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Posts Tagged ‘mamma’

Continuo a pensarti radiosa luna,

quella che ora sei in altro modo.

Ma che fatica cercarti nel cielo…

Poi giungi, cometa epifanica,

per condurmi leggera, come allora,

a vedere le stelle, piccole, in terra.

A mamma Marisa

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“NYC, ricordi riflessi” – Photo by Ester Maero

Al “New York City Memorial Stair Climb” tributo speciale ai pompieri morti nelle Torri Gemelle l’11 settembre 2001. Si tratta di una gara, tra più di quattrocento vigili del fuoco di tutto il mondo, a salire di corsa gli ottanta piani del grattacielo Wtc 3 con venti chili di peso in spalla, ovvero elmetto, bombole, attrezzi, respiratori. Come le squadre di quel giorno. Avendo da poco visitato il “9/11 Memorial” di New York, un mio pensiero a tutti i caduti di quella follia di inizio millennio.

Oggi è anche la giornata di un altro ricordo tragico. Settant’anni fa il Grande Torino, il gruppo degli “Invincibili”, periva a Superga nel volo di rientro da Lisbona. Se ne andava all’improvviso, in un pomeriggio fosco e temporalesco, una squadra di calcio scolpita nel ricordo di tutti, non solo dei suoi tifosi.

Ps: tributo personale a mia mamma, nel giorno che per me continua ad essere luminoso del suo genetliaco. Seppur nell’Altrove.

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Setaccio la luce per non fare rumore“, scrivevo una manciata di lune fa. Ricordi?

Continuo a setacciare luce. Per afferrare brandelli di tempo. Senza smarrirmi troppo.

In assenza di mappe. In assenza. Evanescente presenza.

A mamma Marisa

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Ricordo, quindi sei.

Quando però il procedimento razionale incespica affaticato per il turbinio del tempo che ineluttabile scorre, allora abbandono del tutto gli ormeggi neuronali.

E ogni volta, in modo sorprendente e inaspettato, la navigazione riprende la rotta del cuore che sente.

Quindi ricordo, perché sei.

A mamma Marisa.

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Vent’anni fa vinceva il Premio Nobel per la letteratura la poetessa polacca Wislawa Szymborska, divenuta popolare per un suo verso: “Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”.

Continuo a sentire forte il battito empatico di quel verso quando ritrovo schegge di me in quel tempo senzatempo in cui mia mamma, pur lasciandomi, mi lasciava il suo cuore.

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luna1

Guardo la luna e ripenso al nostro racconto tra cielo-vita-stelle.

E a quel Leopardi che ancora recito, un po’ più sola.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / Silenziosa luna?“.

Quella domanda narrata a te dalla tua nonna, a me figlia da te mamma.

Filo di ricordi, ricordi sul filo…

Ne tengo ancora un capo“, recitava il Poeta.

Trattieni il tuo, di filo, mamma. Teso intorno alla nostra luna.

Che sia visibile, anche da qui.

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tracce1

Segno incontrovertibile

del tuo passaggio

i gesti minimi

di un’esistenza

che in me si ripeteranno

inavvertitamente, perché tuoi.

Da “I colloqui dell’assenza nel giardino dei passi perduti” (Ester Maero)

A mamma Marisa, presente in modo diverso… (11 dicembre 2004 – 11 dicembre 2014).

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Non ti scordar di me, fiore minimo / screziato di un azzurro a me sconosciuto.

Continua ad essermi tralcio / per le malferme radici del cuore.

Myosotis palustris, prendimi ancora / per mano, per scherzo, per forza.

Faccio silenzio, e pregando il sole / che sei, ascolto sillabe terse.

Da “I colloqui dell’assenza nel giardino dei passi perduti” (di Ester Maero)

a mamma Marisa

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Mare di settembre. Spiaggia semivuota. Lunghe prospettive. Di sguardo e di testa. Silenzi sciabordati dalle onde.

E poi una voce di bambina: “Mamma, ma il mare si può trasportare?”. Mi volto ed è il mio interno a fotografarla. Una manciata di anni, otto o dieci, e un atteggiamento riflessivo, di chi di fronte ad un problema si ferma a pensare e chiede illuminazione a qualcuno di cui si fida. Guarda il mare e lo vorrebbe portar via, per quando sarà lontana. E quell’azzurro sarà dislavato da nebbia, tempo e fatica.

Come se fosse pensabile una conserva immensa di mare per i giorni d’inverno.

Ed è così, con quella domanda carpita, che io scommetto ancora sul tappeto della fiducia nel futuro, nel sogno, nella possibilità.

Anche su qualcosa che, ad oggi, ci appare proprio impossibile.

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E’ ammesso comprarli.

Per regalarli. Alla mamma, all’amica, al fidanzato.

Per guardarli. Perché sono sontuosi, eleganti, goduriosi.

Per gustarli. Perché sono un peccato di gola con la maiuscola. Ma in porzione mignon. E superbamente chic.

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