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Posts Tagged ‘Russia’

Risulta quasi incomprensibile per noi occidentali cogliere il motivo per cui Michail Gorbaciov, Premio Nobel per la Pace e artefice della fine della guerra fredda, sia stato poco apprezzato nella sua patria.

Già, incomprensibile per noi occidentali. Che lo abbiamo visto quale propugnatore dei processi di riforma legati alla perestrojka e alla glasnost, e protagonista nella catena di eventi che portarono alla dissoluzione dell’URSS e alla riunificazione della Germania. Cioè come colui che ha reso il mondo “oltre cortina” un mondo assimilabile al nostro, quello dell’Ovest, della democrazia, della libertà.

Per buona parte del popolo russo Michail Gorbaciov è stato invece colui che ha scardinato il sistema preesistente, l’unico da loro conosciuto, nonostante.

Ruolo scomodo il suo, che solo un leader carismatico e coraggioso come lui poteva assumere. Anche per questo va ricordato nella Grande Storia.

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“V-J Day in Times Square”, fotografia di Alfred Eisenstaedt – 14 agosto 1945

Sarebbe bello, se solo fosse vero.

Il 9 maggio 1945 fu il giorno che segnò la fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa. Divenne ben presto il giorno dell’orgoglio nazionale russo per la vittoria sul nazismo, mentre per l’Europa il giorno della vittoria fu considerato l’8 maggio, come da dichiazione degli Stati Uniti.

E sembra già esserci in nuce, in quelle date, la divisione marziale dei nostri giorni: da una parte la sempre fragile e multiforme Europa a sostenere l’invasa Ucraina, sotto stretta dettatura statunitense, dall’altra la Russia con l’ostentazione patriottica delle proprie forze armate belligeranti, sotto dittatura nazional-imperiale putiniana.

Ci piacerebbe vedere nuovi baci tra marinai ed infermiere per festeggiare la fine della guerra, di questa, nata da una soverchia invasione, come spesso purtroppo accade. Ma si sa che il condizionale presuppone appunto una condizione. In guerra il “cessate il fuoco”. Ad oggi davvero poco realistico.

Eppure, sarebbe bello…

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Disegno di un bambino dell’orfanatrofio di Vinnycia nell’Ucraina centrale

Solo domande di fronte ad una guerra che continua, imperterrita e criminale.

Perché è iniziata? Perché continua? Fino a quando? Fino a quanto?

È il “come” che non necessita di punti interrogativi. È infatti sufficiente un atto di prepotenza, evitando parole, spiegazioni, trattative.

Così fece anche Caino con Abele.

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Una statua di Kiev, rappresentante l’amicizia tra un operaio russo e uno ucraino, violata. Definitivamente.

Con la testa del russo rotolata a terra, che scruta, quasi sorpreso, il mondo dal basso.  Inaspettatamente.

Perché il monumento era nato affinché i due operai stessero sempre insieme. A sottolineare quanto i due popoli siano/fossero fratelli. Atavicamente.

Ma la guerra scava trincee. In terra. E in testa.

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Anna Achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

Come a una voce lontana presto ascolto, 

Ma intorno non c’è nulla, nessuno. 

In questa nera buona terra 

Voi deporrete il suo corpo. 

Né il granito né il salice piangente 

Faranno ombra al cenere leggero, 

Solo i venti marini dal golfo 

Per piangerlo accorreranno...”

Anna Achmatova, da “Poema senza eroe e altre poesie”

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Surrealtà allo stato puro. Un “The Truman show” quasi in diretta. Al punto da rischiare di confondere i piani.

“Servitore del popolo”, la serie televisiva con cui Zelensky attore si è fatto conoscere al mondo e grazie a cui è diventato Presidente dell’Ucraina, è ora in onda su La7. Da vedersi. Perché è una capriola di vertigini. Specie ora che Volodymyr Zelensky è anche altro.

La serie racconta un’idea già sfruttata: un uomo qualunque, qui un professore di storia, viene eletto inaspettatamente Presidente del proprio Paese, con la possibilità di porre finalmente in atto quanto spiegava ai suoi studenti e che ogni popolo sogna. Eliminare ogni corruzione (e corruttore) nella “stanza dei bottoni” e diventare “Servitore del popolo”.

La prima vertiginosa capriola si prova vedendo gigioneggiare sul set l’attore Zelensky in abiti di scena, lo stesso che oggi vediamo a tratti giganteggiare sul set reale e mondiale in abiti militari difendendo eroicamente il suo Paese invaso e bombardato e depredato dalla Russia.

La seconda vertiginosa capriola si prova realizzando che Zelensky, il quale nella serie finge di diventare Presidente ucraino, è divenuto poi realmente Presidente ucraino con il settanta per cento di voti a favore del suo partito, “Servitore del popolo”, manco a dirsi. Così Zelensky si è trasformato nel suo personaggio televisivo, a tal punto da poterlo sostenere anche fuori dal set. Col plauso plurale del suo popolo.

La terza e mirabolante capriola si fa quasi in diretta. Partecipando, in tale smistamento di piani, al salto temporale e materiale tra l’iniziale Zelensky attore, leggero e predittivo, e l’attuale Zelensky Presidente, ahinoi drammatico e sotto attacco. Con due stature morali non comparabili, sia per la diversa altezza dei ruoli (seppur identici) che per la finzione insita in uno di questi. Seppur in entrambi i piani sia comunque “Servitore del popolo”. O meglio, resista tale.

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Pink Floyd di nuovo insieme per l’Ucraina.

Lo struggente brano “Hey Hey Rise Up” nasce dalla collaborazione di David Gilmour e Nick Mason con il bassista Guy Pratt e Nitin Sawhney alle tastiere, insieme ad una performance vocale di Andriy Khlyvnyuk della band ucraina Boombox. La voce di Andriy è stata estrapolata da un suo post Instagram che lo immortala mentre canta in Sofiyskaya Square a Kiev un brano ucraino folk di protesta, “Oh, The Red Viburnum In The Meadow”, scritto durante la prima guerra mondiale e che si è diffuso in tutto il mondo durante le proteste all’invasione dell’Ucraina.

I ricavati del singolo andranno alla Associazione benefica per il popolo ucraino Ukraine Humanitarian Relief Fund.

 

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Renato Guttuso, “Fucilazione in campagna” – 1938.

La guerra è sempre dolore inutile e con quella sua triste costante che ricordava Gino Strada, “il 90% delle vittime sono civili, persone che non hanno mai imbracciato un fucile“.

Poi ci sono i crimini di guerra. Che sono sofferenza inflitta in modo spietato e gratuito, cioè tortura, ad una popolazione. Per eliminarla. Abbandonandone i corpi in strada o nascondendoli in fosse comuni. E negando che ciò sia avvenuto. Un massacro da denunciare, perseguire e punire.

Dire infine che tali crimini sono, come sostiene la Russia, “una produzione di Kiev per i media occidentali”, è follia non più umana, bensì un orrore elevato a sistema. Che fa mancare persino il fiato, non solo le parole.

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Otto Dix, “Il bombardamento di Lens” – 1924

dove stanno i vichinghi e gli aztechi,
e gli uomini e le donne di Cro-Magnon?
dove stanno le vecchie e nuove Atlantidi,
la Grande Porta e la Invincibile Armata,
la Legge Salica e i Libri Sibillini,
Pipino il Breve e Ivan il Terribile?
tutto è finito, lì a pezzi e a bocconi,
dentro le molli mascelle del tempo:
qui, se a una cosa non ci pensa una guerra,
un’altra guerra ci ha lì pronto il rimedio:
dove stanno le Triplici e Quadruplici,
la Belle Epoque e le Guardie di Ferro?
dove stanno Tom Mix e Tom Pouce,
il Celeste Impero, gli Zeppelin, il New Deal,
l’Orient Express, l’elettroshock, il situazionismo,
il twist, l’O.A.S., i capelli all’umberta?
tutto è finito, lì a pezzi e a bocconi,
dentro la pancia piena della storia:
qui, se a una cosa non ci pensa una guerra,
un’altra guerra ci ha lì pronto il rimedio:
oh, dove siete, guerre di porci e di rose,
guerre di secessione e successione?
oh, dove siete, guerre sante e fredde,
guerre di trenta, guerre di cento anni,
di sei giorni e di sette settimane,
voi, grandi guerre lampo senza fine?
finite siete, lì a pezzi e a bocconi,
dentro il niente del niente di ogni niente:
qui, se a una guerra non ci pensa una pace,
un’altra pace ci ha lì pronta la guerra:
principi, presidenti, eminenti militesenti potenti,
erigenti esigenti monumenti indecenti,
guerra alle guerre è una guerra da andare,
lotta di classe è la guerra da fare:”

Edoardo Sanguineti, “Ballata della guerra” – 1982

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Chi scappa in modo fortunoso da luoghi tanto devastati, chi viene omaggiato per aver dato la vita in nome di una lotta spesso non compresa.

La guerra e l’uomo. Che si fa piccolo. Nella sua tenacia e nel suo limite.

Da una parte la fatica di un sempiterno Enea che fugge da una guerra con l’anziano padre Anchise sulle spalle. Dall’altra un treno che riporta in patria i corpi di tanti straziati Ettore. Gesti pietosi, uguali da sempre.

L’uomo però, col tempo, si fa sempre più piccolo.

 

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