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Posts Tagged ‘Manhattan’

Esserci stata, in quel luogo di terrore e dolore e oggi di memoria, ha fatto virare la mia percezione di quella data ormai tristemente storica, 11 settembre 2001 New York City.

Ho respirato un perimetro di tristezza, in cui l’acqua scende verso il basso, fondamenta di quelle torri, un tempo gemelle come oggi le liquide vasche, “Reflecting Pools”, coi nomi incisi di chi è stato vittima di un atto terroristico impensabile.

In una città come New York in cui tutti camminano sempre veloci, il “9/11 Memorial” è invece un’area di lentezza e silenzio. I passi che lì muovi sono un viaggio verso il fondo di quel giorno tanto buio. Pur con il “Survivor Tree”, l’albero sopravvissuto a tanta distruzione, ad ergersi quale simbolo della vita stessa.

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Coincidenza curiosa che il blackout che ha spento e fermato New York City l’altra sera sia avvenuto proprio nello stesso giorno del Grande Blackout del 1977, il 13 luglio.

Sabato sera Manhattan è infatti rimasta al buio per cinque ore, con 72mila newyorchesi senza corrente elettrica, per un problema su una centralina della ConEdison. Persone chiuse negli ascensori, metropolitana ferma, semafori spenti, traffico in tilt.

E proprio il 13 luglio, come la notte dello storico blackout del 1977, quando l’intera New York rimase senza corrente elettrica, con rivolte urbane, incendi, scontri e razzie. Quella fu una “Città in fiamme”, come racconta magistralmente il romanzo di Garth Risk Hallberg.

Sabato sera è andata meglio. Anche se vedere così scura la città dalle mille luci, quella che non dorme mai, ha provocato, almeno in me, una sensazione di straniamento.

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“Mentre ero lassù (guardando giù)” – Photo by Ester Maero

Ad un mese dalla mia avventura in terra newyorkese, tento di capire quanto abbia mutato il mio paesaggio interiore muovere i primi passi nel Nuovo Mondo.

Cosa ha significato per me mordere, gustare, digerire, assimilare la Grande Mela?

È stato l’incontro con un mondo in continuo movimento. Rigenerante però, mai delirante. Per la sensazione che tutto può accadere, in qualsiasi momento. E che ogni cosa forse è possibile.

Provando l’ebbrezza di sentirsi al centro del mondo insieme a chi ti sta intorno, in completa integrazione e con un culto speciale per la libertà. Senza mai invadere l’altro. Usi, cibi, costumi, parole a convivere pelle a pelle, in un energetico melting pot.

Un luogo in cui è forte l’esperienza di straniamento, quasi vivessi ogni ora su un set cinematografico. Che è pur vero, perché in ogni dove vedi pellicole già viste sbobinarsi: “Manhattan”, “Taxi driver”, “Harry ti presento Sally”, “Colazione da Tiffany”, “C’è posta per te”, “Il maratoneta”, “C’era una volta in America”.

Come se, anche essendoci dentro, in New York City, non ci credessi mai del tutto. Lo descrive bene il giornalista  del “New Yorker” Adam Gopnik: “Perfino quando ci stabiliamo qui a New York, in qualche modo questa città sembra sempre un luogo a cui aspirare”.Tra grattacieli, hot dogs, frenesia, potenzialità.

Uno stato della mente, come ho letto un giorno in un caffè. Uno skyline di energia emotiva.

“Mentre ero là (guardando da qua) – Photo by Ester Maero

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