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Cinquant’anni fa, il 2 novembre 1975, Pier Paolo Pasolini fu brutalmente assassinato sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Il pomeriggio del giorno precedente aveva rilasciato a Furio Colombo un’intervista di cui pensò anche il titolo, “Siamo tutti in pericolo”. Intervista poi uscita l’8 novembre 1975 sul numero 2 del supplemento de “La Stampa” “Tuttolibri”, nato appena sette giorni prima, il 1° novembre 1975.

Suggestivo tale legame tra la fine di uno dei più importanti intellettuali italiani, nonché geniale autore-poeta-regista del nostro tempo e l’inizio di un settimanale intorno ai libri, un inserto ampio e ricco sul modello anglosassone, che li sottraeva allo spazio della “Terza pagina”, su un’idea dell’allora direttore del quotidiano torinese Arrigo Levi e il vice Carlo Casalegno. Fu subito un successo, che continua da mezzo secolo.

E celebrando il compleanno di “Tuttolibri” (per me sempre una festa leggerlo…) non si può non ricordare PPP. Che manca.

Perché intellettuali di tale portata sono uno sprone civile per le ombre di un Paese. Soprattutto il suo essere “corsaro” manca, specie in un tempo tanto frenetico e confuso e omologato.

Disse Pasolini a Furio Colombo in quell’ultima intervista, a poche ore dalla sua drammatica morte: “Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo», non di buon senso”.

E ancora: “Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di li, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori”.

Qualche ora dopo la tragedia. E quell’assenza che continua, pur dopo cinquant’anni, a pesare. Pur restando di peso presenza.

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