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Posts Tagged ‘tempo’

Immagine tratta dalla copertina del libro “La cronologia dell’acqua” di Lidia Yuknavitch

In questi giorni di pausa mi è accaduto di cadere in un acquario.

Come “Alice nel paese delle meraviglie” sono sprofondata tra azzurro silenzio e luci soffuse nell’acqua salsa.

E poi, improvviso, l’incantamento: acciughe e occhiate a circondarmi in una danza vorticosa e voluttuosa, tale da farmi sentire, per qualche manciata di secondi, parte del Tutto.

Con i pesci a trasformarsi in Cappellai Matti e Bianconigli intenti a sottrarmi dal tempo umano a nastro per immettermi in quello epifanico a bolla.

Riuscendoci pienamente. Per qualche magica manciata di secondi.

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Siamo stressati. È indubitabile. Propriamente nel senso di “stretti”, ma anche “angosciati”.

“Stretti” nelle sacrosante ma pesanti maglie sociali limitative dettate da una pandemia che si è ormai appropriata di una quota importante del nostro tempo, ormai quasi due anni. E “angosciati” per un “tempo orizzonte” di ristretta misura, con le carte di  navigazione buttate a mare, dati gli inevitabili e continui aggiustamenti di rotta.

Quindi la “paura” dell’ignoto dello scorso anno pre-vaccinale, che ci permetteva di guardare solo al passo/metro successivo, ha lasciato il posto ad un’ansia diffusa nei confronti di un Tempo Covid indubitabilmente più gestibile, ma anche più allungato. Comprendendo infine, obtorto collo, che la “convivenza” con il virus assume il suo significato letterale di “vivere con”. Da cui “ansia”, nel dover tenere tutto sotto controllo (che per l’uomo è già una bella fola in tempo di pace…), e “fatica”, sentendo un “peso” che pare non alleggerirsi mai.

Quasi nuovi Sisifo. Costretti, per la nostra tracotante sfrontatezza, a spostare di continuo massi, per poi ricominciare. Scaltri, ma infine derelitti.

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Quale singolare segno per Gino Strada, colui che era sbarcato ovunque con la sua creatura Emergency, chiudere il proprio viaggio terreno nel luogo dello Sbarco per antonomasia, la Normandia, che fu mano tesa all’Europa occupata.

E anche da Emergency mano tesa con cure mediche e chirurgiche gratuite per tutti. Buoni, presunti buoni, cattivi e presunti cattivi. Senza distinzione. Quasi 11 milioni di persone assistite. Un numero imponente. Che è potuto essere per la visione chiara di Gino Strada su cosa poteva essere e significare Emergency per quei luoghi del mondo in attesa di uno “sbarco alleato” di cura.

Eppure ciò che più fa riflettere del percorso di questo uomo è la generosità di sé, in modo incondizionato, verso quel fine, cioè rimarginare ferite nei luoghi di guerra. Ovvero, donare il proprio tempo di vita agli altri. Che è qualcosa di più altruistico e intimo e coraggioso della pur nobile filantropia. Ma come diceva Gino Strada, “curare i feriti non è né generoso né misericordioso, é semplicemente giusto. Lo si deve fare”.

Difficile pensarci senza quella potente visione del mondo di Gino Strada. Senza guerre, in pacifica convivenza tutti, ovunque, ricucendo ferite, se e dove sono. Sarà anche più arduo il procedere senza la sua voce forte, di richiamo all’indifferenza. Il mondo non può che essere grato del passaggio di tali uomini.

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Il Tempo, seppur da tempo sembri fermo, si muove.

Le lancette ci appaiono infatti sospese in un oggi senza fine, senza mutamento alcuno.

Come se il meccanismo si fosse incantato, costringendoci in un loop sempre uguale a se stesso.

Ma forse lo spostamento forzato delle lancette in avanti spezzerà l’incantesimo, facendoci attraccare in un Tempo tutto nuovo. Ad orizzonte non più così sfocato.

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In tale disgraziato (perché la grazia ha volto altrove il suo sguardo) tempo pandemico ci sentiamo tutti, improvvisamente, molto più vecchi.

Vengono in mente i versi della Achmatova scritti nel 1916, già a due anni dall’inizio della guerra mondiale, di quella ecatombe che contenne in sé anche una pandemia, la cosiddetta “influenza spagnola”.

Scriveva Anna, la poetessa russa, “Invecchiammo di cent’anni. E questo accadde in un’ora sola.”

Anche a noi, abitanti del 2020, succede tanto. Siamo, saremo nelle pagine dei libri di storia. Ecco forse perché in tale opprimente modo sentiamo ora il peso del tempo su di noi.

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Edward Hopper – “Cape Cod Morning” (1950)

Il tempo dell’attesa e della solitudine, ahinoi, continua.

Prolungato. Esasperato. Spietato.

Un nastro che continua inesorabilmente a srotolarsi, pur stando drammaticamente fermo.

Come in un quadro di Edward Hopper, noi umani ci ritroviamo spodestati dal consueto ruolo di attori in perpetua parola. Ridotti ormai a silenzioso fondale scenico.

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Jackson Pollock, “No. 5”- 1948

Perché anche in questo Tempo Nuovo dobbiamo, quasi di necessità, riempire tutti gli spazi?

Perché l’Horror Vacui continua a farci scegliere la strada, anche stando a casa?

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In questa corsa frenetica e rutilante che ha assunto il Tempo, e noi umani assurdamente dietro, una sola richiesta, quasi pretesa.

Che l’Avvento sia sincero, condiviso e gioioso. Ma soprattutto lento. Per assaporarne il senso.

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Per un effetto/affetto magico sono stata trasportata a rebours nel tempo.

Ritrovandomi al liceo. Tra compagni di classe sempre uguali a se stessi nella loro essenza. Comprendendo che la domanda intorno al quanto e al cosa cambi del nostro originario nucleo è priva di senso quando vedi qualcuno nel suo profondo. Con gli abbracci, potenti prove umane del bene, a raccontare in lunghissimi brevi secondi gli anni trascorsi lontani. E la leggerezza ancora compagna dei nostri banchi. A farci librare sereni, sentendoci protetti, per una manciata di ore.

A rebours. All’indietro, ma dentro, appagati del niente. Un’onda potente. Controcorrente.

Salmoni alla ricerca del mare. Ritrovando l’amato sale.

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Presto, presto…

Prepara, prepara…

Che arriva, arriva…

(Perché ci diamo tanto da “fare” quando arriva Natale? Non dovrebbe essere un tempo più spirituale?)

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