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Posts Tagged ‘ironia’

Scelse il nome d’arte Valeri dal poeta Paul Valéry. Iniziando così quel sommo mascheramento fatto di arte, intelligenza, ironia. E surrealtà dosata con maestria.

Inventando personaggi indimenticabili, dalla Signorina Snob alla Sora Cecioni, calcando con estro e leggerezza e acume i palcoscenici di teatro, cinema, televisione.

Ma soprattutto Franca Valeri ha insegnato a noi donne l’autoironia, mostrandoci come non prenderci sul serio per farci prendere sul serio dal mondo. Oltre lo scontato ruolo canonico.

Anche per questo, Franca, grazie.

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Ironia dissacratoria come solo un aretino, con il senso immediato e sfrontato per la battuta. Capacità sublime di nobilitare l’arte del nulla attraverso l’uso sapiente del surreale. Visione acuta e predittiva dei mezzi di comunicazione unita ad un’intelligenza vivace e giocosa. Con la leggerezza a segnare la rotta di navigazione. Nell’etere e nell’esistenza.

Questo è stato Gianni Boncompagni. Ma il mio “Bonco” é stato soprattutto quello di me piccina, che capivo e non capivo, forse perché piccina, forse perché con poco senso. Seppure un senso alto, doppio, acuto come l’arco, senza freccia, oltre il reale. Quel senso che, ora lo so, piace a me fin da piccina, allora non sapendolo. Quello che mi faceva rientrare da scuola in fretta per ascoltare i tormentoni e i non-sense di “Alto gradimento”. Abbeverandomi ad altra scuola, che trovava il suo farsi, disfarsi e avvilupparsi nei senza senso pieni. Che, nel caso di Boncompagni, si palesavano anche attraverso testi musicali in cui le rime si accoppiavano danzando e giocando, come una “ballerina di Siviglia”, la sua appunto, “con lo scialle di ciniglia”, a cui si chiedeva di “non scoprire la caviglia”.

Bischero cazzeggio, nobile fraseggio. Leggerezza a tratti insostenibile. Ma necessaria, quanto e più dell’aria.

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L’abbiamo persa Anna Marchesini. Insieme alle sue peculiarità. Talento allo stato puro, ironia in sguardo e parola, profondità d’animo e di visione. E poi quel coraggio da leonessa imperitura che le faceva dire: “Mi rende felice cercare il coraggio, averlo, non averlo ancora ma sapere di avere la vita dentro di me.”

Rimarrà per sempre la “cecata” Signorina Carlo, la Sora Flora, la surreale Lucia dei “Promessi Sposi” secondo “Il Trio”, la sessuologa Merope Generosa. Personaggi nati in lei in ambito primordiale: “La comicità viene da un fondale molto profondo: sono scesa giù giù, ho raccolto le mie conchiglie e quando sono emersa ho fatto in modo che tutto quello che avevo portato facesse una capriola.”

Un altro sorriso si è spento poco prima, quello di Marta Marzotto. Mondina da ragazza, contessa per matrimonio, musa ispiratrice di Renato Guttuso, icona originale di stile italiano. Ma soprattutto sempre allegra e generosa, anche quando la vita le si è fatta avversa.

La battuta ironica in ogni circostanza (“Con Easy-jet oggi si sentono tutti parte del jet-set, o meglio, del jet senza il set”) ma anche la capacità introspettiva di guardare gli altri per apprendere (“La mia più grande vittoria? Aver saputo tacere, ascoltare e imparare”). E poi le scelte libere , sapendo fare sempre autoironia. Come con quel brand di moda “Marta da legare”. Un gioco, una provocazione. Ancora.

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L’anima la si ha ogni tanto, nessuno la ha di continuo, per sempre.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, possono passare senza di lei.
A volte nidifica un pò più a lungo, sole in estasi e paura dell’infanzia,
a volte solo nello stupore dell’essere vecchi.
Di rado ci da’ una mano in occupazioni faticose,
come spostare mobili, portare valige
o percorrere le strade con scarpe strette,
quando si compilano moduli, si trita la carne,
di regola ha il suo giorno libero.
Su mille nostre conversazioni partecipa ad una,
ed anche a questo non necessariamente,
poiché preferisce il silenzio,
quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,
smonta di turno, alla chetichella,
è schifiltosa,
non le piace vederci nella folla,
il nostro lottare per un vantaggio qualunque
e lo strepito degli affari, la disgusta,
gioia e tristezza non sono per lei due sentimenti diversi,
è  presente accanto a noi solo quando essi sono uniti.
Possiamo contare su di lei
quando non siamo sicuri di niente e curiosi di tutto,
tra gli oggetti materiali le piacciono gli orologi a pendolo e gli specchi,
che lavorano con zelo anche quando nessuno guarda.
Non dice da dove viene e quando sparirà di nuovo,
ma aspetta chiaramente simili domande.
Si direbbe che così come lei a noi,
anche noi siamo necessari a lei, per qualcosa.

Se n’è andata in questo inizio di febbraio freddo e nevoso la poetessa polacca Wislawa Szymborska, Premio Nobel della Letteratura 1996. L’ambito riconoscimento era stato motivato: “per aver creato della poesia che tramite ironica precisione permette di mettere in luce il contesto storico e biologico in frammenti di realtà umana.” Arguta ed elegante nei suoi versi, è sempre stata l’ironia la caratteristica evidente della sua produzione, con una notevole capacità di alleggerire nel racconto le situazioni più dolorose, insieme ad un’acuta introspezione intellettuale ed un’osservazione puntuale della realtà.

Nel discorso di accettazione del premio Nobel dichiarava della difficoltà di definirsi poeta in questo tempo: “Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e forse soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra società chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, ed è molto più difficile ammettere le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo.”

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