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Posts Tagged ‘musica’

Un annuncio inaspettato ma meritato. E giunto via Twitter, come impone il tempo social che stiamo vivendo. L’account usato è stato quello ufficiale dell’Unesco, che ha decretato la musica reggae patrimonio immateriale dell’umanità.

Così il genere musicale nato negli anni ’60 in Giamaica e famoso in tutto il mondo attraverso Bob Marley, Peter Tosh, Gregory Isaacs, Jimmy Cliff assurge a valore universale, con una motivazione di tutto rispetto: “Il suo contribuito al dibattito internazionale su ingiustizia, resistenza, amore e umanità sottolinea le dinamiche che lo rendono contemporaneamente cerebrale, socio-politico, sensuale e spirituale”.

Si pensi al brano “No woman no cry”, forse il più conosciuto di Bob Marley. Ispirato alla vita di Trenchtown, è un testo che incoraggia ad andare avanti e non mollare mai perché, alla fine, tutto andrà bene.

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Stasera l’aria è fresca
potrebbero venirmi dei pensieri
più dolci del vino che bevi
più chiari delle tue risposte.” 

Collego questa canzone di Goran Kuzminac, ad un tempo lontano. Un tempo in cui, insieme a mia sorella, cinguettavo questi versi con quella leggerezza inconscia che ci caratterizza, se siamo fortunati, quando l’io è ancora bambino.

Mi piaceva, ci piaceva, quell’aria fresca quasi dispersa tra vino e pensieri. Che ci apparivano adulti, quindi futuri. E perciò, in quella finestra temporale, seduttivi.

Anche nel presente, seppur raramente, ci capita di canticchiarla, sempre in quella strofa. Fresca e sospesa. Mai del tutto compresa.

Perciò grazie Kuzminac. Che l’aria ti sia fresca.

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La canzone estiva dei “The giornalisti” mi è piaciuta al primo ascolto. Merito del ritmo indovinato. E di un video strutturato in soggettiva, tale da rimanere impresso per gli enne ascolti successivi.

Ma ad avermi colpito è stata l’associazione tra la “felicità” e quell’epiteto che la rende di tutti senza essere in fondo di nessuno, se non per poco tempo.

È la possibilità di una Felicità “Bocca di rosa” ad avermi immediatamente e definitivamente conquistato.

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La “Regina del soul” Aretha Franklin ci lascia orfani di quella sua inimitabile e superba voce definita “una meraviglia della natura”.

A lei, simbolo della cultura afroamericana, quel suo “Respect” tante volte cantato quale vessillo orgoglioso di rivendicazione di sacrosanti diritti umani.

“I say a little prayer” diceva in musica con un timbro unico. Che continua ad arrivare in Alto.

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A quasi un mese dalla drammatica e prematura scomparsa di Tim Bergling, il Dj Avicii, alcune riflessioni prendono forma. Sul mondo secolare che fagocita le sue creature di successo, e sui nomi “consequentia rerum”.

Tim adolescente scrive e remixa canzoni nella sua cameretta, pubblicandole in un blog e poi nel suo profilo. Viene scoperto e messo sotto contratto. Nonché sotto pressione. E lo pseudonimo adottato, Avicii, detta il nuovo passo del ragazzo di talento.

In sanscrito “Avicii” significa “senza onde”, per il buddismo l’ultimo livello dell’inferno. Quello in cui comincia a scendere Tim, tra alcool, droghe e crisi d’ansia. Al punto da dover abbandonare palchi, pubblico e tour.

In tempi non sospetti, ma solo per noi, Tim faceva ballare il mondo, già gridando il suo malessere al mondo. Inascoltato. Così nel suo “Wake me up“:

Cerco di portare il peso del mondo
ma ho solo due mani
spero di avere la possibilità di viaggiare per il mondo
ma non ho altri piani
spero di restare così giovane
senza paura di chiudere gli occhi
la vita è un sogno fatto per tutti
e l’amore è il premio

allora svegliatemi quando è finita
quando sarò più saggio e più vecchio
tutto questo tempo mi stavo trovando
e non sapevo che mi ero perso“.

Tragicamente predittivo nelle sue onde interne.

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E in fondo sentire che niente finisce mai
È un tempo infinito il presente
Non passerà“.

Il testo è potente, l’interprete di classe, ma la sorpresa è il video. Disegni dai tratti acquarellati, sfumati, leggeri.

Un’educazione sentimentale al cubo.

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Mentre i nostri politici sono in pausa di riflessione, quindi flessi su se stessi a pensare chissà quali pensieri, noi proviamo a ricordare cosa sia oggi il nostro Paese.

Facendolo però con lo sguardo di un ragazzo tunisino ma, sorpresa, italiano. E col suo modo di musicare. Un rap 2.0, versi affettuosi all’Italia da un italiano.

Materia su cui riflettere per chi della polis, prima o poi, dovrà occuparsi.

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