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Archive for gennaio 2026

Se si ammettono le parole dell’odio nel contesto pubblico, se si accoglie lo hate speech nella ritualità del quotidiano, si legittimano rapporti imbarbariti. Io l’odio l’ho visto. L’ho sofferto. E so dove può portare“. – Liliana Segre

Eva Fischer, “Corsa Interrotta” – 1987 

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Salvador Dalí, “Il sogno americano” – 1931

Ma esiste ancora “il sogno americano”, quell’espressione coniata nel 1932 dallo storico James Truslow Adams per rappresentare un’opportunità di riscatto sociale, attraverso lavoro e iniziativa personale, indipendentemente dalle proprie origini?

Con l’orrore mostrato di quanto sta accadendo in Minnesota, in particolare a Minneapolis, sembra infrangersi l’immaginario collettivo intorno a quello che abbiamo sempre visto come il luogo della libertà.

Mai avremmo pensato di vedere aggirarsi per le strade americane figuri mascherati appartenenti ad una milizia armata, la famigerata Ice, che non deve rispondere a nessuno se non al Presidente Trump, col compito di “scovare” immigrati clandestini, ma col grilletto facile contro chiunque incroci il loro passo.

Passo dell’oca vien da pensare, soprattutto vedendo l’incedere inquietante in cappotto militare lungo (e di tipo tristemente riconoscibile…) del capo di tali “agenti di frontiera”, un certo Greg Bovino (nomen omen…) di chiare origini poco americane (i paradossi…). A ricordarci che, purtroppo, la Storia tende a ripetere se stessa.

E la visione apocalittica di Salvador Dalí era già predittiva, alquanto anzitempo, di tale sconquasso.

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E così pochi mesi dopo l’addio di Re Giorgio Armani se ne va anche l’Imperatore Valentino Garavani. Un’epoca, quella della moda italiana sulla scena internazionale, che si chiude definitivamente. Lasciando dietro di sé le icone di un tempo unico e irripetibile, da Gianni Versace a Missoni, da Ferré a Krizia, da Trussardi a Moschino, da Laura Biagiotti a Fiorucci, da Cavalli a Pucci, da Balestra a Ferragamo.

Ma Valentino era oltre. Eleganza allo stato puro, genio, charme, ossessione per la bellezza e un rosso unico, il suo, Rosso Valentino, appunto. Quella malìa per il colore più acceso (“il mio portafortuna”) risaliva a quando, da ragazzo, andò una sera all’Opera di Barcellona e vide tra gli spalti una donna dai capelli grigi con un abito di velluto rosso. Dirà a Vogue, “sembrava unica, isolata nel suo splendore, non l’ho mai dimenticata”.

E il Rosso Valentino diviene la sua firma. Non è ciliegia, non è cremisi, non è carminio. È potente, ma aggraziato, freddo, ma non troppo, con il rigore del classicismo e la forza del mito. E le nuance sono tante, almeno 550.

Come numerose le dive vestite da lui, premi Oscar e altezze reali, tra cui Elizabeth Taylor, Jackie Kennedy, Lady Diana, Sophia Loren, Julia Roberts, Sharon Stone, Cate Blanchett, Anne Hathaway. Segnando un’epoca, come solo un imperatore.

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Ho avuto necessità di trangugiare, tentare di digerire, iniziare a metabolizzare, prima di riuscire a scriverne. Intorno a Crans-Montana, innanzitutto. Ma anche intorno a Venezuela ed Iran.

Tutto accade in modo così veloce e drammatico che si fatica a mantenere un baricentro, mentale e morale.

Crans-Montana. Una strage, con dolo (eventuale per la legge). In un luogo perlopiù sconosciuto se non a chi lo frequenta, di quella Svizzera sulla carta tutta perfetta, in terra forse più disastrata che altrove. Su pre-adolescenti “adescati” in un bunker venduto come discoteca. E al di là di tutto, oneri, prove, colpe, mancanze, già detto, già scritto, già fatto, resta l’amarezza per le possibilità concluse di quelle vite appena abbozzate.

Venezuela. Un dittatore, Maduro, che, con un blitz fortemente voluto (magari per le risorse petrolifere?) dal Presidente americano Trump, viene rapito e sottratto ad una popolazione che forse respira un po’ di più (seppur il Paese sia in mano alla sua vice, Rodriguez). Effetto collaterale buono: alcuni nostri connazionali prigionieri/ostaggi (politici?) rinchiusi nelle carceri di Caracas, tra cui il cooperante Alberto Trentini, sono stati liberati. Effetto collaterale cattivo: d’ora in poi (in realtà è già successo, ma con rimostranze maggiori) il cowboy di turno (ma le pistole fumanti mondiali sappiamo quali sono) deciderà chi/cosa prendere e come. Il caso Groenlandia sembra essere la prossima casella del Risiko Mondiale.

Iran. In totale divenire il caos in cui versa la verde Persia, stremata dal regime degli ayatollah che oscura tutto (economia, Internet, persone) e spara sulla folla manifestante. La gioventù iraniana decimata per ordine della guida suprema Alì Khamenei. “Probabile attacco imminente” da parte del tycoon a stelle e strisce è quanto circola nelle ultime ore. E se il nostro cuore è col popolo iraniano affinché ritrovi finalmente la libertà, magari con un aiuto straniero, la nostra testa sa che cosa ciò potrebbe comportare: rischia di saltare buona parte dello scacchiere internazionale, con l’incubo del nucleare a rendere tutto più drammatico.

Caos, nessuna certezza, ogni elemento in continuo mutamento. Diritto, etica, giustizia sembrano muoversi nelle loro fondamenta. E noi tutti disorientati. Cioè senza più oriente. Fioca la luce. Linee di comportamento da ristrutturare. E ogni analisi ha una lettura multipla, anche in ciò che fino a poco tempo fa era impensabile, quando non indicibile.

Cosa fare? Non arrenderci al tentativo di comprendere il caos. Seppur a tentoni.

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Dieci anni fa, il 10 gennaio 2016, ci lasciava sguarniti di sé David Bowie. Un artista che ha riscritto le regole della musica, dell’arte e dell’identità. Dalla Londra ribollente degli anni ’60 alla Berlino sperimentale, dalla nascita di Ziggy Stardust al mistero del Duca Bianco, fino all’ultimo saluto cosmico di Blackstar: ogni tappa rivela un Bowie diverso, sempre un passo avanti al proprio tempo.

Lo scrittore Paul Morley, nel libro appena uscito “David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo”, esplora la iconica popstar britannica come forza culturale, artista e figura rigenerativa nella storia della musica e della cultura pop, indagando come le sue canzoni, la sua performance art e le sue ossessioni apocalittiche, riflessioni e avvertimenti diventino ancora più urgenti man mano che il tempo scorre e il mondo si fa più oscuro e caotico. E ci ricorda la perdita che è stata:

Non ci volle molto, dopo la morte di David Bowie, perché la gente iniziasse a dire, con tristezza, che tutto era andato a pezzi da quell’incredibile lunedì triste, quel Blue Monday dei primi di gennaio 2016. La sua scomparsa, capace di scuotere l’anima e fermare il tempo, sembrò trascinare la Terra nel caos, come se solo lui fosse riuscito fino ad allora a placare le forze ostili che minacciano l’equilibrio. […] L’uomo che aveva raccontato il cambiamento – nella vita, nelle circostanze, nell’aspetto – come una forma speciale e necessaria di energia creativa, come una gioia della natura, aveva ora portato a termine la trasformazione più grande di tutte. I suoi fan non erano pronti a questo cambiamento drastico, a questa spettacolare uscita di scena, ma nemmeno l’universo sembrava esserlo. Quando David Bowie morì, fu come se l’universo stesso avesse emesso un gemito. Anche lui aveva bisogno di tempo per elaborare il lutto. Si accasciò, perso nei suoi pensieri.”

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Luce, Manifestazione, Rivelazione. Questo il senso pieno dell’Epifania.

Lo sia. Per tutti. Per davvero. Con più attenzione a quanto si esplicita accanto a noi.

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Che sia un Anno buono, luminoso, solidale, gentile.

Buon anno 2026! Auguri affettuosi di benessere a tutti i viaggiatori di espress451…

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