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Il regista Quentin Tarantino lo ha annoverato tra i più grandi compositori di tutti i tempi, facendo i nomi di Mozart e Beethoven.

Doverci ora “accontentare” delle melodie che il Maestro Ennio Morricone ci ha consegnato sottolinea con tristezza il senso di finitudine insito nell’umano.

Anche perché la sua musica è sempre stata epifanica. Capace di evocare, nelle profondità di ciascuno, emozioni ancestrali, regalando potentissime illuminazioni. Suono e immagine in un’unica traccia mnestica, filmica o personale. Attraverso un’armonica piuttosto che un trionfo di archi, dai vocalizzi ai colpi di pistola, da un semplice fischio ad un magistrale assolo di oboe.

Se in origine eravamo dei suoni, mi pare bello pensare che torneremo ad esserlo“, amava dire Ennio Morricone.

Al Maestro, con gratitudine, auguriamo di essere tornato suono. Sublime e altissimo.

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Una meteora luminosissima il compositore Ezio Bosso. Ora in viaggio per altri mondi.

Ma si fatica a credere e ad accettare che tutta la sua joie de vivre, incontenibile nonostante un contenitore fisico a vietarglielo sempre più, sia irrimediabilmente spenta. Insieme ad un talento musicale sublime e rigoroso, capace di condurre per mano tra le note chiunque, rendendolo felice. Come lui, a dispetto di un destino contro.

Anche se diceva che “il dolore è solo un elemento della nostra vita. Se lo accettiamo diventa costruttivo, se lo rifiutiamo ci paralizzerà. La quinta di Beethoven parte da un sentimento doloroso ma ci insegna che il destino che bussa alla porta si può modulare. Apre alla vita come un lieto fine di dieci minuti“. “Perché – aggiungeva – la missione è cercare sempre quella purezza che diventa trascendenza e trasfigurazione.”

Per la fine dell’isolamento anti-Covid aveva desideri minimi eppure immensi: sedersi alla luce del sole e abbracciare un albero.

Ancora una lezione lieve e luminosa, Maestro Bosso. Grazie.

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– “Sei l’unica stanza che mi salva dal disordine” (da “Baciami adesso” di Enrico Nigiotti)

– “La mia solitudine / è sul fondo di un bicchiere / d’acqua che mi inviti a bere” (da “Dov’è” di Le Vibrazioni)

– “Stesa al filo teso delle altre opinioni / ti agiti nel vento / di chi non ha emozioni” (da “Tikibombom” di Levante)

– “È che il passato ci esce dalla testa / come canzoni dalla radio / amori nell’armadio” (da “Il confronto” di Marco Masini)

– “Se ogni scelta crea ciò che siamo / che faremo della mela attaccata al ramo?” (da “Eden” di Rancore)

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Festival di Sanremo, tutto bene, tutto bello. Se solo lo si potesse seguire per intero.

Impresa impossibile, visto che mediamente la chiusura si colloca intorno alle due di notte. E solitamente qualche ora dopo, se si è fortunati, si va a lavorare.

Ecco allora la proposta che spopola in queste serate festivaliere sui social: rendiamo festa nazionale la settimana del Festival di Sanremo. Così ci dedichiamo mente e corpo solo a lui.

Facendo del tutto nostra, per alcuni giorni, l’insostenibile leggerezza della vita. Grazie a qualche canzonetta.

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È ricominciato. Il Festival di Sanremo.

Ha raggiunto l’età considerevole dei settanta, ma continua a far parlare di sé. Come una diva d’altri tempi ma sempre seduttiva. Con la capacità camaleontica di mutare pelle ascoltando i tempi. Attraverso accordi, testi e tendenze.

Permettendo a ciascuno di “Volare, nel blu dipinto di blu”.

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A chiusura delle celebrazioni del bicentenario della poesia “L’infinito” di Leopardi un video trasmesso sui canali RAI fino al 31 dicembre.

Si vede scorrere sullo schermo il manoscritto originale della lirica recitata da ventidue voci famose della canzone italiana, tra cui Mina, Celentano, Pausini, Baglioni, Nannini, perché più facilmente riconoscibili. “Un dono senza volto e senza nome, una straordinaria dichiarazione d’amore collettiva da parte di grandissimi artisti della musica“, come ha sottolineato il ministro Dario Franceschini presentando l’iniziativa.

Ricordandoci che la canzone d’autore nasce nel profondo e fertile solco della Poesia. Così da poter dire che “il naufragar m’è dolce in questo mare“.

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Impossibile non averla sentita, anche solo orecchiata in qualche sua nota.

Sia perché spopola ovunque, radio, I Tunes, Spotify. Sia perché ti entra immediatamente in testa.

La canzone di Tony Watson, vero nome di Tones and I, australiana di 19 anni, racconta della sua esperienza come musicista di strada a Byron Bay, e della sua intenzione di far ballare chi le sta intorno.

Anche “Dance Monkey” nasce così. Voleva creare una melodia su cui i suoi amici dell’ostello potessero scatenarsi senza pensieri.

È successo planetario.

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Ha vinto il Premio Lunezia per il miglior testo.

“Nonno Hollywood” di Enrico Nigiotti è un commovente testo poetico, una lettera di struggente mancanza nei confronti del nonno ormai “partito”. Che ha però lasciato al nipote i propri affettuosi bagagli.

Nonno mi hai lasciato dentro ad un mondo a pile
Una generazione che non so sentire
Ma in fondo siamo storie con mille dettagli
Fragili e bellissimi tra i nostri sbagli“.

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Quella di “Sanremo” è una macchina senza dubbio voluminosa, elegantemente dispendiosa, a tratti vertiginosa.

Canzoni a iosa. In attesa di qualcosa. Una rima ingegnosa, una musica gioiosa. Forse in futuro famosa.

“Sanremo”, una macchina oltremodo curiosa.

Ps: my favourite song is “Soldi” di Mahmood.

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Un annuncio inaspettato ma meritato. E giunto via Twitter, come impone il tempo social che stiamo vivendo. L’account usato è stato quello ufficiale dell’Unesco, che ha decretato la musica reggae patrimonio immateriale dell’umanità.

Così il genere musicale nato negli anni ’60 in Giamaica e famoso in tutto il mondo attraverso Bob Marley, Peter Tosh, Gregory Isaacs, Jimmy Cliff assurge a valore universale, con una motivazione di tutto rispetto: “Il suo contribuito al dibattito internazionale su ingiustizia, resistenza, amore e umanità sottolinea le dinamiche che lo rendono contemporaneamente cerebrale, socio-politico, sensuale e spirituale”.

Si pensi al brano “No woman no cry”, forse il più conosciuto di Bob Marley. Ispirato alla vita di Trenchtown, è un testo che incoraggia ad andare avanti e non mollare mai perché, alla fine, tutto andrà bene.

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