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Il tempo, che sembra trascorrere sempre troppo in fretta, in realtà è fermo sugli errori dell’umanità.

Nel 1971 Pier Paolo Pasolini girò nella capitale yemenita il documentario “Le Mura di Sana’a” e lo utilizzò per lanciare un appello all’Unesco al fine di salvare lo Yemen dalla sua distruzione. Appello che nel 1986 fece dichiarare Sana’a patrimonio dell’umanità.

Ma quel cortometraggio porta in sé la forza premonitrice che tanto caratterizzò l’intellettuale friulano. A quasi mezzo secolo di distanza infatti aerei da guerra della coalizione araba hanno bombardato la Città vecchia nell’intervento militare contro i ribelli sciiti Houthi. E così il patrimonio di tutti collassa, si sbriciola, è raso al suolo.

Diceva Pasolini, in un tempo passato e futuribile, che “vista l’impossibilità di far qualcosa per l’Italia, già antropologicamente sconfitta e distrutta dalla speculazione edilizia, non resta che l’utopia della salvezza almeno del terzo mondo“.

Oggi, neppure tanto.

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La notizia è passata alquanto sotto traccia, forse perché geograficamente lontana da noi, forse perché noi in altre faccende affaccendati. Ovvero occupati a riflettere intorno ai “lupi”, siano essi ministri o terroristi. Perché “l’uomo è un lupo per l’uomo“. Dalla notte dei tempi al giorno odierno.

Però è forse una notizia su cui riflettere quella relativa all’attacco kamikaze contro due moschee sciite a Sana’a, capitale dello Yemen, costato la vita ad oltre un centinaio di civili in preghiera. Perché si evidenzia che obiettivo dei terroristi non sono solo i cristiani, ma i loro stessi “fratelli” musulmani. Lotta interna sunniti contro sciiti? O la cosiddetta jihad nasconde interessi economici più che religiosi? Nei luoghi del Golfo vi sono molte delle riserve petrolifere mondiali. Riflettendoci, lo Yemen non appare più così lontano.

Ps: proprio oggi 25 marzo, cinquant’anni fa, terminava a Montgomery la marcia di Martin Luther King partita da Selma. Una lotta per i diritti civili. (Work in regress?).

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Mi sono chiesta perché mi abbia colpito tanto la foto vincitrice del World Press Photo 2012, autore il reporter spagnolo Samuel Aranda del New York Times. L’istantanea riprende una donna araba completamente avvolta da un velo nero, che tiene tra le braccia un uomo ferito col torso nudo. Uno scatto quasi “rubato” lo scorso ottobre in Yemen durante le proteste contro il presidente Ali Abdullah Saleh, in una moschea divenuta ospedale da campo nella capitale Sanaa.

Il presidente della giuria del prestigioso premio, Aidan Sullivan, ha dichiarato: “La foto ritrae un momento straziante e pieno di compassione, le conseguenze umane di un evento enorme, un evento che e’ ancora in corso“. Quindi il valore giornalistico è indubbio, ma anche quello artistico, al punto che l’immagine del fotoreporter Aranda è stata associata alla Pietà di Michelangelo, in cui la Maria Vergine tiene in braccio il Cristo morto.

Però il mio “incantamento” ho capito esser dovuto a quegli opposti che si toccano, nei colori, bianco/nero, e negli strati, nudo/coperto. Raccontandomi di un mondo ancora possibile, che fa dei suoi alti e bassi la sua forza e il suo futuro.

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