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Posts Tagged ‘Washington’

Appena sentivo la sua voce, roca e magnetica, diffondersi via etere, correvo nella stanza da cui proveniva. Perché il modo di raccontare di Vittorio Zucconi mi incantava. Insegnandomi l’arte di rendere visivi e degni di ascolto i propri pensieri.

Le sue corrispondenze da Washington mi portavano pezzi d’America, nutrendo il mio immaginario anche delle cose minime. Forse le più necessarie.

Poi c’erano i suoi articoli, certo. Cronache perfette della latitudine in cui si trovava, della pagina di storia che respirava, delle abitudini che amava. Come quella di andare a cercare con frenesia, nelle notti calde d’estate, “Il lato fresco del cuscino”, facendolo diventare la sua ultima testimonianza letteraria.

Un maestro di giornalismo e di scrittura. Arguto, ironico e suadente nella capacità di visionare e sbobinare gli eventi nel loro farsi. Anche ripescandoli nella memoria: “Era il gennaio del 1990. L’URSS di Michail  Gorbačëv si stava sfarinando come una torta sbrisolona sotto le dita della storia e Cuba rischiava di franare con il disfacimento del socialismo reale. […] Era l’agonia di un popolo che da lontano, dai racconti, dalle immagini, mi era sempre apparso come un popolo bambino e ingenuo, sbruffone e tenero, oppresso e orgoglioso, sballottato da una storia troppo più grande, arcigna e feroce di lui. […] Per esorcizzare la paura, mi ero portato un talismano, un portafortuna pesante sette chili e due etti. Era il primo computer Macintosh Apple trasportabile, perché definirlo portatile sarebbe stata un’iperbole.”

Difficile fare a meno dei suoi racconti…

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Steve McCurry, “Twin Towers 9/11” – 2001

– Perché nessun caccia americano quella mattina si avvicinò agli aerei dirottati come previsto dalla prassi?

– Perché nessun capo della sicurezza aerea fu mai indagato né rimosso dal proprio incarico?

– Perché non si trovò assolutamente nulla dell’aereo caduto sul Pentagono, se non un buco d’entrata e uno di uscita?

– Perché solo una buca nel terreno e nessun rottame a testimoniare l’avvenuta caduta dell’aereo precipitato in Pennsylvania?

– Perché l’edificio numero 7 del World Trade Center crollò pur senza esser stato colpito da alcun aereo?

– Perché tutti e tre gli edifici del WTC caddero in verticale e tanto in fretta, senza rispettare le leggi della fisica e senza danneggiare gli edifici circostanti?

– Perché ancora tanti perché senza risposta?

Le famiglie delle quasi tremila vittime continuano a porre tali domande. Ma nessuno ha mai risposto loro. Né a tutti noi.

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Il 28 agosto 1963 Marthin Luther King teneva a Washington il suo famoso discorso “I have a dream” sull’uguaglianza tra bianchi e neri.

Dopo 45 anni esatti, il 28 agosto 2008, I Democratici nominarono Barack Obama primo candidato afroamericano alla Casa Bianca.

E il 28 agosto 2011 l’inaugurazione, da parte del Presidente Obama, del monumento al Reverendo sul Mall di Washington, la famosa spianata davanti alla Casa Bianca, cerimonia rinviata per l’arrivo dell’uragano Irene.

La statua di granito (9,30 metri), “La pietra della speranza”, ritraente il leader dei diritti civili che fissa l’orizzonte, è stata posizionata tra il memoriale di Abraham Lincoln, quello a Franklin Delano Roosevelt, quello di Thomas Jefferson e l’obelisco a Washington. Vi si accede passando davanti a due blocchi più bassi, “La montagna della disperazione”.  Che è poi il senso del passaggio iniziale del discorso di King, il più giovane Premio Nobel per la pace della storia, a soli trentacinque anni: “Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’ Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Cinque anni dopo “I have a dream”, il 4 aprile 1968, il mondo si svegliò in un incubo: Marthin Luther King era stato assassinato.


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