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Posts Tagged ‘cinema’

Non sembra vero. Harrison Ford compie 80 anni.

Forse non sembra vero perchè l’attore è ormai il mitico archeologo Indiana Jones, che è oltre il tempo umano. Così come il contrabbandiere spaziale Ian Solo di Guerre stellari o il cacciatore di replicanti Rick Deckard in Blade Runner.

Harrison Ford ci ha abituati a quei ruoli avventurosi, da eroe moderno, prestante e autoironico, anche quando l’ambientazione è alla portata di tutti, o quasi. E comunque è sempre di corsa, pronto a sventare guai e sciogliere trame gialle, dal detective John Book in Witness – Il testimone all’agente della CIA Jack Ryan in Giochi di potere e Sotto il segno del pericolo. Oppure è un rispettato chirurgo, in adrenalinica fuga come Richard Kimble ne Il fuggitivo, o alla ricerca insidiosa della moglie rapita come Richard Walker nel bellissimo Frantic di Roman Polanski. Sempre con lo sguardo stupito di fronte all’inaspettato, come un uomo comune, o quasi. Col talento di farcelo credere.

Auguri a Harrison Ford!

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È proprio difficile da digerire la mortalità. Perché ti costringe a prendere atto che il gioco è concluso, che chi ti faceva pensare, divertire, sognare, non è più di tale umana e finita dimensione.

Jean-Louis Trintignant per tutti noi spettatori è stato uno splendido regalo. Da scartare, per pensare, divertirci, sognare. Lo è stato col film di Dino Risi “Il sorpasso”, per cui la scena cult in auto con Vittorio Gassman è da incartare come un cioccolatino per chi camminerà in futuro sulla Terra. Lo è stato con il mitico “E Dio creò la femmina” di Roger Vadim, in cui dà luce in controcanto ad una Brigitte Bardot non ancora Bardot, in una Saint-Tropez non ancora Saint-Tropez. Lo è stato in una pellicola di Claude Lelouch, “Un uomo, una donna”, lui l’uomo, Anouk Aimée la donna, in amore forse per sempre sulle note del famoso tema musicale “Shabadabada”.

Ma il “mio” Trintignant è legato a tre film meno citati, eppure notevoli. In uno, “Finalmente domenica!” ultimo film del geniale François Truffaut, rimane impresso il suo ruolo da protagonista, persino in ombra (ma voluta, e in ciò era bravissimo) rispetto ad una intraprendente Fanny Ardant. Nel secondo torna curiosamente la “domenica”, ed è “La donna della domenica”, trasposizione filmica di Luigi Comencini del romanzo di Fruttero & Lucentini, in cui Trintignant è l’amico della protagonista, Jacqueline Bisset, con cui indaga per risolvere il giallo. Da annali la scena finale in una Torino ferragostana deserta in cui loro due discutono in taxi sulla pronuncia dello stesso: “Si dirà tàxi con l’accento sulla A o tassì con l’accento sulla I?”. Infine in un film considerato a ragione tra i più belli della storia del cinema, “Film rosso” dalla trilogia “Tre colori” di Krzysztof Kieślowski in cui interpreta magistralmente i dubbi etici di un giudice in pensione, imparando a condividerli con chi il caso (o il destino?) pone sulle sue orme.

Un affettuoso grazie, da spettatrice, a Jean-Louis Trintignant.

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Un Festival di Cannes, edizione 75, che si apre al mondo con la sua locandina, una scena del film capolavoro The Truman Show di Peter Weir con Jim Carrey nel ruolo di protagonista.

Una locandina bellissima, soprattutto di questi tempi. Scuri e ripiegati su se stessi. “Passi che portano alla rivelazione. Una celebrazione poetica della libertà. Un’ascensione verso la promessa di un rinnovamento”, si legge nel tweet in cui ne si spiega la scelta. “Il Festival di Cannes prende atto della fine di un mondo per coglierne uno nuovo, – continua la nota – e come nel 1939 e poi nel 1946 Cannes ribadisce la sua convinzione che l’arte e il cinema siano luoghi di riflessione e contribuiscano alla reinvenzione del mondo”.

Lo speriamo con la testa e il cuore. Proprio come Jim Carrey nel momento in cui, sconvolto, tocca il cielo di carta. Pirandellianamente. Scoprendo un mondo inatteso. E sentendo battere il cuore in modo diverso.

In fondo, il disvelamento che ci permette, da sempre, il cinema. Trovando nuove chiavi per aprire alla comprensione della umana complessità.

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Cara Monica, con te se ne va una grande attrice italiana. Sei stata un’icona e una musa eterea per Antonioni e un’attrice dotata di vis comica unica per Monicelli e tanti altri registi di commedia, dove eri una vera Regina“. Così Aurelio De Laurentiis su Twitter per dare il suo addio a Monica Vitti. Ricordandone il talento immenso, unica donna tra i “colonnelli” della commedia italiana, Sordi, Manfredi, Gassman, Tognazzi.

Premiata, amata, ricordata sempre. Nonostante quel suo scivolare da tempo in un luogo sfumato. Quello che aveva sentito arrivare e aveva raccontato nel suo libro “Sette sottane”, da lei definito una sorta di  “autobiografia involontaria“.

Quando cammino sento la presenza di quei fatti che sono tutta la mia storia, – scriveva Monica Vitti nel 1993 – sento la loro presenza e i loro passi poco distanti. Vogliono vedere dove li porto, dove andranno a finire. Hanno caratteri pesi e colori diversi, a volte si fidano di me, a volte no. Io scivolo nei vicoli, sperando di perderli. Ma li ritrovo in fondo alla strada, con le braccia conserte, che ridono come pazzi. I fatti sono presuntuosi, pesanti, invadenti. Le emozioni sono leggere e indipendenti. Ti ballano intorno e sono pronte a distrarsi al primo colore“.

Emozioni che ci ha regalato a iosa, restituendocele intatte ogni volta che il suo volto bello, il suo sguardo magnetico, la sua voce inconfondibile riappare sullo schermo. Magia pura, dono eterno.

Grazie Monica. Che levità ti accolga. Tra “Polvere di stelle”…

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Elegante sempre Sidney Poitier, nei modi e nelle parole, sul set ma anche nelle sue battaglie per i diritti degli afroamericani. Quella classe innata che non gli fece mai alzare i toni, perché non sarebbe stato affatto utile, come raccontò nella sua autobiografia “La misura di un uomo”: «Ho imparato a trasformare la mia rabbia in qualcosa di positivo, altrimenti mi avrebbe distrutto».

Il successo arrivò proprio affrontando quelle spinose tematiche di segregazione razziale che il mondo aveva iniziato a conoscere con il “sogno” di Martin Luther King. Così Sidney Poitier divenne il primo attore protagonista afroamericano ad ottenere il premio Oscar nel 1964 per l’interpretazione nel film “I gigli del campo”. Ma i ruoli più famosi saranno quelli di Virgil Tibbs ne “La calda notte dell’ispettore Tibbs” e di Warren Stantin in “Sulle tracce dell’assassino”.

Anche se sarà il personaggio di John Prentice in “Indovina chi viene a cena”, forse la cena più famosa della storia del cinema, a rimanere impresso. Poitier in questo film appare, non solo scenicamente, come un corpo estraneo, seppur dirompente nella sua chiarezza d’intenti. Infatti la famiglia borghese che deve accoglierlo era gruppo coeso anche nella realtà: Spencer Tracy e Katharine Hepburn erano sentimentalmente legati, e Katharine Houghton, la figlia cinematografica della coppia, era la nipote della Hepburn. Ciò nonostante, e a fronte di due mostri sacri del cinema, Sidney Poitier risulta essere, nella sua elegante e caparbia capacità attorale, il nuovo che avanza. Democratico e giusto.

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Aveva reso breve il suo nome aristocratico tanto lungo (Arcangela Felice Assunta Job Wertmüller von Elgg Esapañol von Brauchich), per poi fare di quella lunghezza la cifra dei suoi titoli filmici. Diventati dei veri cult, da “Mimì metallurgico ferito nell’onore” a “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto”, solo per ricordarne alcuni. Storie di profondità, ammantate di leggerezza. Già respirata sui set di Federico Fellini, di cui divenne aiuto regista ne “La dolce vita” e “8½”.

Prima regista candidata agli Oscar con “Pasqualino Settebellezze”, Lina Wertmüller ebbe poi il prestigioso riconoscimento “alla carriera” solo lo scorso anno. Sempre con il sorriso e gli immancabili occhiali bianchi. Che facevano intravedere uno sguardo attento sul mondo. Del resto di sé diceva: ”Sono curiosa, mai autobiografica, di me so tutto, sono gli altri che mi interessano come una entomologa”.

Grazie Lina.

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Mi è capitato di incontrarlo qualche anno fa. Una serata bella, estiva, caprese. Chiostro della Certosa di San Giacomo. Atmosfera festosa, seppur nella sacralità della fuga di archi a tutto sesto. In sintonia con la personalità di Carlo Verdone. In chiaroscuro, come le sue amate nuvole. E le sue storie, da commedia plautina seppur amare nel loro fondo. Comico di razza per noi pubblico, in realtà acuto investigatore dell’animo umano.

Scambiai qualche parola con lui, soprattutto per ringraziarlo dei suoi personaggi. Specchi multipli di tutti noi. Mi è rimasta impressa la sua umiltà e la sua malinconia. Come se avesse sempre presente, nel suo essere dolente, l’intera Commedia Umana.

Il film suo che adoro è “Maledetto il giorno che ti ho incontrato”, per la sua proverbiale ipocondria e abilità farmaceutica, per le battute fulminanti e le situazioni esilaranti, per il luminoso incontro con Margherita Buy. E per quella vena malinconica che racconta al meglio chi è Carlo Verdone. Profonda umanità e talento scenico.

Settanta affettuosi auguri

 

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Trent’anni fa, il 27 ottobre 1990, ci lasciava Ugo Tognazzi, uno dei “mattatori” della commedia all’italiana insieme ad Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Nino Manfredi.

Pluripremiato, con titoli nel Gotha del nostro cinema, da “Amici miei” a “I mostri”, da “La grande abbuffata” a “L’anatra all’arancia”, Ugo Tognazzi si è caratterizzato, per una garbata irriverenza nella recitazione e per un atteggiamento sornione nei confronti della vita.

Così lo raccontava il regista Dino Risi che lo diresse in diversi film: “Attore non attore, innamorato delle donne, della vita, della buona tavola. Bello starci insieme, mai un momento di noia. Vero, sincero.

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Scelse il nome d’arte Valeri dal poeta Paul Valéry. Iniziando così quel sommo mascheramento fatto di arte, intelligenza, ironia. E surrealtà dosata con maestria.

Inventando personaggi indimenticabili, dalla Signorina Snob alla Sora Cecioni, calcando con estro e leggerezza e acume i palcoscenici di teatro, cinema, televisione.

Ma soprattutto Franca Valeri ha insegnato a noi donne l’autoironia, mostrandoci come non prenderci sul serio per farci prendere sul serio dal mondo. Oltre lo scontato ruolo canonico.

Anche per questo, Franca, grazie.

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Il regista Quentin Tarantino lo ha annoverato tra i più grandi compositori di tutti i tempi, facendo i nomi di Mozart e Beethoven.

Doverci ora “accontentare” delle melodie che il Maestro Ennio Morricone ci ha consegnato sottolinea con tristezza il senso di finitudine insito nell’umano.

Anche perché la sua musica è sempre stata epifanica. Capace di evocare, nelle profondità di ciascuno, emozioni ancestrali, regalando potentissime illuminazioni. Suono e immagine in un’unica traccia mnestica, filmica o personale. Attraverso un’armonica piuttosto che un trionfo di archi, dai vocalizzi ai colpi di pistola, da un semplice fischio ad un magistrale assolo di oboe.

Se in origine eravamo dei suoni, mi pare bello pensare che torneremo ad esserlo“, amava dire Ennio Morricone.

Al Maestro, con gratitudine, auguriamo di essere tornato suono. Sublime e altissimo.

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