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Posts Tagged ‘Umberto Eco’

Hanno appena compiuto settant’anni i Peanuts, le “noccioline” di Charles Schulz. E non li dimostrano. Forse perché ritroviamo nelle loro intuizioni e debolezze quelle di tutti noi.

Come intuì Umberto Eco nel 1963 all’uscita della prima raccolta italiana delle strisce di Schulz: “Il mondo dei Peanuts è un microcosmo, una piccola commedia umana sia per il lettore candido che per quello sofisticato.”

E i lettori, tutti, si riconoscono nella necessità di avere “la coperta di Linus”, appoggiata ad una gota, per lenire malinconie e insicurezze. Ritornando poi, confortati, a camminare per il mondo.

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Si è spento il mitico fumettista Quino, il papà di Mafalda, la bambina ribelle che odia la minestra e contesta il mondo degli  adulti.

Di lei Umberto Eco scrisse: “Mafalda è un’eroina arrabbiata che rifiuta il mondo così com’è (…) vive in una continua dialettica col mondo adulto, che non stima, non rispetta, avversa, umilia e respinge, rivendicando il suo diritto a rimanere una bambina che non vuole gestire un universo adulterato dai genitori”.

Nonostante il grande successo e la fama internazionale, Quino nel 1973, dopo quasi dieci anni, decise di non disegnare più strisce di Mafalda, poiché come disse in seguito in un’intervista a L’Espresso: Ad un certo punto mi sono veramente stancato. Non ce la facevo più a dire tutto quello che non andava, a passare il mio tempo in un continuo atteggiamento di denuncia.”

Eppure la sua Mafalda ha continuato a viaggiare per il mondo, interpretando malumori e pensieri della parte piccola di noi. Permettendoci così di dimenticare diaframmi sociali e sovrastrutture. Con leggerezza.

Grazie Quino.

Ps: a proposito di fumetti, oggi i Flintstones compiono sessant’anni. Auguri a quel mondo lieve e surreale, fatto di quotidiani incisi nella pietra, case scavate nella roccia, elefanti-aspirapolvere e genuini affetti.

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Jean-Michel Basquiat, “Untitled (Two on Gold)” – 1982

E se, oltre le merci in spostamento (vedi post relativo alla Via della Seta), ci occupassimo anche delle persone in movimento?

Suggerimento minimo ai politicanti di turno. Un piccolo libello di Umberto Eco, “Migrazioni e tolleranza”, un inedito intorno ad un discorso da lui tenuto nel 2012 in Olanda, a Nijmegen dove nel ‘600 fu firmato il primo trattato di pace europeo.

Tra i “lumini” che il filosofo ci regala, il brano “Le migrazioni del Terzo Millennio”, in cui si legge: “Le immigrazioni sono controllabili politicamente, le migrazioni no; sono come i fenomeni naturali. Sino a che vi è immigrazione i popoli possono sperare di tenere gli immigrati in un ghetto, affinché non si mescolino con i nativi. Quando c’è migrazione non ci sono più ghetti, e il meticciato è incontrollabile. I fenomeni che l’Europa cerca ancora di affrontare come casi di immigrazione sono invece casi di migrazione. Il Terzo Mondo sta bussando alle porte dell’Europa, e vi entra anche se l’Europa non è d’accordo. Il problema non è più decidere (come i politici fanno finta di credere) se si ammetteranno a Parigi studentesse con il chador o quante moschee si debbano erigere a Roma. Il problema è che nel prossimo millennio (e siccome non sono un profeta non so specificare la data) l’Europa sarà un continente multirazziale o, se preferite, “colorato”. Se vi piace, sarà così; e se non vi piace, sarà così lo stesso”.

Amen.

Ps: Grazie al Maestro Eco, anche da “lontano”. Perché, come ha scritto recentemente lo scrittore Alessandro D’Avenia, “i maestri sono sempre vivi, in carne e/o in spirito”.

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«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».  Umberto Eco – giugno 2015

Ps: Un anno in sua assenza. In sottrazione del suo punto di vista. Che manca. Perché spiazzante e caustico, intelligente e ironico, provocatorio e anticipatorio.

Chissà cosa avrebbe detto, ad esempio, dell’attuale “gioco del cerino” in casa Partito Democratico.

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Vincent van Gogh "Primi passi" - 1889

Vincent van Gogh “Primi passi” – 1889

La maturità 2016 è cominciata. Prima prova, italiano.

Alcune tracce come da previsione, in particolare Umberto Eco e il voto alle donne in Italia. Di questa traccia è da brivido, alla luce dell’attuale astensionismo, la citazione dell’autrice di “Artemisia”, Anna Banti: “Quel 2 giugno nella cabina di votazione avevo il cuore in gola.”

La traccia su un testo di Eco intorno alla funzione della letteratura, più fruibile in un saggio che non in un’analisi testuale, risulta invece aprire ad un tema metaletterario, più per addetti ai lavori che per studenti liceali. E pensare che il Maestro aveva chiesto di non essere celebrato per i successivi dieci anni dalla morte. Detto, fatto. Ma nel testo del semiologo un passaggio è da sottolineare, quello della letteratura quale “bene immateriale“, che “tiene anzitutto in esercizio la lingua come patrimonio collettivo“. L’immaterialità della cultura quale bene da salvaguardare.

Che torna da fil rouge, o meglio verde (quel colore indicato ieri dal Ministro, come aiuto per gli studenti), nella traccia sul valore del paesaggio, intriso di storia/uomini/arte, e in quella sul famoso discorso del 1968 di Robert Kennedy intorno al PIL immateriale, che “non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari o l’intelligenza del nostro dibattere.”

Ci riconosciamo ancora oggi nelle parole kennediane e nella loro forza visionaria che ha spinto l’uomo anche nello spazio. A quella sua avventura è dedicata la traccia del tema scientifico, avventura che ha avuto nel viaggio di Samantha Cristoforetti il momento di massima popolarità e che, attraverso la sperimentazione e l’esplorazione, ci fa varcare confini in spostamento continuo.

Già, i confini, la mia traccia preferita. Perché “confine” è segno fisico e mentale, limen di apertura e chiusura. Passaggio, soglia, voglia di capire. Il confine necessario a se stessi per non disperdersi e per non invadere l’altro, ma anche per riconoscersi nell’altro. Incontro tra mondi diversi, per arricchirsi e crescere. Col dettato di Machado, “Cammino apre cammino“, a farci da bussola. Superando barriere, muri, limiti. Costruendo ponti. Tra luoghi, persone, culture. Sfidando di continuo i propri interni confini.

Che è poi quanto siamo costretti a fare per uscire dall’ambiente conosciuto, primario, familiare. Per poterci da esso benignamente affrancare. Come in quel quadro di Van Gogh, “Primi passi”, in cui il bambino mette alla prova se stesso abbandonando le braccia fidate della madre per giungere infine a quelle del padre. Ma per farlo deve superare il suo confine, il suo timore e avventurarsi nell’orto sconosciuto, muovendo i primi passi da solo.

Nel rapporto col padre si giocherà poi, come fa intuire la traccia artistica dei temi, il cammino adulto. Divenendo figli a volte prodighi, come nel dipinto di Giorgio de Chirico, altri sottomessi come in Kafka e Tozzi, altri ancora risolti come in Saba. Che riconosce infine il proprio tratto di gaiezza nel padre. Ma solo da adulto e dopo un percorso psicoanalitico che lo rende non più figlio-Edipo né figlio-Narciso, bensì, come ha raccontato lo psicoanalista Massimo Recalcati, un figlio Telemaco che sa aspettare e guardare nella giusta direzione. Pur continuando sometimes a guardare, almeno una parte di noi, in direzione ostinata e contraria.

Ps: La poesia è stata la grande assente dalle tracce di quest’anno. Forse perché considerata traccia antica. Seppur polvere di qualsiasi traccia lasciata dall’uomo.

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Tiziano Vecellio "Caino uccide Abele" (1544) - Basilica di Santa Maria della Salute, Venezia

Tiziano Vecellio “Caino uccide Abele” (1544) – Basilica di Santa Maria della Salute, Venezia

Il Professor Umberto Eco avrebbe forse apprezzato questo calembour.

“Caino uccide Adele”, forse perché invidioso del successo della cantante inglese.

Ma il calembour è tale se riconosci il suo multiplo gioco. Se invece è inconsapevole perché di Caino, e dei suoi misfatti familiari, proprio non sospetti l’esistenza, allora cos’è? Non so, sospendo il giudizio. Però accade. Liceo, tema, titolo dettato, citazione sulla lettura: “Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito. Perché la lettura è un’immortalità all’indietro.

Il più sospirato “sob” scaturisce in me ripensando all’autore di tale aforisma.

Già, sei tu Professor Eco. Doppio sob. Avevi ragione a definire tale tempo con le incomprensibili parole del Pluto dantesco: “Pape Satàn, pape Satàn aleppe“.

E così sia.

Ps: Illogica per illogica, perché scegliere un tema di cui non conosco una parte, quando ne ho altri due a mia disposizione? Forse perché uno contemplava altri due personaggi, e non di soap, Ettore e Andromaca (chi sono costoro?), e l’altro il livello elementare e afasico del linguaggio giovanile. Già.

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Di Umberto Eco ci rimane la mole immensa, colta e immaginifica della sua opera. Davvero “Opera aperta“, come aveva intitolato un suo saggio.

So già che continuerò a frequentare i suoi libri, tornandoci, rivisitandoli, diventando “Lector in fabula“, come acutamente analizzò Eco in un altro suo lavoro.

Ma nelle giornate di pioggia (non quella buona che placa e dilava) per farmi luce il mio gesto sarà aprire una sua “bustina di minerva“, la rubrica trentennale del semiologo sul settimanale “L’Espresso“. Quelle bustine di fiammiferi, in cui la dea non va scomodata se non come amuleto feticcio, diventeranno il mio amuleto di orientamento.

E capirò allora, come diceva Montale, che “il tenue bagliore strofinatolaggiù non era quello di un fiammifero“.

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Ne “Il secondo diario minimo” Umberto Eco costruisce uno dei suoi divertissement, immaginando possibili risposte di filosofi, eroi, artisti et affini alla semplice domanda che poniamo incontrando qualcuno, “Come va?“.

Ecco alcune di queste, per ricordarlo nella sua arguzia e levità:

-Icaro: “Uno schianto

-Ulisse: “Siamo a cavallo

-Omero: “Me la vedo nera

-Pitagora: “Tutto quadra

-Socrate: “Non so

-Noè: “Guardi che mare

-Gesù: “Sopravvivo

-Giuda: “Al bacio

-Erasmo: “Bene da matti

-Galileo: “Gira bene

-Darwin: “Ci si adatta

-Beethoven: “Non mi sento bene

-Bellini: “Secondo la norma

-Dracula: “Sono in vena

-D’Annunzio: “Va che è un piacere

-Pirandello: “Secondo chi?

-Picasso: “Va a periodi

-Agatha Christie: “Indovini

-Alice: “Una meraviglia

-Spielberg: “Bene, E.T.?

Ps: Alla stessa domanda “Come va?“, forse il Professor Umberto Eco risponderebbe: “Va, va, va …“.

Può la terra non essergli lieve?

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Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.” – “La rosa che era (ora) esiste solo nel nome, noi possediamo solo nomi nudi.” Così si conclude quel long seller internazionale, da numeri vertiginosi, che è il romanzo “Il nome della rosa” di Umberto Eco, semiologo, filosofo, intellettuale. Tra i più acuti del nostro tempo. Che ora ci lascia di sé sguarniti.

Il “mio” Umberto Eco è quello, come tutti, de “Il nome della rosa“, letto da ragazza, non capendo proprio l’intero, ma percependo la parte per il tutto, lezione a cui mi affezionai ben presto. Il mio culto per il Medioevo amanuense, segreto, sapienziale ebbe forse origine lì. In quel latino disseminato per la trama avvincente che mi costringeva a ripetute soste. Diventando così adepta della “ri-flessione” più che della “flessione”. Abituandomi a pensare intorno ai nomi delle cose. E alle loro conseguenze.

Poi il “mio” Eco divenne una “mappa per il tesoro”, e lavorare alla tesi di laurea con il suo “Come si fa una tesi di laurea“, potente “navigatore” ante litteram, mi fece provare piacere, denso, per il lavoro di ricerca. Tutto stava, ancora una volta, nella “parola”. Quel “fa” del titolo, invece di un più scontato “scrive“, mi condusse al territorio del “fare” antico in cui c’era tutta la minimalia dell’artigiano che costruisce.

Da grande ho amato e amo del Professor Eco l’attitudine, innata e sublime, al gioco linguistico, al calembour, al pastiche, al nonsense. Cercando quel divertissement, lieve e alto, ironico e sapienziale, in cui nulla appare utile, ma tutto palesemente futile. Eppure umanamente necessario per sopravvivere e comprendere. Come quella sua lectio, davvero magistrale, intorno al “Tu, Lei, la memoria e l’insulto“, di pochi mesi or sono, in cui connette i “pronomi di cortesia” con certe risposte date ai quiz televisivi, leggendo, ancora una volta “sapientemente”, il mondo.

Per Umberto Eco mi viene naturale usare la parola “sapiente”, colui che non solo ha “sapere” ma anche “sapore”, l’uomo cioè “che ha buon naso” e “investiga”, “percepisce con gusto” e “comprende”, “è saggio”.

Grazie Professor Eco per la Sua lezione di “sapidità”. I Suoi libri, come diceva Lei della lettura, ci allungheranno la vita. Con “sale”, quanto basta.

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Maus (Maus: A Survivor’s Tale) è un graphic novel di Art Spiegelman, ambientato durante la seconda guerra mondiale ed incentrato sulla tragedia dell’Olocausto, sulla base dei racconti del padre dell’autore, un sopravvissuto ad Auschwitz. L’opera è suddivisa in due parti: Mio padre sanguina storia, che mostra il rapido inasprimento delle condizioni di vita degli ebrei polacchi negli anni precedenti lo scoppio della guerra, e E qui sono cominciati i miei guai, uno spaccato realistico della vita dei deportati all’interno del campo di concentramento durante la guerra. La narrazione delle vicende d’epoca nazista è intervallata da frammenti di vita quotidiana sul difficile rapporto tra Spiegelman e il padre, mostrando così come gli orrori patiti dai genitori si siano estesi anche alla generazione successiva.

Maus, che in lingua tedesca significa “topo”, usa la forma di fumetto allegorico (i tedeschi sono gatti, gli ebrei topi, gli americani cani, i polacchi maiali, i francesi rane e i russi orsi) dando corpo ad una narrazione essenziale nella sua dimensione tragica. Di questo romanzo – che nel 1992 gli ha fruttato uno speciale premio Pulitzer – Umberto Eco ha detto: «Maus è una storia splendida; ti prende e non ti lascia più».

Ps: a proposito di memoria, 45 anni fa sceglieva di chiudere la sua parabola umana il cantautore Luigi Tenco, che di sé scriveva: “Io sono uno / che sorride di rado, / questo è vero, / ma in giro ce ne sono già tanti / che ridono e sorridono sempre, / però poi non ti dicono mai / cosa pensano dentro.


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