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Posts Tagged ‘votazioni’

Proviamo ad analizzare i dati reali usciti dalle votazioni europee, scevri della comunicazione di “pancia” (seppur di testa) che tanto soggioga noi italiani.

1. Qualunque partito/ movimento/ schieramento abbia preso voti (tanti, pochi, attesi, inaspettati) li ha acquisiti non sulla totalità degli “italiani” (ci sono anche neonati, bambini, adolescenti) ma neppure sull’intero popolo votante, bensì sulla percentuale che ha scelto di praticare il diritto di voto. Questa volta il 56%.

2. Le forze politiche del Parlamento italiano rimangono, nei loro numeri, esattamente quelle del giorno precedente le elezioni. Quindi anche le prossime votazioni a decreti/ leggi/ provvedimenti non potranno usufruire (nel bene e nel male, a destra come a sinistra) di alcun voto in più o in meno.

3. Il “De Profundis” dell’Europa cantato dai cosiddetti sovranisti/ populisti/ euro-scettici è, almeno per ora, rimandato. L’Europarlamento risulta comunque confuso, perché le alleanze non saranno né scontate né facili, e a tratti surreale visto che gli eletti inglesi, che per Brexit votata non dovrebbero esserci, sono invece presenti per Brexit non attuata.

4. Le “letterine” scritte e poco ballate da Bruxelles, invise a tutti noi perché fioriere di cattive notizie (leggi “lacrime e sangue”) e considerate carta straccia da alcuni politici, sono amaramente reali, e non perché portino timbri monarchici. Ci richiamano alla realtà dei conti pubblici, quella che a chi fa di conto (poco elettorale e molto pratico) porta ad esclamare, mutatis mutandis, “è finita la pacchia!”. Col rischio però di finire letteralmente “in mutande”.

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Vince a sorpresa l’Oscar 2019 come miglior film “Green Book” di Peter Farrelly, pellicola su una storia vera di amicizia tra un buttafuori italoamericano e un pianista afroamericano nell’America segregazionista degli anni sessanta, e sul loro viaggio con la “guida verde” del titolo, che indicava alberghi e ristoranti in cui si accettavano i neri. Un racconto di fratellanza e inclusione, di cui abbiamo globalmente necessità e con cui consolarci nelle notti di voti.

A proposito.

Misfatto oggettivo: durante il previsto e dovuto silenzio elettorale per le elezioni sarde il ministro dell’Interno twitta in modo allegro e impudico di convogliare il voto sul proprio partito. Non solo rompe (ops!) ancora (dopo il voto abruzzese) il silenzio elettorale, ma lo fa rivestendo quella carica, ministro dell’Interno, che ha tra le sue funzioni proprio quella di controllare e garantire il regolare svolgimento del voto, in cui rientra il silenzio elettorale stesso.

Riflessione soggettiva: visto che le regole sembrano ormai un intralcio alla fuoriuscita anarchica e contromano del proprio sé, perché non giungere ad un’unica e fagocitante norma in cui “Liberi tutti” sia il nuovo mantra di comportamento, pubblico e privato? Così anche i miei studenti si sentiranno felicemente (?) liberi di non presentarsi ad una prova concordata piuttosto che dare in escandescenze di fronte ad un risultato poco gradito. Anche se dubito che, a tal punto, di tal gioco, servano ancora a molto i voti. Perché perdenti lo siamo tutti.

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Qualsiasi sia l’esito di questa campagna elettorale, quasi certamente incerto, l’uso linguistico è invece, questo certamente, scadente e aggressivo.

La parola più usata è “attacco”, come se l’esercizio democratico del voto fosse, di default, comprensivo di battaglie e scontri.

Tizio attacca Caio, Caio attacca Sempronio, Sempronio attacca Tizio in una premeditata giostra degli scambi in cui il ruotare della stessa è talmente vorticoso da confondere, fino a tramortire, lo sbigottito spettatore/elettore.

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Cominciamo col dire che il cambiamento in sé, scevro da riferimenti, ha valenza neutra, non è negativo né positivo. Il cambiamento assume una sua valenza relativamente alla situazione che si ha intenzione di mutare. La frase “la tua vita cambierà” rivolta ad un povero ha effetti diversi rispetto alla stessa frase rivolta ad un ricco.

Quindi tutto si gioca, filosoficamente, sul materiale di partenza. Nel caso del nostro referendum l’oggetto del contendere è la Costituzione, la carta fondativa del nostro stare insieme. Più volte definita “bella”, anche da scrittori e teatranti, essa è prima di tutto, giuridicamente, una carta giusta e libertaria. Quindi ogni cambiamento sulla stessa va pensato con severa attenzione, meticolosa applicazione e saggia lungimiranza.

Sul merito del quesito referendario la soppressione del Cnel, Consiglio Nazionale Economia e Lavoro, sembra raccogliere ampio consenso trasversale, perché organo di rilievo costituzionale poco produttivo e alquanto costoso. Va però ricordato che nell’intento dei Padri Costituenti era stato pensato per rappresentare le categorie produttive ed esprimersi sulle condizioni dei lavoratori, sottolineando così il fondamento egualitario e lavoristico della nostra repubblica.

Il quesito referendario prende poi in considerazione la revisione del “Titolo V” della Costituzione nel senso di una riduzione nel campo delle competenze e dell’autonomia delle Regioni. Alcune materie diverrebbero così di esclusiva competenza dello Stato.

Ma la questione forse più dibattuta, anche tra i giuristi, è il tema del superamento del bicameralismo paritario. Il nuovo Senato rappresenterebbe le istanze territoriali a livello nazionale, così che i senatori, dotati di immunità parlamentare, sarebbero scelti tra i consiglieri regionali e i sindaci. Quindi solo la Camera dei deputati sarebbe abilitata a dare la fiducia al Governo.

Ma veniamo al quesito referendario dal punto di vista linguistico. Esso risulta di non facile comprensione perché poco articolato, nonché compattato in componenti tra loro diverse. Come chiedere di scegliere se essere favorevoli o meno all’abolizione, insieme e tout court, dell’olio di fegato di merluzzo e del tacchino del Ringraziamento. Dimenticando di descrivere la tavola, i commensali e le loro esigenze nutrizionali.

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Il dato politico che emerge e su cui riflettere dopo il primo turno delle amministrative è che un numero sempre più esiguo di cittadini esercita il diritto di voto, cioè di esprimersi.

Al di là del palese comportamento non-sense di chi non va a votare, vuoi per protesta, vuoi per disinteresse, vuoi per ignoranza, vuoi per vacanza, vero è che tale tendenza nel nostro Paese è in incremento, allineandoci peraltro alle altre democrazie europee.

Curioso però che, soprattutto nell’atto politico più attivo e concreto, quello amministrativo, si scelga di non dire la propria, anche fosse in negativo alla Montale o turandosi il naso alla Montanelli.

Triste poi il silenzio di espressione dopo averlo conquistato con lacrime e sangue. Ma tanto è. Come dice il Poeta, “s’ei piace, ei lice”.

Però basta lamentazioni da parte degli astensionisti. Persino Geremia sa quando tacere.

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Eccoci. Da oggi seduta comune del Parlamento per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.

Chissà quanto tempo ci vorrà per fare filotto…

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