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Posts Tagged ‘silenzio’

Ci sono giorni in cui una serie di circostanze fortunate mi regala la sensazione inebriante di fare il bagno di mare come fossi in un acquario senza pareti.

Solo luce in caduta libera a perpendicolo, pesci cangianti in ogni dove e sguardo che si fa blu oltremare.

Semplicemente ringrazio. In un silenzio sacrale.

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Il film non l’ho visto. Non ancora.

Ma ciò che mi ha incantato è stata la locandina. Minimale, poetica e bellissima.

Il trailer poi mi sembra un invito ghiotto ad un’immersione in una particolare bolla di sguardi condensati sul mondo. In un silenzio terso di cui sentiamo, da troppo tempo, la mancanza.

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Come sarebbe vivere su un mondo-pesce?

Avremmo forse di più di quanto non sembra mai dover venir meno. E che invece sta diventando raro e prezioso.

Più acqua, più orizzonte, più silenzio.

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Ci risiamo.

Dopo la sperticata (e infelice) laude sulla scelta (non scelta!) di diversi giovani di andare a lavorare all’estero (“alcuni é meglio non averli tra i piedi“) Giancarlo Poletti, ministro del Lavoro (sob!), si lancia nuovamente in iperboli non richieste.

Questa è la volta del suo suggerimento pro occupazione: una partita di calcetto è più utile (sigh!) di tanti curricula. Le relazioni sociali, a detta sua, si sviluppano meglio sul terreno da gioco che a tavolino. Rivelandosi più vantaggiose. Ovvero, sudare si suda ugualmente, ma il risultato cambia in meglio. Sempre a suo dire.

Caro Signor Ministro, urge il silenzio. Tacendo si può far credere di avere pensieri più illuminati di quanto si possa sospettare. E il giovamento, per sé e gli altri, é incredibilmente alto.

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Non solo un tempo per addobbare, ma anche per sospendere se stessi.

Come gli addobbi. Guardando il mondo da un punto di vista diverso.

In silenzio. Per ascoltare il muschio respirare. E le stelle sonnecchiare.

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Incontrandole spesso sott’acqua le considero un po’ mie. Le occhiate, pesci con una specie di “terzo occhio” sulla coda.

Viaggiando a tratti con loro, per quanto mi è permesso dalla mancanza di branchie, ricevo “occhiate” mentre le guardo. In un gioco di rimandi in cui l’acqua si fa specchio.

Ecco perché le occhiate sono mie. Le mie occhiate silenziose sul fondo. Del mondo.

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Mi piace questa definizione dell’umana bellezza.

La fa dire il regista Paolo Sorrentino al personaggio di  Jep Gambardella (alias Toni Servillo) nel film “La Grande Bellezza”:

Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco.

E nel film, che stasera si può rivedere sulla Tv generalista, quegli “sparuti incostanti sprazzi di bellezza” si annidano in uno sguardo, in un tramonto, in un ricordo. Con lo scorrere del tempo inarrestabile come l’acqua di un fiume.

Forse però… “in fondo, è solo un trucco“.

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