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Il Tempo, seppur da tempo sembri fermo, si muove.

Le lancette ci appaiono infatti sospese in un oggi senza fine, senza mutamento alcuno.

Come se il meccanismo si fosse incantato, costringendoci in un loop sempre uguale a se stesso.

Ma forse lo spostamento forzato delle lancette in avanti spezzerà l’incantesimo, facendoci attraccare in un Tempo tutto nuovo. Ad orizzonte non più così sfocato.

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In tale disgraziato (perché la grazia ha volto altrove il suo sguardo) tempo pandemico ci sentiamo tutti, improvvisamente, molto più vecchi.

Vengono in mente i versi della Achmatova scritti nel 1916, già a due anni dall’inizio della guerra mondiale, di quella ecatombe che contenne in sé anche una pandemia, la cosiddetta “influenza spagnola”.

Scriveva Anna, la poetessa russa, “Invecchiammo di cent’anni. E questo accadde in un’ora sola.”

Anche a noi, abitanti del 2020, succede tanto. Siamo, saremo nelle pagine dei libri di storia. Ecco forse perché in tale opprimente modo sentiamo ora il peso del tempo su di noi.

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Edward Hopper – “Cape Cod Morning” (1950)

Il tempo dell’attesa e della solitudine, ahinoi, continua.

Prolungato. Esasperato. Spietato.

Un nastro che continua inesorabilmente a srotolarsi, pur stando drammaticamente fermo.

Come in un quadro di Edward Hopper, noi umani ci ritroviamo spodestati dal consueto ruolo di attori in perpetua parola. Ridotti ormai a silenzioso fondale scenico.

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Jackson Pollock, “No. 5”- 1948

Perché anche in questo Tempo Nuovo dobbiamo, quasi di necessità, riempire tutti gli spazi?

Perché l’Horror Vacui continua a farci scegliere la strada, anche stando a casa?

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In questa corsa frenetica e rutilante che ha assunto il Tempo, e noi umani assurdamente dietro, una sola richiesta, quasi pretesa.

Che l’Avvento sia sincero, condiviso e gioioso. Ma soprattutto lento. Per assaporarne il senso.

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Per un effetto/affetto magico sono stata trasportata a rebours nel tempo.

Ritrovandomi al liceo. Tra compagni di classe sempre uguali a se stessi nella loro essenza. Comprendendo che la domanda intorno al quanto e al cosa cambi del nostro originario nucleo è priva di senso quando vedi qualcuno nel suo profondo. Con gli abbracci, potenti prove umane del bene, a raccontare in lunghissimi brevi secondi gli anni trascorsi lontani. E la leggerezza ancora compagna dei nostri banchi. A farci librare sereni, sentendoci protetti, per una manciata di ore.

A rebours. All’indietro, ma dentro, appagati del niente. Un’onda potente. Controcorrente.

Salmoni alla ricerca del mare. Ritrovando l’amato sale.

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Presto, presto…

Prepara, prepara…

Che arriva, arriva…

(Perché ci diamo tanto da “fare” quando arriva Natale? Non dovrebbe essere un tempo più spirituale?)

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Setaccio la luce per non fare rumore“, scrivevo una manciata di lune fa. Ricordi?

Continuo a setacciare luce. Per afferrare brandelli di tempo. Senza smarrirmi troppo.

In assenza di mappe. In assenza. Evanescente presenza.

A mamma Marisa

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Amo Pippi Calzelunghe. Da sempre.

Per quel suo modo di vivere in piena libertà, eppure con un ferreo codice etico. Aperta al mondo e al nuovo, ma capace di isolarsi per interi giorni. Energia vitale allo stato puro insieme a velate malinconie. Frenesia e silenzio. Fantasia e meditazione. Coraggio e indipendenza.

Una casa nel bosco, appena fuori dal villaggio, la mitica “Villa Villacolle” in cui regna un confuso e allegro disordine. Ad accogliere il viandante un profumo di biscotti appena sfornati, un cavallo a pois e una simpatica scimmietta, l’amato signor Nilsson.

Giornate ricche di avvenimenti quelle di Pippi, che vive sola ma ha due amici, i fratelli Tommy e Annika, che la adorano per quel suo modo sfrontato, insieme serio e leggero, di affrontare la vita.

È stata la mia compagna preferita di giochi nell’infanzia, il mio esempio di emancipazione nell’adolescenza, la mia filosofia di vita poco dopo. Al punto da sentirmi sempre un po’ Pippi Calzelunghe.

Forse è anche per questo che il suo sessantesimo genetliaco (nell’edizione italiana del libro di Astrid Lindgren) mi sorprende.

Perché ci illudiamo che il Tempo non sfiori i nostri eroi. Lasciando a noi umani bazzecole e quisquiglie come i compleanni.

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Cosa siamo diventati?

Nessun sorriso, abbracci alla deriva.

In corsa permanente, approccio diffidente.

Urlanti, volgari, aggressivi. Quasi sempre.

Pronti a spaccare tutto e a scappare via.

Senza alcuna motivazione. Né prospettica soluzione.

E se qualcuno chiede “Why?”, la risposta è “Why not?”.

L’inquietante semplificazione del mondo attuale.

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