
Ha detto bene il giovane e bravissimo regista Vasily Barkhatov, affermando che l’opera di Dmitrij Šostakovič “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk” va vista almeno una volta nella vita.
E nel cinquantesimo anniversario della scomparsa del compositore russo, il Teatro alla Scala ha inaugurato la Stagione 2025-2026 con la sua opera su una giovane donna della Russia zarista e rurale, Katerina Izmajlova, vessata dalle figure maschili, ma risoluta a liberarsi dalle imposizioni e ad autodeterminarsi (forse più nella libertà sessuale che personale), divenendo persino assassina, ma restando un personaggio che suscita empatia nel pubblico. Un po’ “Delitto e castigo”, un po’ “Madame Bovary”, un po’ la “Lady Macbeth” del titolo.
Regia sorprendente, sia per l’ambientazione stalinista anni Cinquanta che per i piani temporali multipli con l’uso sapiente dei flashback, insieme alle magnifiche scene che riescono a far coesistere anche piani fisici diversi. E con un dramma che viene costruito, o meglio ricostruito, in modo cinematografico, soprattutto nel finale epico e terribile della deportazione in Siberia. Il direttore Riccardo Chailly, poi, in stato di grazia, capace di restituire la sorprendente tecnica compositiva di uno Šostakovič appena venticinquenne.
Bravo tutto il cast, ma superba per capacità lirica e attorale la soprano Sara Jakubiak, che riesce a tenere in modo naturale (ma quanta tecnica e bravura…) canto e scena per quattro ore, e regala al personaggio di Katerina le sfaccettature di un carattere volitivo e al contempo fragile, piegato dal desiderio di essere amata e riconosciuta. Con passaggi di intensità fisica e tragica che rendono lo spettacolo inquietante, ipnotico e catartico. Svelandoci la modernità, o forse l’eternità, dei drammi umani.






