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Posts Tagged ‘Tangentopoli’

lupo_perde_il_pelo_ma_poi-_lo_ritrova

Il lupo perde il pelo… ma non il vizio.

Lo sappiamo, ma pur sapendolo ci meravigliamo.

Perché che la Casta rubi è quasi diventato un assioma, ma che ci ritenti dopo una manciata d’anni appare realmente incredibile.

Ciò che poi assume i contorni dell’inverosimile è la presunzione da parte di tali “lupi” di farla franca. Come se ciò fosse davvero possibile.

E forse per molti resta, purtroppo, davvero possibile.

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Un omaggio a Pier Paolo Pasolini.

Meglio, un atto d’amore nei confronti di quel Fondo Pasolini, di cui l’anima è sempre stata l’attrice Laura Betti.

Lavorando su quel dedalo di carte, sotto l’occhio tutelare di una bisbetica Betti, Emanuele Trevi “incontra” quasi realmente il poeta friulano.

Insieme a molti suoi misteri. Come quella P del suo ultimo ed incompiuto romanzo “Petrolio”, del 1992. Un anno che sembra segnare una linea d’ombra per il nostro Paese. Con Tangentopoli crollava un sistema, con le stragi di Falcone e Borsellino crollava la speranza.

Ps: fino agli ultimi voti scrutinati ieri sera al Ninfeo di Villa Giulia a Roma sembrava Emanuele Trevi il vincitore del Premio Strega. Ma una manciata di voti finali ha fatto tagliare il traguardo ad Alessandro Piperno col romanzo “Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi”. Da tempo si dice che questo Premio sia “guidato” dalle case editrici, soprattutto da quelle potenti. Un caso la vittoria di “Mondadori” piuttosto che “Ponte alle Grazie”?

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Alcuni magistrati del pool Mani pulite: Davigo, Colombo, Di Pietro

Scrive Enzo Biagi in “Era ieri”: “Tutto era cominciato un mattino d’inverno, il 17 febbraio 1992, quando, con un mandato d’arresto, una vettura dal lampeggiante azzurro si era fermata al Pio Albergo Trivulzio e prelevava il presidente, l’ingegner Mario Chiesa, esponente del Partito Socialista Italiano con l’ambizione di diventare sindaco di Milano. Lo pescano mentre ha appena intascato una bustarella di sette milioni, la metà del pattuito, dal proprietario di una piccola azienda di pulizie che, come altri fornitori, deve versare il suo obolo, il 10 per cento dell’appalto che in quel caso ammontava a 140 milioni.

Mario Chiesa era stato colto in flagrante mentre intascava una tangente dall’imprenditore monzese Luca Magni che, stanco di pagare, aveva chiesto aiuto alle forze dell’ordine. Il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne per lui un ordine di cattura. Tangentopoli era cominciata.

Bettino Craxi, leader del Partito Socialista, difese l’integrità del Partito negando l’esistenza della corruzione a livello nazionale e definendo Mario Chiesa un “mariuolo isolato”. I fatti lo smentirono dimostrando che la corruzione in Italia era stata elevata a sistema, a tal punto che con Tangentopoli un’intera classe politica fu spazzata via e la cosiddetta Prima Repubblica fu archiviata.

Del pool di mani Pulite facevano parte, oltre ad Antonio Di Pietro, Gerardo D’Ambrosio, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Ilda Boccassini, Armando Spataro e Francesco Saverio Borrelli che dichiarò, in un’intervista al giornalista Giorgio Bocca: “Io mi sono convinto che Mani pulite sia stata possibile perché ci fu un lento ma progressivo recupero di valori, la consapevolezza di vivere in una società ingiusta, la stanchezza di dover subire dovunque e comunque la disonestà imperante.”

L’apparente trionfo della “rivoluzione dei giudici”, che si disse aver prodotto la “Seconda Repubblica” in Italia, si dimostrò però di breve durata. Fra la metà degli anni ’90 ed i primi anni del nuovo secolo la questione della corruzione politica calò nell’ordine delle priorità dell’azione pubblica, per mezzo di un tacito accordo “bipartisan”. Facendo così dell’Italia un Paese di “gattopardi”, in cui “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.

Non è un caso che ancora oggi, a vent’anni di distanza da Tangentopoli, resti comunque facile in questo Paese “Farla franca” come recita il titolo dell’ultimo libro di Gherardo Colombo, che nel sottotitolo pone l’inquietante domanda “La legge è uguale per tutti?“. Che l’incapacità italiana di far rispettare l’articolo 3 della Costituzione ci appaia una domanda retorica, oltre che triste, sottintende che tanto resta da fare, forse a livello etico prima che giudiziario.

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