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Posts Tagged ‘spiaggia’

“Il naufragio” di Moses Levy (Tunisi, 1885 – Viareggio, 1968)

Di solito si spiaggia, come una balena, arrivando dal mare. E per la creatura marina non è buona cosa, essendo l’onda che ha dietro sè il proprio elemento naturale.

C’è poi un altro spiaggiare. L’arrivo umano da terra verso l’ultima lingua di suolo antistante l’elemento acqueo salino. Lasciandosi alle proprie spalle, per una manciata di giorni, le onde quotidiane e straordinarie delle private e pubbliche tempeste di terra.

Si tratta del buon naufragio.

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Moses Levy, “Stabilimento balneare” – 1949

Luce magica e radiosa.

Come la pennellava Moses Levy per raccontare la sua amata Viareggio anni ’30 -’40 del secolo breve.

Luogo di mare che ancora oggi, negli anni ’20 del secolo strano, mostra in alcune ore la stessa clarità.

Luce radente tra cielo e mare. Capace di trasportarti in un primitivo e placido stare.

In assenza, seppur breve, di domande.

“Stabilimento balneare” – Photo by Ester Maero, 2020

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Moses Levy, “Donna con ombrellino e cane sulla spiaggia” – 1921

Mollezza, lentezza, dolcezza.

Con onde in cammino progressivo. E i pensieri a dondolarsi calmi sulla spiaggia.

La Versilia del mio placido stare.

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La resistenza alle avversità, rimbalzando indietro. Questa la resilienza.

Un tronco d’albero che, naufragato, torna sulla terra da cui era partito.

Tutti noi, dopo e per molti versi ancora durante Covid19, ci siamo scoperti resilienti? O semplicemente relitti di quanto eravamo?

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Moses Levy, “L’ombrellone bianco” (1919)

Quelle della “mia” Versilia sono marine radiose.

Luce dionisiaca a ricordarmi l’alba della vita, passo lento ad indicarmi la dimenticata flanerie, spiaggia apollinea a sottolinearmi la bellezza del luogo di sale.

E la distesa marina. Senza limiti visivi, infinita nel suo sinuoso allungarsi. E incredibilmente radiosa. Come i quadri del pittore Moses Levy che con intenso e cromatico affetto l’hanno tratteggiata.

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Il primo bagno marino di stagione  è come la prima sorsata di birra.

Il resto della bottiglia è piacevole, ma è l’inizio a ricordarci la felicità minima e quasi infinita, seppur fuggevole, delle piccole cose.

Così il primo ri-contatto con l’acqua salata. Gioia in effervescenza. Forse per l’inconsapevole traccia mnestica dell’ambiente primigenio.

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Approfittando del mare ancora aperto, sono scesa sul suo fondo per spiare dall’acqua il movimento nascosto delle mormore.

Stanno sul fondo sabbioso e con esso si confondono. Al punto che le scorgi quasi per caso. In assalti rapidi e improvvisi di liquido cammino.

Perché le mormore sono così. Un lieve “mormorare” al loro passaggio. E le hai già perse di vista.

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“Il mare sul far del riposo” – Photo by Ester Maero

Tramonto. Spiaggia. Bambino. Quattro anni e sguardo lungo sul mare.

Un adulto lo richiama: “Ora andiamo. Il mare lo vedi di nuovo domani.”

Risposta immediata, distopica e forse predittiva: “No, perché domani il mare è chiuso.”

Tetragono. Senza se e senza ma.

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Federico Seneca, “Fano – stazione balneare” (1924)

Antica stazione balneare.

Tempo liquido di mare.

Grazia celata nel nuotare.

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Sally Swatland "Tidal Pool"

Sally Swatland “Tidal Pool”

Nei giorni del mio pit-stop veneziano ho finalmente regalato a my body il primo bagno marino di stagione.

E’ successo al Lido, in un mare verde, trasparente e lentamente degradante di una spiaggia isolata e selvaggia. Il bagnasciuga poi andava affrontato in punta di piedi, per evitare di scheggiare le numerosissime conchiglie che ammaliavano occhi e pensieri.

Ma la titubanza del primo bagno mi accompagna sempre. Sì, no, forse, piano.

E poi, in un momento, l’acqua mi riappartiene. Lavandomi/levandomi di dosso, in un sol colpo, inverno e brutture, crisi e miserie umane.

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