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Posts Tagged ‘cinema’

Photo by Arthur Mola/Invision/ANSA/AP

La commozione di Alain Delon nel ricevere il premio alla carriera al Festival di Cannes ha emozionato alquanto. Soprattutto per le parole dette dall’attore tra le lacrime: “Penso a questo premio come alla fine della mia carriera, alla fine della mia vita”.

Ricordandoci, amaramente, che il punto più alto della montagna coincide con la fine della scalata. Seppur possa attenderci la vista dell’orizzonte.

Ps: a tal proposito si è conclusa la “corsa” umana di una leggenda della Formula 1, Niki Lauda, professionista di corse e ripartenze. Entrato nel mito come pilota, caparbio e coraggioso. Anche fuori dai circuiti.

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Più arduo e solitario il cammino senza un tal nocchiero.

Difficile condensare il regista Bernardo Bertolucci in una sola parola, ma forse Maestro si avvicina. Per quel di più, magis appunto, insito nella parola “magister“.

Per padre il poeta Attilio che gli fa amare lo scavo nella parola, per vicino di casa il giovane Pasolini che lo vuole aiutante nel suo primo film.

Il resto è storia del cinema. Perché “Ultimo tango a Parigi”, “Novecento”, “L’ultimo imperatore” , “Il té nel deserto”, “Piccolo Buddha” sono capolavori assoluti, pietre miliari della settima arte. E Bertolucci è l’unico italiano ad aver vinto il premio Oscar come miglior regista.

Mi piace ricordarlo con i versi di una poesia, “Decisioni per un orto”, di suo padre Attilio che ho avuto l’onore di incontrare in occasione del Premio Montale: “Bisogna rivalutare questo orto / recingerlo dove è aperto di rete metallica / azzurra“.

Ecco, penso che l’azzurro, colore dei poeti, sia quello con cui sta ora “giocando” il Maestro Bertolucci. L’ultimo imperatore del cinema.

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Trent’anni fa usciva nelle sale “Nuovo Cinema Paradiso”, un film-atto d’amore del regista Giuseppe Tornatore nei confronti del cinema.

Lo sguardo incantato di Totò bambino davanti ai singoli fotogrammi della pellicola che scorre nelle sue mani è infatti quello di chi ama profondamente il cinema, quale possibilità altra per raccontare la vita. E vivendola per una manciata di ore.

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Pupi Avati, il regista di “Regalo di Natale” e di tante pellicole su storie italiane di provincia, ha compiuto ottant’anni.

Ma quando penso a lui lo “svesto” dei suoi pubblici panni e rivedo il “mio” Pupi Avati, l’uomo che una decina di anni fa ebbi l’onore di intervistare nel suo studio di Roma.

In quel meraviglioso “antro acherontico”, pulsante cinema da ogni centimetro di parete, e con le foto dei miti della settima arte ad occhieggiare ovunque bellissimi ed eterei, la mia intervista col grande regista si trasformò presto in una chiacchierata di profondità su temi e passi comuni. Con un idem sentire intorno all’umanità e alla sacralità della vita. Buona parte di quelle parole restarono solo nostre, specie quelle intorno ai genitori, che interpretai come un segnale dall’Altrove.

Per me quell’incontro, indimenticato, fu un “Regalo di Natale” inaspettato. E non solo perché fuori stagione.

Grazie Pupi, e auguri affettuosi.

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Quando il destino, e anche la residua forma che ti è permesso dargli, è tutto nel nome.

Lina Wertmüller, novant’anni appena compiuti e una filmografia cult da regista, ha all’anagrafe un nome che suona così: Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich.

Questa lunga sequela di nomi non ricorda forse la particolare caratteristica dei lunghi titoli delle sue pellicole, in cui la storia è già tutta esposta negli stessi?

Da “Mimì metallurgico ferito nell’onore” a “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto“, da “Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici” a “Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilico“, per citare solo i più noti.

Come se i nomi anagrafici della Wertmüller fossero già, in nuce, il suo primo lunghissimo titolo filmico.

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La vera trovata è il video. Curato in ogni particolare. Con una sceneggiatura originale. Oltre la terminologia cinematografica.

“Faccio quello che voglio” è più di un titolo. È un’idea programmatica, nonché una nuova scommessa vinta, di Fabio Rovazzi.

Che ha confezionato un cortometraggio cult, con l’intervento di personaggi televisivi come Carlo Cracco e cantanti doc quali Albano e Ramazzotti. Citando pellicole di culto per raccontare in modo inedito, con una metacanzone, il mondo della voce.

Dimostrando così che può davvero fare quanto vuole.

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Carlo ed Enrico Vanzina col padre Steno

Mio padre ci ha sempre insegnato che il nostro è un mestiere artigianale, come fare l’avvocato. Non pensiamo di costruire capolavori. I nostri film sono entrati nel dna degli italiani. Sono un rito liberatorio: come il rutto libero di Fantozzi davanti alla tv“.

Così diceva il regista Carlo Vanzina, delle pellicole sue e del fratello Enrico, aggiungendo: “Ci hanno confinati in serie B per anni, ne abbiamo sofferto, poi finalmente siamo stati sdoganati: abbiamo contribuito a fissare per sempre l’immagine di una certa società italiana“.

Cogliendo così, critico acuto ed elegante di se stesso, il senso di quella cinematografia, che sta già tutta, in modo nazionalpopolare, nei titoli stessi dei loro film, da “Sapore di mare” a “Eccezzziunale… veramente”. Entrati a tutti gli effetti nei modi di dire e di rappresentarci.

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