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Posts Tagged ‘libertà’

Resistenza, Libertà, Costituzione.

Tre parole cui rendere omaggio, ricordando.

Perché la Resistenza, come scriveva Beppe Fenoglio ne “Il partigiano Johnny”, è un’esperienza “assoluta“, che trascende il tempo. Quando Johnny guardò per l’ultima volta il viso del partigiano Tito, “ci vide un sigillo di eternità, come fosse un greco ucciso dai Persiani due millenni avanti“.

Perché la Libertà, nelle parole di Piero Calamandrei intimandoci a ricordare, “è come l’aria: ci si accorge quanto vale quando comincia a mancare”.

Perché la Costituzione, come sottolineava Sandro Pertini, “è un buon documento, ma spetta ancora a noi fare in modo che certi articoli non rimangano lettera morta, inchiostro sulla carta. In questo senso la Resistenza continua.”

Ecco perché il 25 aprile è data costitutiva per noi italiani. Da tenere impressa e stretta. A monito.

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Patrick Zaki, appena scarcerato, abbraccia la sorella

Finalmente!

Finalmente, dopo la notizia di ieri della scarcerazione di Patrick Zaki, le prime immagini rassicuranti e felici dello studente egiziano dell’Università di Bologna in libertà dopo 22 mesi di detenzione preventiva con accuse ancora ad oggi poco chiare, di diffusione di notizie false dentro e fuori il paese”.

Ora Patrick è libero, seppur non assolto. Le accuse restano e Zaki dovrà presentarsi a un’udienza che si terrà il primo febbraio del nuovo anno.

Per ora la gioia di poter vedere Patrick Zaki non più detenuto e tra le braccia dei suoi cari. Con l’augurio affettuoso che possa presto riabbracciare anche la sua amata Bologna.

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Quando sento dire che le parole sono solo parole mi allarmo. E poi mi arrabbio. Perché parlare se si tratta solo di aria? Perché usare parole privandole del loro significato? Perché riempire i vuoti se i pieni non sono tali? Del resto i social, sempre più incubatori ed amplificatori di parole vuote, di ciò si nutrono. Innescando infiniti giri di giostra a basso divertimento e a zero utilità. Ma ad aumento esponenziale di confusione mentale. E la pandemia, purtroppo, è stata e continua ad essere terreno di coltura per tale caos.

In questi giorni torna in scena, purtroppo, la parola “lockdown”, già parola dell’anno 2020. Sembrava che su tale termine “chiuso” potesse nel 2021 avere la meglio quel termine più “aperto” al futuro e al vivibile che è “vaccino”. E in parte è stato così. I numeri, più oggettivi delle parole, fanno emergere le differenze dallo scorso autunno. Eppure…

Eppure l’impressione è che stiamo entrando in un tempo a spirale in cui, seppur con scenari diversi, certi meccanismi sembrano inceppati in un inquietante “loop” distopico. In cui le parole sembrano svuotarsi sempre più, a primo impatto, del loro significato. Quando in realtà sono sempre gravide del loro “pieno”. Ovvero di tutto ciò che portano, e comportano, col loro semplice suono. Dalla implicita “perdita di libertà” in “lockdown” allo “scudo immunitario” nel “vaccino”, fino al “ciclo chiuso e ripetitivo” del “loop”. E se ogni “parto” comporta  una “nascita”, la stessa chiede spazio, mentale e fisico, per prendere “aria”. Affinché sia vissuta “piena” e consapevole, come ogni parola che usiamo.

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Honoré Daumier, “La rivolta” – 1860

Qualche pensiero a proposito del sabato di guerriglia urbana avvenuto a Roma con scontri di piazza culminati nell’attacco squadrista alla sede nazionale della Cgil.

Il violento e inammissibile degenerare di una protesta è sempre disdicevole e motivo di riflessione sulla natura umana, a tratti animalesca. Offendendo peraltro il mondo animale che usa violenza solo se costretto.

Farlo poi in nome di una presupposta libertà da difendere, senza considerare i necessari limiti che lo stesso concetto di libertà ha in sé (altrimenti sarebbe anarchia), muove considerazioni intorno al rispetto che si ha dell’altro.

Che il tutto avvenga in tempi e ambiti pandemici, per cui alcune regole sono necessarie per evitare di ritrovarci alla casella di partenza, fa pensare che non sempre l’homo sapiens sia tale.

Ma ciò che proprio non può che essere condannato, senza se e senza ma, evitando qualsiasi sofisma, è l’assalto organizzato e distruttivo nei confronti di chi rappresenta valori democratici universali, quali la difesa dei diritti dei lavoratori attraverso un sindacato o la difesa dei diritti dei malati attraverso un presidio ospedaliero. Quando si arriva a tanto e tale sfregio vanno riposizionati con urgenza i paletti sul concetto di libertà. Senza sofismi.

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Alla luce di quanto avvenuto in questa tornata elettorale amministrative, con il dato significativo e purtroppo storico della scarsa affluenza, c’è da chiedersi perché le continue lamentazioni sulla mancanza di libertà non siano seguite da concrete azioni volte al cambiamento. E in democrazia l’espressione di ciò avviene col voto.

Torna così in mente il testo illuminato di Giorgio Gaber, “Libertà è partecipazione”:

Vorrei essere libero come un uomo
Come l’uomo più evoluto
Che si innalza con la propria intelligenza
E che sfida la natura
Con la forza incontrastata della scienza
Con addosso l’entusiasmo
Di spaziare senza limiti nel cosmo
E convinto che la forza del pensiero
Sia la sola libertà
La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche un gesto o un’invenzione
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione“.

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Il grido è sempre quello, “Libertà per Patrick Zaki”.

Purtroppo però, con un ulteriore slittamento a due mesi del processo, la speranza per la liberazione dello studente e ricercatore egiziano dell’Università di Bologna rischia di essere fagocitata dalla tristezza per una detenzione preventiva di quasi due anni, in assenza di chiari capi d’accusa.

Un rinvio “abnormemente lungo che sa di punizione”, ha detto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Internazional. Però, ha aggiunto, “abbiamo del tempo davanti per fare qualcosa di importante, di efficace nelle relazioni tra Italia ed Egitto. La richiesta che facciamo è che la diplomazia italiana utilizzi questo tempo nel migliore dei modi”.

E allora che le istituzioni italiane si facciano infine sentire con un tale partner economico. Evitando silenzi ormai imbarazzanti.

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I talebani, senza incontrare resistenza alcuna, sono nuovamente a Kabul. Al potere, col loro oscurantismo. E l’orologio per l’Afghanistan torna indietro di vent’anni, e anche più. Perché l’Occidente, cioè tutti noi del blocco Nato, ha illuso quel Paese e i suoi abitanti che un altro modo di vivere fosse possibile. Soprattutto per le donne afghane.

Laleh Osmany e Tahmina Arian, attiviste per i diritti delle donne in Afghanistan e capofila del movimento #whereismyname, hanno lavorato per consegnare un nome e un’identità a quelle donne: “In Afghanistan c’è una tradizione che proibisce di chiamare in pubblico le donne con il loro nome, è considerato peccato. […] Il nome delle donne afghane non compare nemmeno nei loro documenti, nel certificato di nascita, nelle prescrizioni del medico, negli inviti di matrimonio, nei certificati di nascita dei bambini o anche nel certificato di morte e nella pietra del cimitero. […] D’ora in poi, i nomi delle madri verranno stampati accanto al nome dei padri”, raccontava qualche anno fa Tahmina Arian.

Finalmente per le ragazze afghane era possibile essere identificate col proprio nome (senza essere la figlia o la moglie di qualcuno), col proprio volto (senza la buia e umiliante prigione del burqa), e con un percorso di studi che aprisse alla conoscenza e al mondo, cioè alla vita.

Ora tutto si fa oscuro in Afghanistan. Ma per le donne afghane la notte scende di più. Completamente nera.

Shamsia Hassani, prima street artist donna di Kabul

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Riflettendo sul 25 aprile, Anniversario della Liberazione d’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista, viene da soffermarsi, in questo anno, sul tempo che gira stretto intorno a tale data, tanto fondante per il nostro Paese.

Appresso al 25 aprile sta il 26 aprile, che nel corrente anno pandemico è il giorno iniziale di una serie di riaperture, che portano con sé un messaggio subliminale, ma deviante, di “liberi tutti”. E così si va associando una ricorrenza storica, quella della “Liberazione da”, a quella della “Libertà di”. Ma tenere separate date e parole ci permette di continuare a vedere e trasmettere le differenze tra situazioni, come quelle tra un regime e un virus.

E ancora a proposito di tempi intorno al 25 aprile, ieri 24 aprile si è spenta un’artista italiana, Milva, che tanto lustro ha dato al nostro Paese, con voce sublime e presenza scenica. Ecco, che “La Rossa” se ne sia andata qualche ora prima della “Festa della Liberazione”, a cui dedicò una famosa “Bella ciao”, lei che diceva “ho un debole per i canti della libertà“, fa pensare ad un filo tenacemente steso tra i pensieri intorno a questa storica giornata.

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Ci piaccia o meno, stiamo diventando alberi. Ovvero, esseri animati che non si muovono.

Gli alberi infatti sono fermi. Dalla nascita alla fine. Tutti i loro tentativi, anche estremi, per raggiungere aria e acqua e luce in condizioni di difficoltà, non vanno oltre l’allungamento di radici e rami. Ma stando sempre fermi nel posto d’origine. Così è la specie vegetale.

Alla specie animale, tra cui noi umani, è invece connaturato il movimento. Da subito, da sempre. La limitazione di libertà ci rende infatti captivi. Cioè “prigionieri” e quindi “cattivi”. A differenza delle piante sentiamo la necessità di andare a cercare luce, fosse anche sapendo già di dover attraversare il buio.

Passo, cammino, ricerca sono inscritti nella nostra, pur sempre imperfetta, genia.

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È trascorso un anno, un lunghissimo anno, dall’arresto di Patrick Zaki in Egitto, e in tutto il mondo si moltiplicano le manifestazioni affinché Zaki, attivista per i diritti umani, sia scarcerato.

Oggi in diversi comuni italiani saranno affissi dieci manifesti vincitori di “Free Patrick Zaki, prisoner of conscience”, edizione speciale del concorso internazionale di comunicazione sociale “Poster For Tomorrow”.

Riccardo Nouri portavoce di Amnesty International Italia, che ha seguito fin dall’inizio il caso, ci ricorda che la legge egiziana permette di prolungare la detenzione preventiva sino a due anni. E osserva: “La meglio gioventù che va all’estero viene considerata una minaccia dal regime egiziano“.

Amr Abdelwahab, ingegnere informatico amico di Zaki dai tempi dell’università, perseguitato come lui, nel 2015 è dovuto fuggire dall’Egitto. Continua da Berlino la sua battaglia per liberare Patrick, facendo questo appello: “Chiedo alle persone libere del mondo di combattere la propria battaglia per garantire che i loro governi non sostengano le dittature: ovunque, non solo in Egitto. Prego le persone di ricordare che i prigionieri politici in Egitto non sono solo numeri e statistiche, ma persone con una famiglia e una vita. La peggiore paura di un prigioniero politico, in ogni momento, è quella di essere dimenticato. Patrick è in prigione per un motivo e questo motivo è che lui sostiene e combatte sempre per le cose giuste. Le dittature devono capire che arrestare persone come Patrick, semplicemente, rende sempre più grande il loro messaggio”.

Libertà per Patrick Zaki.

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