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Archive for dicembre 2025

Harry Greb, “We have a dream” – 2023

Che anno strano il 2025, e faticoso… Un anno sull’orlo. Del precipizio. Sempre e continuamente. Ecco perché ci sentiamo tanto stanchi.

La guerra in ogni dove. Soprattutto Gaza (un genocidio) e Ucraina (una ecatombe). Con bombardamenti a tappeto sui civili. Che spesso sono bambini. Rovine e disperazione. Con qualche sparuto tentativo di pace. Il più delle volte abortito. Con l’uso del nucleare evocato, adombrato, minacciato.

Il Presidente della più forte potenza, al suo secondo giro di danza, che si autoproclama the King, e poi Superman e poi Pontefice e poi Unto del Signore e poi inventore di Gaza Riviera. A fare da sfondo tragicomico ai mali del mondo.

Anno di Giubileo, ma con la perdita affranta di un Papa di povertà, Francesco, e l’elezione speranzosa di un successore di missione, Leone.

E l’intelligenza Artificiale a fiancheggiare, quasi scardinandola, quella Naturale. Mentre il Tempo ci appare ormai in corsa con sé stesso, e noi in affanno a rincorrerlo per non apprezzarlo quasi mai. Altro che fatica!

E tante, innumerevoli perdite a renderci tutto più faticoso e vuoto. Dai fotografi (Toscani, Salgado, Berengo Gardin, Iodice) con la loro capacità di usare la luce per illuminare l’inaspettato, agli artisti (Vargas Llosa, Benni, Forsythe, Kinsella, Pomodoro, O. Gerhy, Vettriano, Forattini, Faithfull, Vanoni, Vessicchio, Kessler) con lo sguardo allungato e profondo e gioioso sul mondo. E Pippo Baudo, la Televisione. E Giorgio Armani, la Moda.

Infine abbiamo perso tanto e altissimo cinema, cioè i sogni allo stato puro: il visionario Lynch, lo “spietato” Hackman, la “fata-strega” Giorgi, il Batman Kilmer, la fascinosa Massari, la talentuosa Asti, il leggendario Redford, la “gattopardesca” Cardinale, la stilosissima Keaton, la mitica Bardot.

Forse anche per questo ci sentiamo sfiniti, e ci auguriamo una tregua.

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Universalmente conosciuta anche con le semplici iniziali di nome e cognome (e succede a pochissimi), Brigitte Bardot è stata Diva, Leggenda, Icona. Ma per davvero.

Bellissima, eppure non patinata. Semmai selvaggia, spettinata come i suoi capelli biondi al vento, e con quel broncio particolare che si spiegava poi in sorriso disarmante.

Ma soprattutto libera, in ogni sua scelta, spesso anche a rebours, controcorrente. Come quando sceglieva chi amare, senza pensare a cosa avrebbe detto al mondo. O come quando, a soli trentanove anni, decise di lasciare il cinema, senza farsi condizionare da chicchessia. O allorquando comprò la capretta del set di un film sapendola destinata al forno per una festa. O nel diventare vegetariana, forse la prima famosa, senza se e senza ma, perché animalista convinta nel profondo. Al punto che la sua famosa tenuta di Saint-Tropez, “La Madrague”, divenne luogo di rifugio e protezione per animali. Insieme ai suoi amatissimi cani.

Amo stare da sola e non sono spaventata dalla vecchiaia – disse anni fa in una lunga intervista rilasciata a Le Monde – L’unica cosa di cui ho davvero bisogno è passare del tempo con i miei animali. Sono loro che hanno salvato la vita a me, non il contrario“.

Una vita in piena libertà. Marianne de France fino in fondo.

Brigitte Bardot e i suoi cani, 1980 Francia. (Photo by Michou Simon/Paris Match via Getty Images)

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Benessere, qualcosa di caldo (parola, cibo, abbraccio, sciarpa), un libro in cui perdersi e… Natale è.

Auguri affettuosi a tutti i viaggiatori di espress451!

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21 dicembre, solstizio d’inverno. La notte ha la meglio sul giorno. Eppure proprio da oggi la luce ricomincia ad espandersi.

È sufficiente un cambio di prospettiva.

Ps: se fosse così non solo per le cose del cielo, ma anche per quelle della terra…

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Sta diventando una moda, o meglio un vizio. Se vuoi insultare qualcuno devi definirlo “porcellino”.

Il primo in questo genere di amenità è stato ovviamente il Presidente americano Trump. Con la solita buona educazione che lo contraddistingue, soprattutto se è nei confronti di una donna, ha apostrofato poco tempo fa una giornalista di Bloomberg, che gli stava ponendo una domanda non apprezzata sul caso Epstein, con “stai zitta porcellina“.

Oggi è la volta del Presidente russo Putin, che ha definito noi Europei “porcellini approfittatori”. Rincarando poi la dose con “lì in Europa non c’è alcuna civiltà, c’è solo degrado totale”. Peraltro il termine zootecnico da lui usato nei confronti degli abitanti della Vecchia Europa è propriamente riferito ai “maialini dai 4 ai 10 mesi” dalla carne prelibata. Quindi siamo al contempo succulenti e indigesti. Mah.

E dire che nella Fattoria di Orwell i maiali si sostituiscono al fattore fino a soggiogare tutti gli altri animali.

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Ad ogni lunazione ti avvicini

a me che aspetto l’Omega imperfetto.

Fatico, ondeggio, mi riprendo

per trovarti, mi illudo, nel Mare

della Tranquillità (la tua? la mia?).

E quando estenuata mi ritiro

(non cessa la ricerca indefessa…)

emani luce inattesa a me

in girotondo, di nuovo leggera, 

eterea emanazione della sera.

È un battito di scarto che consola, 

un Tau assoluto a farmi da caròla”.

A te mamma, che tanto eri e ora tutto sei…

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Ha detto bene il giovane e bravissimo regista Vasily Barkhatov, affermando che l’opera di Dmitrij Šostakovič “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” va vista almeno una volta nella vita.

E nel cinquantesimo anniversario della scomparsa del compositore russo, il Teatro alla Scala ha inaugurato la Stagione 2025-2026 con la sua opera su una giovane donna della Russia zarista e rurale, Katerina Izmajlova, vessata dalle figure maschili, ma risoluta a liberarsi dalle imposizioni e ad autodeterminarsi (forse più nella libertà sessuale che personale), divenendo persino assassina, ma restando un personaggio che suscita empatia nel pubblico. Un po’ “Delitto e castigo”, un po’ “Madame Bovary”, un po’ la “Lady Macbeth” del titolo.

Regia sorprendente, sia per l’ambientazione stalinista anni Cinquanta che per i piani temporali multipli con l’uso sapiente dei flashback, insieme alle magnifiche scene che riescono a far coesistere anche piani fisici diversi. E con un dramma che viene costruito, o meglio ricostruito, in modo cinematografico, soprattutto nel finale epico e terribile della deportazione in Siberia. Il direttore Riccardo Chailly, poi, in stato di grazia, capace di restituire la sorprendente tecnica compositiva di uno Šostakovič appena venticinquenne.

Bravo tutto il cast, ma superba per capacità lirica e attorale la soprano Sara Jakubiak, che riesce a tenere in modo naturale (ma quanta tecnica e bravura…) canto e scena per quattro ore, e regala al personaggio di Katerina le sfaccettature di un carattere volitivo e al contempo fragile, piegato dal desiderio di essere amata e riconosciuta. Con passaggi di intensità fisica e tragica che rendono lo spettacolo inquietante, ipnotico e catartico. Svelandoci la modernità, o forse l’eternità, dei drammi umani.

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