L’icona del cinema Woody Allen compie 90 anni. Auguri!
Tra nevrosi, ironia, scandali, amori, tradimenti, jazz, Manhattan, ci ha regalato finora più di cinquanta film, premiati con quattro Oscar e tanto successo. E presto sarà di nuovo dietro la cinepresa, a Madrid, per imprimere con genio altra pellicola. Come piace a lui, lavorare per dimenticare il destino di noi umani.
E allora Woody, buon lavoro! E grazie per averci insegnato a sorridere dei nostri limiti e delle nostre ossessioni.
“La voglia la pazzia, l’incoscienza l’allegria“. Ornella Vanoni, artista immensa, è stata questo. Cioè quello che cantava. Ogni verso una sua sfaccettatura: la voce inconfondibile, l’eleganza innata, la libertà e l’ironia, la leggerezza e la malinconia.
Cantava infatti: “È uno di quei giorni che ti prende la malinconia… ma Domani è un altro giorno, si vedrà”. E anche, sempre con quella sua timbrica struggente, “Io sono tutto l’amore che ho dato / Tutto l’amore incondizionato / L’imbarazzo dietro al vanto / Un sorriso dentro al pianto”.
Riusciva a tener dentro tutto quanto era stata, Giorgio Strehler e Gino Paoli, l’interpretazione teatrale e l’immediata empatia, lo studio e l’improvvisazione, la cantante sofisticata e l’icona pop.
E ovviamente in lei tutto sembrava “senza fine”. Al punto da essere tutti sorpresi, e poi tristi, alla notizia della sua fine. Che però in lei, come in chi ha lasciato un segno, non sarà tale. Perché Ornella Vanoni è:
“Senza fine /Tu sei un attimo senza fine / Non hai ieri / Non hai domani… / Tu per me sei luna e stelle / Tu per me sei sole e cielo…”
Sempre in simbiosi Alice ed Ellen Kessler. Anche nel congedo alla vita. Una vita di balletti, lustrini, spettacoli, successi, ma vissuti ogni volta con eleganza asburgica e teutonico distacco.
Sempre determinate e alla fine autodeterminate, in quell’unico modo che pensavano possibile per non dividersi, lasciandosi l’un l’altra. Affermando una scelta di libertà, come gli antichi stoici, Seneca docet.
Vanno ricordate con la grazia raffinata che trasmettevano, in quel loro muoversi e vivere speculare (persino le case lo erano), e con quell’indipendenza che le ha sempre caratterizzate, arrivando da un accordo pattuito fin dall’infanzia, difficile e triste per un padre violento e la scomparsa dei due fratelli.
Il sorriso è stato il loro segno, godendo di quanto, e bene, erano riuscite a costruire, insieme. Il doppio la loro cifra inestinguibile. Anche quando l’anima di ciascuna stava per diventare, scegliendolo scientemente, l’ animulavagula blandula di yourcenariana memoria.
Finalmente ieri sera, dopo diversi rinvii, è arrivata la prima visione su Rai 3 (ora fruibile su Raiplay) del documentario Premio Oscar 2025 “No Other Land”, prodotto da un collettivo israelo-palestinese (Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor), sulla distruzione di Masafer Yatta, nella West Bank, in Cisgiordania, territorio che secondo la comunità internazionale appartiene ai palestinesi, ma che è sotto l’occupazione illegale di Israele.
Un lavoro a più mani e di riprese di diverso tipo, da quelle professionali, girate da Rachel Szor, a quelle amatoriali di Adra, che usa per lo più il telefono, girato dal 2019 al 2023, raccontando la resistenza della comunità palestinese di Masafer Yatta, dove vive il regista e attivista Basel Adra, di fronte alle politiche di espansione israeliane. Il film testimonia le demolizioni continue e le conseguenze umane di tanta sopraffazione, con uno sguardo intimo sulla quotidianità di chi lotta con mezzi non violenti per difendere la propria terra.
A fare da sfondo all’occupazione e all’odio sionista è l’amicizia tra Basel Adra e Yuval Abraham, giornalista israeliano. In un’intervista a Variety, Abraham ha raccontato come la svolta nella percezione di cosa stesse accadendo è arrivata per lui quando ha iniziato a studiare l’arabo: “Le persone mi dicevano che i palestinesi costruivano illegalmente e che era per questo motivo che noi distruggevamo le loro case con i bulldozer. Ma quando ho cominciato a fare le mie ricerche, ho realizzato che in realtà c’è una legge che impedisce sistematicamente ai palestinesi di ottenere i permessi di costruzione, e che questa legge è un modo per appropriarsi della loro terra”.
I limiti dell’amicizia si rivelano però nei loro sogni, perché alla speranza di Yuval fa da contraltare la stanchezza di Basel per i continui soprusi subiti, come le case (e le scuole) che si ripiegano su sé stesse. Al bianco del villaggio dei coloni (autori di vere spedizioni punitive, sempre protetti dall’esercito), con case tutte uguali come se calate dall’alto, si contrappone l’ocra della terra, delle grotte, delle macerie e dei sassi (quasi una Matera palestinese) tutti diversi di Masafer Yatta.
Ma ciò che permette al popolo palestinese di resistere, è la sua comunità. Che ha la capacità di “fare casa” stando insieme, quasi senza oggetti, e la caratteristica di mutare il pericolo (danger) in rabbia (anger) da canalizzare nella protesta collettiva, come suggerisce un breve frame su un cartello che contiene il senso di più di settant’anni di Storia.
Lo spettatore, con una prospettiva forzata dalle soggettive della camera a mano, è partecipe di queste violenze, ma anche dell’eroica resistenza di chi racconta, quelli per cui il semplice abitare è un atto rivoluzionario e una telecamera è l’unica arma impugnata contro un aggressore invincibile, ma un’arma che spaventa l’esercito occupante più di un fucile.
Un documentario che denuncia soprusi, che testimonia una resistenza pacifica, che racconta una comunità resiliente. Da fruire con sguardo attento. Da divulgare per senso civico.
Cinquant’anni fa, il 2 novembre 1975, Pier Paolo Pasolini fu brutalmente assassinato sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Il pomeriggio del giorno precedente aveva rilasciato a Furio Colombo un’intervista di cui pensò anche il titolo, “Siamo tutti in pericolo”. Intervista poi uscita l’8 novembre 1975 sul numero 2 del supplemento de “La Stampa” “Tuttolibri”, nato appena sette giorni prima, il 1° novembre 1975.
Suggestivo tale legame tra la fine di uno dei più importanti intellettuali italiani, nonché geniale autore-poeta-regista del nostro tempo e l’inizio di un settimanale intorno ai libri, un inserto ampio e ricco sul modello anglosassone, che li sottraeva allo spazio della “Terza pagina”, su un’idea dell’allora direttore del quotidiano torinese Arrigo Levi e il vice Carlo Casalegno. Fu subito un successo, che continua da mezzo secolo.
E celebrando il compleanno di “Tuttolibri” (per me sempre una festa leggerlo…) non si può non ricordare PPP. Che manca.
Perché intellettuali di tale portata sono uno sprone civile per le ombre di un Paese. Soprattutto il suo essere “corsaro” manca, specie in un tempo tanto frenetico e confuso e omologato.
Disse Pasolini a Furio Colombo in quell’ultima intervista, a poche ore dalla sua drammatica morte: “Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo», non di buon senso”.
E ancora: “Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di li, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o èun criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori”.
Qualche ora dopo la tragedia. E quell’assenza che continua, pur dopo cinquant’anni, a pesare. Pur restando di peso presenza.