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Posts Tagged ‘libertà’

Riflettendo sul 25 aprile, Anniversario della Liberazione d’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista, viene da soffermarsi, in questo anno, sul tempo che gira stretto intorno a tale data, tanto fondante per il nostro Paese.

Appresso al 25 aprile sta il 26 aprile, che nel corrente anno pandemico è il giorno iniziale di una serie di riaperture, che portano con sé un messaggio subliminale, ma deviante, di “liberi tutti”. E così si va associando una ricorrenza storica, quella della “Liberazione da”, a quella della “Libertà di”. Ma tenere separate date e parole ci permette di continuare a vedere e trasmettere le differenze tra situazioni, come quelle tra un regime e un virus.

E ancora a proposito di tempi intorno al 25 aprile, ieri 24 aprile si è spenta un’artista italiana, Milva, che tanto lustro ha dato al nostro Paese, con voce sublime e presenza scenica. Ecco, che “La Rossa” se ne sia andata qualche ora prima della “Festa della Liberazione”, a cui dedicò una famosa “Bella ciao”, lei che diceva “ho un debole per i canti della libertà“, fa pensare ad un filo tenacemente steso tra i pensieri intorno a questa storica giornata.

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Ci piaccia o meno, stiamo diventando alberi. Ovvero, esseri animati che non si muovono.

Gli alberi infatti sono fermi. Dalla nascita alla fine. Tutti i loro tentativi, anche estremi, per raggiungere aria e acqua e luce in condizioni di difficoltà, non vanno oltre l’allungamento di radici e rami. Ma stando sempre fermi nel posto d’origine. Così è la specie vegetale.

Alla specie animale, tra cui noi umani, è invece connaturato il movimento. Da subito, da sempre. La limitazione di libertà ci rende infatti captivi. Cioè “prigionieri” e quindi “cattivi”. A differenza delle piante sentiamo la necessità di andare a cercare luce, fosse anche sapendo già di dover attraversare il buio.

Passo, cammino, ricerca sono inscritti nella nostra, pur sempre imperfetta, genia.

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È trascorso un anno, un lunghissimo anno, dall’arresto di Patrick Zaki in Egitto, e in tutto il mondo si moltiplicano le manifestazioni affinché Zaki, attivista per i diritti umani, sia scarcerato.

Oggi in diversi comuni italiani saranno affissi dieci manifesti vincitori di “Free Patrick Zaki, prisoner of conscience”, edizione speciale del concorso internazionale di comunicazione sociale “Poster For Tomorrow”.

Riccardo Nouri portavoce di Amnesty International Italia, che ha seguito fin dall’inizio il caso, ci ricorda che la legge egiziana permette di prolungare la detenzione preventiva sino a due anni. E osserva: “La meglio gioventù che va all’estero viene considerata una minaccia dal regime egiziano“.

Amr Abdelwahab, ingegnere informatico amico di Zaki dai tempi dell’università, perseguitato come lui, nel 2015 è dovuto fuggire dall’Egitto. Continua da Berlino la sua battaglia per liberare Patrick, facendo questo appello: “Chiedo alle persone libere del mondo di combattere la propria battaglia per garantire che i loro governi non sostengano le dittature: ovunque, non solo in Egitto. Prego le persone di ricordare che i prigionieri politici in Egitto non sono solo numeri e statistiche, ma persone con una famiglia e una vita. La peggiore paura di un prigioniero politico, in ogni momento, è quella di essere dimenticato. Patrick è in prigione per un motivo e questo motivo è che lui sostiene e combatte sempre per le cose giuste. Le dittature devono capire che arrestare persone come Patrick, semplicemente, rende sempre più grande il loro messaggio”.

Libertà per Patrick Zaki.

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Disegno di Thomas Geve

Scrive Thomas Geve in “Qui non ci sono bambini. Un’infanzia ad Auschwitz”: “Avevo tredici anni quando fui mandato ad Auschwitz con mia madre. Era la fine di giugno del 1943. Poiché dimostravo più della mia età, ebbi la fortuna di essere considerato abile al lavoro. I bambini sotto i quindici anni erano inviati direttamente alla camera a gas. A parte un altro ragazzo, uno zingaro di nome Jendros, allora ero il più giovane dei 18000 internati nel campo di Auschwitz I. Avevo il numero di matricola 127003. Mia madre fu mandata a Birkenau e lavorava alla fabbrica «Union». Purtroppo non sopravvisse. Dopo l’evacuazione di Auschwitz sono stato nel campo di Gross-Rosen, nel gennaio del 1945, e poi a Buchenwald, dove sono stato liberato l’11 aprile 1945. Prima di quel giorno non avevo mai conosciuto la libertà.

Ero gravemente debilitato e avevo perso le unghie dei piedi per l’attrito contro gli zoccoli di legno e per la denutrizione. Troppo malridotto per lasciare la mia baracca, il blocco 29, quello dei prigionieri antifascisti tedeschi, vi rimasi più di un mese dopo la liberazione del campo. Fu allora che eseguii una serie di settantanove disegni miniaturizzati, a colori, delle dimensioni di una cartolina, per illustrare i vari aspetti della vita in campo di concentramento. Li feci essenzialmente con l’intento di raccontare a mio padre la situazione cosi com’era realmente stata.”

Come disse Primo Levi, “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.”

Disegno di Thomas Geve

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È una questione di parole. Ma anche di fatti.

Il globale lockdown ci ha imposto la cattività, sperimentando così la condizione di animali in gabbia.

Una volta tornati, almeno in parte, liberi ci stiamo scoprendo meno tolleranti e comprensivi, più diffidenti e suscettibili. Spirito di adattamento quasi azzerato, capacità relazionale non pervenuta. In una parola siamo diventati più cattivi. Già.

Ma i nomi sono conseguenti alle cose, come affermavano gli antichi.

Non è un caso che il “captivus” fosse originariamente il “prigioniero”. Che in condizioni di sottratta libertà diventa, suo malgrado, “cattivo”. Quando non lo si voglia considerare già a priori cattivo per il fatto stesso di essere prigioniero (possiamo dimenticarci dell’incredibile caso George Floyd?).

Ma la domanda è: chi rende il prigioniero tale?

Ps: purtroppo con la pandemia è anche aumentato il tasso di superbia scientifica nelle categorie più disparate: politici (proprio mai sforzarsi di pensare al bene comune?), tenori (e dedicarsi semplicemente al bel canto?), gente comune (che dire delle feste organizzate solo per dimostrare che il virus non c’è?), e persino alcuni virologi per i quali i contagiati non sono malati (sob!) se non all’1%. A quando l’amena negazione della terrestre rotazione?

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Nei giorni (che poi erano notti) più cupi e chiusi e stretti del lockdown, tra le immagini a cui riandavo per bere spazio e libertà e benessere c’era il mio acquario.

La boccia in cui sono solita immergermi nei giorni torridi del calendario, nel mare piccolo delle mie estati belle, quelle in cui il passo adolescenziale appena intravedeva sullo sfondo, sfocato, lo scollinamento adulto.

Aver ritrovato tutto in ordine, pesci e fondo e trasparenza, quell’acquario senza pareti, è stata gioia pura. Come l’abbraccio infine sciolto con l’amico di sempre. Senza alcuna restrizione né timore né remora. Solo gioia. Con le occhiate, grandi e piccole, a circondarmi a frotte. Equoreo benvenuto.

Ps: e poi la sorpresa. Ho seguito, nel mondo di sotto, un improvviso bagliore argenteo, ritrovandomi in un banco di grossi pesci, che pinneggiavano con forza seguendo una precisa direzione. Accogliendomi come parte del gruppo. Fintanto almeno che le branchie mie lo hanno permesso.

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Mi piace continuare a pensarla così, Silvia Romano. Felice, quasi radiosa, con i “suoi” bambini, vestita dei colori dell’Africa, tramonto e terra bruciata.

Mi piace continuare a pensarla così, Silvia Romano. Con quei lunghi diciotto mesi di prigionia da mettere tra parentesi, al fine di tornare lentamente alla coscienza della propria ritrovata libertà. Che è il terreno indispensabile per compiere delle scelte, anche le più radicali, come una “conversione”, nel suo etimo “volgersi”, “cambiare strada”. Decisione che è possibile porre in atto solo se altre strade sono praticabili, se si possono appunto scegliere.

Mi piace continuare a pensarla così, Silvia Romano. Coi suoi sogni pronti a realizzarsi ancora. Con le sue scelte, da lei liberamente agite, da spiegare proprio a nessuno. E felice, quasi radiosa. Ancora.

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Nella sua “La Ballata del 25 aprile” il poeta Alfonso Gatto scriveva:

“Uscì la primavera dall’oscura/ notte d’aprile e rivedemmo il giorno./ In Piazza Tricolore, tutti intorno/ alla vecchia bandiera, i patrioti /— popolani ragazzi visi ignoti —/ uscivano dai libri delle scuole, dalle Cinque Giornate incontro al sole/ della mattina, incontro agli operai.

Era la libertà che non fu mai/ così vera, decisa. Dal suo lutto/ che in ogni casa ricordava il vuoto/ dei morti, degli assenti nell’ignoto/ viaggio verso i lager, con tutto/ il suo pianto segreto, il duro strazio/ di non sapere, confermava l’uomo/ umano nel suo vivere lo spazio,/ della misura che l’accoglie: voce/ di sé per tutti in ogni voce, duomo,/ casa, fabbrica, scuola, amore,/ foce del grande fiume verso la sorgente.

Era la libertà che non ha niente/ e dà nome alle cose, tocca i vivi,/ li scuote a dirli vivi più dei vivi./ Ci toccavamo increduli, era vera/ la terra, vero il cielo, e nella sera/ da braccia a braccia passavamo stretti/ nel ballo dietro i canti e gli organetti.

E per la libertà voglio che il mare/ non abbia fine e che l’aprile sia/ per tutti quella grande primavera/ che noi vedemmo uscendo sulla via/ con la falcata sempre più leggera,/ correndo senza peso alla parola/ dell’uomo solo che non è più sola:/ Italia, patria senza monumento,/ vita che vive, spazio, luce, vento.”

Quale lezione di Resistenza il 25 aprile…

Ieri, oggi, sempre.

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Nuotano in banchi molto fitti ma disciplinati le sardine. Quel rapido muoversi in aggregazione compatta mi ha sempre affascinato. E quando sott’acqua le incontro, un’argentea nuvola policroma, per me è sempre meraviglia.

L’umano “movimento delle sardine” mostra la stessa caratteristica affiliativa del loro corrispettivo ittico. In forma di flash mob si riuniscono in piazza, è già successo a Bologna e Modena e altre città si preparano, manifestando senza bandiere politiche la loro lontananza da popularismi, razzismi, volgarismi. Insomma dalle forme barbare che sembra prediligere il nostro tempo.

Cosa possono diventare? Chissà. Per ora nuotano in mare aperto a frotte, nel nome di valori civili condivisi. Affinché quei valori fondanti della nostra civiltà non siano travolti dalle urla smodate di alcune sirene.

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Si sentiva da giorni che qualcosa stava per succedere. E che infine quel famigerato muro divisorio di Berlino, dell’Europa, del mondo aveva concluso il suo tempo.

Così la notte del 9 novembre 1989 è “semplicemente” Libertà. Un flusso inarrestabile di tedeschi dell’est si riversa all’ovest, tra abbracci e applausi.

Tanti i ragazzi che si arrampicano sul Muro tirandosi su a vicenda. E i primissimi “Mauerspechte” a lavorare di piccone e martello. Con due milioni di persone in tre giorni a passare il confine, decretando un nuovo inizio.

Resta un lungo tratto di muro, poco più di un chilometro, a ricordare quanto è stato. Si trova in Mühlenstrasse, è la più lunga galleria d’arte all’aperto al mondo, la East Side Gallery, e ospita oltre cento dipinti murali originali fatti da artisti provenienti da ogni parte del globo, accorsi a Berlino per celebrare la caduta del Muro. A memoria.

Der Mauerspringer, Gebriel Heimler

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