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Posts Tagged ‘Auschwitz’

Disegno di Thomas Geve, fanciullo ebreo di Stettino deportato ad Auschwitz all’età di 13 anni

Ricordare la Shoah. Un dovere morale, storico, civile.

Traccia mnestica indelebile per evitare che quell’orrore indicibile si ripresenti. Attraverso un rigurgito, una sopraffazione, una negazione.

Di modo che certi disegni infantili si conservino per sempre, ma non sia più possibile che alcun bambino li pensi.

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La senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz e testimone della Shoah, in una lettera di questi giorni agli studenti ricorda a tutti noi il valore civico della memoria: “Un Paese che ignora il proprio ieri non può avere un domani. La Memoria è un bene prezioso e doveroso da coltivare. Sta a noi farlo. A che serve la memoria? A difendere la democrazia.”

Tenendo sempre presente il monito di Primo Levi che, nell’incipit de “I sommersi e i salvati”, affermava: “La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace“.

Già. Perché a volte, pur ricordando, edulcoriamo, omettiamo, giustifichiamo. Per nascondere colpe e soprusi. Per dimenticare la “zona grigia” dell’umanità. Cioè di ciascuno di noi.

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Chissà perché la felicità è sempre più breve del dolore” si chiede il piccolo protagonista di “Un sacchetto di biglie” in uno degli ultimi momenti luminosi trascorsi con la sua famiglia.

Sono ancora tutti insieme sulla spiaggia di Nizza a godere del sole. Di quello che splende in cielo e di quello che pulsa dentro ciascuno di loro mentre respirano insieme la medesima aria salsa. Un’aria in cui il sale è ancora quello del mare e non quello venefico del male del mondo che di lì a poco appesterà l’umanità intera.

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La nomina di Liliana Segre a senatrice a vita muove riflessioni sul legame imprescindibile tra forma e contenuto.

Qui la forma, il titolo di componente del Senato italiano, è alta e finalmente giunge in chi, Liliana Segre, è da sempre portatrice di un contenuto altissimo, vibrante di testimonianza diretta su quell’orrore indicibile che è stata la Shoah. E non solo, perché la neo senatrice Segre ha speso la propria esistenza per raccontare ciò che è stato, in nome di una memoria sempre viva. Il “Binario 21” della Stazione di Milano non è che l’esito pubblico più evidente.

Di fronte a tale, limpida e superiore, corrispondenza tra forma e contenuto non si può omettere di pensare a quanto lo Stato italiano, anche quando attento alla forma, sia glissante se non silenzioso di fronte al dilagare di certi contenuti. Non poi tanto diversi, come ha ricordato Segre, da quelli che hanno condotto all’Olocausto, e ancor prima alle leggi razziali. Sottoscritte anche dallo Stato italiano. Sob.

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Risultati immagini per primo levi 30 anni fa

A trent’anni dalla sua scomparsa il monito di Primo Levi continua a vibrare indelebile. Seppur a tratti inascoltato.

E non possono che risuonare sempre alte le parole che usò Claudio Magris nel suo articolo per la scomparsa di Primo Levi: «È morto un autore le cui opere ce le troveremo di fronte al momento del Giudizio Universale».

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“Meditate che questo è stato.”

Primo Levi, da “Se questo è un uomo”

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"Monumento ad Auschwitz" di Marcello Mascherini (1958) - Risiera di San Sabba, Trieste

“Monumento ad Auschwitz” di Marcello Mascherini (1958) – Risiera di San Sabba, Trieste

Risiera di San Sabba a Trieste.

Unico forno crematorio italiano.

Vi furono eliminati migliaia di partigiani, antifascisti, ebrei.

Oggi la Risiera è un museo.

Per ricordare che è stato.

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giorno memoria1

Il 27 gennaio 1945, all’apertura dei cancelli del campo di concentramento di Auschwitzfu rivelato al mondo l’orrore del genocidio nazista.

Alla luce degli ultimi e drammatici eventi francesi c’è da chiedersi se tutti noi stiamo tenendo fede a quell’impegno, a quel “patto” civile su cui abbiamo giurato di rifondarci, tenendo sempre l’attenzione alta e la memoria viva, in modo che una tale ecatombe non sia più. Senza dimenticare che proprio in sordina cominciò, col silenzio di tanti.

Un modo per ricordare è “inciampare”. Così ha pensato l’artista tedesco Gunter Demnig che dal 1995, partendo da Colonia, ha installato oltre 50.000 “pietre d’inciampo”, le Stolpersteine, nel selciato di molte città europee (ora anche a Torino, con la posa della pietra numero 50.000), davanti alle abitazioni teatro di deportazioni. Così i sampietrini riportano sulla piastra d’ottone il nome della persona deportata, con l’anno di nascita, data e luogo di deportazione e data di morte se conosciuta. Tentando così di restituire individualità a chi era stato ridotto a numero. Un modo per restituire memoria storica. Inciampando, fermandosi, riflettendo.

pietre inciampo

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anita b.

Lascia Auschwitz fuori da questa casa“, è la raccomandazione che viene fatta ad Anita quando, uscita dal lager, viene accolta da parenti.

Ed è ciò che è accaduto allo stesso regista Roberto Faenza al momento della distribuzione del suo ultimo film, Anita B., ispirato al romanzo autobiografico Quanta stella c’è nel cielo di Edith Bruck. “Mi è bastato accennare al fatto che la protagonista del film fosse una giovane sopravvissuta di Auschwitz ed ecco che le porte delle sale cinematografiche si sono rinchiuse”, ha dichiarato il regista alla presentazione alla stampa della sua pellicola, aggiungendo: “Abbiamo trovato difficoltà ad uscire in sala. Non mi è mai accaduto di uscire con 15-20 copie: è offensivo verso il pubblico“.

Auschwitz tabù? Per Roberto Faenza l’Italia continua a restare “in un tranquillizzante oblio, una rimozione tale da impedirle di lavorare sulla memoria come dovrebbe, questo rispetto all’Olocausto ma anche ad altre stragi o fatti atroci. Colpevole a mio avviso è la televisione che è nemica della memoria.

Di fatto il film è il racconto di un ritorno alla vita, accompagnato dalla necessità-dovere di ricordare. Un film sulla memoria, quella traccia mnestica che ci permette poi di lasciare altre successive tracce. Come pensa tra sé e sé Anita nel finale: “Sono serena perché viaggio verso il passato con un solo bagaglio: il futuro“.

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16 ottobre 1943

Ancora volti attoniti, come quelli di Lampedusa, come quelli delle tragedie di sempre.

Settanta anni fa quell’osceno sabato romano, vergogna di noi tutti, anche se non c’eravamo. Perché certe colpe dei padri ricadono eccome sui figli. E l’indifferenza in mezzo a cui i nazisti rastrellarono quel sabato più di mille persone appartenenti alla comunità ebraica per deportarle ad Auschwitz andrà prima o poi spiegata. O almeno indagata, compresa. Perché è l’indifferenza di sempre, è il “non mi riguarda”, è il tenere le mani in tasca pensando che così omicidio non sia.

E’ il silenzio, colpevole a tutti i livelli, in cui pensiamo di far tacere gli accadimenti “sgradevoli”. Come se quegli sguardi, da Roma 1943 a Lampedusa 2013, non appartenessero al nostro genere.

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