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Posts Tagged ‘sogno americano’

Oltre ad essere uno scrittore da Pulitzer, con la capacità rabdomantica di cogliere la fragilità del sogno americano, Sam Shepard era anche un bravo attore. Uno di quelli, rari, che danno luce a chi gli recita intorno, sottraendosi pur essendoci.

Per questo Sam Shepard mi piaceva. Mi restituiva l’idea di un uomo per bene, sensibile, bello davvero. Forse anche in virtù dei suoi conflitti interiori, a cui cercava di venire a patti senza le esternalizzazioni, quelle attorali davvero, del nostro consumato tempo.

E lo faceva, oltre che con segni grafici di indubbio valore, anche con gesti semplici di umano valore.

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É la prima volta che accade in ottantanove edizioni. L’Oscar più atteso, quello per il miglior film, l’ultimo assegnato nella lunga notte delle stelle, é stato annunciato per “La La Land” e subito rettificato (“It’s not a joke”) per “Moonlight” di Barry Jenkins, che aveva già vinto in altre due categorie.

Così sono sei le statuette per il musical dedicato “ai folli e ai sognatori”, tra cui anche la regia con Damien Chazelle, 32 anni, il regista più giovane di sempre a ricevere il premio.

Un’edizione degli Oscar che premia da un lato il black power e dall’altro la forza del sogno. Di tutti, ma soprattutto americano. Infatti se “Lalaland” é parola inglese per “stato mentale euforico e sognante”, é anche vero che L.A. rimanda alla Los Angeles del film e del cinema in assoluto.

Anche se il premio forse più sintomatico del tempo che viviamo é quello a “Il cliente” come miglior film straniero, del regista iraniano Asghar Farhadi. Assente giustificato. Ha scelto di non usufruire del permesso speciale per entrare negli Stati Uniti, protestando così contro il Muslim Ban di Mr.President Trump.

Segno dei tempi. Poco luminosi, nonostante le stelle della settima arte.

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Il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald John Trump, si è insediato alla Casa Bianca.

O “insidiato”, dicono i suoi detrattori. Ma se la sua presidenza sia un’insidia o meno saranno i fatti a dirlo.

Per ora un discorso dai toni forti, in cui si staglia in modo netto il nuovo orizzonte del Paese a stelle e strisce: “Compri americano, Assumi americano”, ovvero protezionismo innanzitutto.

Con poco spazio per l’idea romantica, e ancora resistente, di un luogo oltreoceano aperto a tutti. Persone e sogni.

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E’ terminata la mia sospensione di giudizio sul comportamento post Nobel di Bob Dylan.

All’annuncio di tale riconoscimento il 13 ottobre scorso ero contenta. Per la scelta open dell’Accademia di Stoccolma, per il nome del poeta destinatario e per la motivazione: “Per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della grande tradizione della canzone americana.” Canzoni come “Blowin’ in the wind” o “Knockin’ on Heaven’s Door” sono diventate inni dei movimenti pacifisti e per i diritti civili, interpretando il sogno americano di libertà.

Mi aspettavo da subito una dichiarazione del cantautore. E invece ho cominciato ad aspettare, come tutti, un segno da parte del compositore. Una sua, seppur minima, reazione. Viceversa, il silenzio.

Così, mentre lui taceva io entravo in epoché, sospendendo il mio giudizio sul suo atteggiamento.

Dopo una quindicina di giorni poche parole in stile Dylan: “Che sorpresa il Nobel. A Stoccolma ci andrò, se sarà possibile.” Ora sappiamo che non gli sarà possibile, perché “già occupato in precedenti impegni.” Comunicato che lascia dietro di sé una scia fastidiosa e sgradevole di arrogante superiorità. Anche se le sue canzoni continueranno con merito a “bussare alle porte del Paradiso.

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