno la foto vincitrice assoluta è di Ronaldo Schemidt che, durante una manifestazione di protesta contro il presidente venezuelano Maduro, ha immortalato un ragazzo con una maglietta che sta prendendo fuoco.

La mia preferita è però quella di Neil Aldridge, vincitrice nella categoria “Ambiente”. Ritrae un rinoceronte bianco sottratto ai bracconieri, sedato e bendato, perché in attesa di tornare alla sua naturale libertà. In Botswana, al Delta dell’Okavango.

Mi hanno incantato i semplici ma intensi cromatismi: un unico tocco rosso su campo grigio. Una mascherina per riposarsi ad un gigante della savana. Il pericolo scampato e un unico sogno, la libertà.

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Amo Pippi Calzelunghe. Da sempre.

Per quel suo modo di vivere in piena libertà, eppure con un ferreo codice etico. Aperta al mondo e al nuovo, ma capace di isolarsi per interi giorni. Energia vitale allo stato puro insieme a velate malinconie. Frenesia e silenzio. Fantasia e meditazione. Coraggio e indipendenza.

Una casa nel bosco, appena fuori dal villaggio, la mitica “Villa Villacolle” in cui regna un confuso e allegro disordine. Ad accogliere il viandante un profumo di biscotti appena sfornati, un cavallo a pois e una simpatica scimmietta, l’amato signor Nilsson.

Giornate ricche di avvenimenti quelle di Pippi, che vive sola ma ha due amici, i fratelli Tommy e Annika, che la adorano per quel suo modo sfrontato, insieme serio e leggero, di affrontare la vita.

È stata la mia compagna preferita di giochi nell’infanzia, il mio esempio di emancipazione nell’adolescenza, la mia filosofia di vita poco dopo. Al punto da sentirmi sempre un po’ Pippi Calzelunghe.

Forse è anche per questo che il suo sessantesimo genetliaco (nell’edizione italiana del libro di Astrid Lindgren) mi sorprende.

Perché ci illudiamo che il Tempo non sfiori i nostri eroi. Lasciando a noi umani bazzecole e quisquiglie come i compleanni.

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“Dopo venti anni di regime e dopo cinque di guerra, eravamo ridiventati uomini con un volto solo e un’anima sola. Eravamo di nuovo completamente noi stessi. Ci sentivamo di nuovo uomini civili. Da oppressi eravamo ridiventati uomini liberi. Quel giorno, o amici, abbiamo vissuto una tra le esperienze più belle che all’uomo sia dato di provare: il miracolo della libertà.”

Norberto Bobbio (filosofo italiano, nel 1942 aderí al  Partito d’Azione).

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