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Posts Tagged ‘scuola’

E così, anche se ridotta, mascherata e distanziata, nonostante tutto, è partita la Maturità 2020, quella dell’epoca Covid19.

Nessuno scritto, solo orale. Anzi maxi orale, visto che è strutturato in cinque parti in cui l’oralità vince sul segno grafico. La parola raccontata regna quindi sovrana su aule in cui i metri sono giustamente tutto, insieme a mascherine, gel disinfettante e autocertificazioni. A risuonare nelle scuole, come sempre, ansia, narrazione e orgoglio. Ma senza strette di mano, baci e abbracci. Solo il senso della fine in una tasca e il sentore di un nuovo inizio nell’altra.

Ps: Buona vita alle mie ragazze e ai miei ragazzi in uscita dalla loro classe.

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Intanto c’è silenzio.

Nessuna campanella di scuola a segnare la fine dell’anno di scuola. Nessun vociferare di studenti a sciamare in ogni dove negli istituti scolastici per salutare, abbracciare, scappare. Nessun rito acquatico-sciamanico all’uscita per la purificazione dai giorni infiniti, troppo presto finiti, trascorsi sui banchi.

E ogni prof, e ogni studente a rimanere solo con sé stesso. Gli occhi fissi non nell’altro in un arrivederci ma nello schermo di un computer che è divenuto muto, dopo aver fatto la sua parte per più di tre mesi. Lunghi, tristi, pesanti. Virali. Aggettivo che si è rivelato nelle sue spire più drammatiche e impensabili.

Davvero strano questo ultimo giorno di scuola nel tempo Covid19. Come se l’emergenza avesse fatto appunto emergere, dal fondo di ciascuno, le paure più recondite, antiche, ancestrali. Sogni divenuti incubi. Con la scuola, tutta, improvvisamente sparita. Una storia degna di Stephen King.

Solo silenzio. Ma non quello successivo all’animato abitare delle aule. Questo è un silenzio solo. Che fatica, persino lui, ad esplicare il suo ruolo. Perché non riecheggia, se non come un’eco lontana, la parola “vacanze”.

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Campanelle suonate. Mani alzate. Timide occhiate. Facce agitate. Parole ricercate. Risposte sbagliate. Richieste bocciate.

Di già? Ma si tratta di scuola o di governo? O forse il tran tran è sempre quello, scolastico o politico sia il fardello?

Buon anno a tutte le aule…

Ps: il problema è la fiducia. Ovunque.

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Norman Rockwell, “American School” – 1946

Ritorno a scuola.

Ma, pay attention, non inteso come back to school”, espressione che ricade a pioggia sull’intera società nella ripresa dei suoi ritmi, familiari, televisivi, infrastrutturali. In virtù del sostantivo, “ritorno” appunto, che conduce nuovamente tutti, obtorto collo, tra i banchi degli edifici scolastici.

Intendo invece “ritorno” come verbo al tempo presente in prima persona singolare. “Io ritorno a scuola”. Già. Per un altro anno scolastico. Quasi alla stregua di quei ripetenti per cui sembra perso il verso, mai del tutto contrario ma un po’ ostinato sì, di imparare.

E così, “ritorno” a scuola. Verbo peraltro intransitivo, che in realtà di intransitivo ha proprio nulla. Perché tutto a scuola, anche nel suo ritorno, è sempre transitivo, “apre cammino”. Almeno in quell’idea di “entrare”, ancora una volta, in un luogo in cui i pensieri si concepiscono attraverso gli incontri delle menti, fino a vederli con fatica e soddisfazione partorire. Tra gioia e sofferenza. Vita che pulsa. Sorrisi e malinconie, successi e frustazioni, traguardi e ripartenze.

Eterni ritorni. Resi fecondi dal fluire condiviso dei giorni.

Ps: buon anno scolastico a tutti. Anche a chi, solo di sguincio, intravede la Scuola.

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Qualche settimana fa, ad una manciata di giorni dalla fine dell’anno scolastico, una mia classe faceva il conto dei giorni all’alba, e tutti erano visibilmente contenti.

Eccetto un mio studente, passo profondo nel suo cammino. Mi guarda e mi confessa, a cuore aperto e mente oltre la finestra: “Prof, a me un po’ dispiace. Amo venire a scuola perché imparo cose nuove.” I compagni, inconsapevolmente miopi, in risposta: “Ma a settembre ritorniamo!”. E lui, a visione consapevolmente chiara, forse troppo, ribatte placido, come suo solito: “Ma il prossimo anno sarà un’altra cosa!“.

E così porto a casa, felicemente silenziosa, un piccolo ripasso della lezione per me più preziosa. Che il “maestro” è dietro l’angolo, e si presenta quando meno te lo aspetti. Per questo bisogna essere attenti e fiduciosi. Dentro e fuori scuola. Grazie Hartwig.

Ps: buone vacanze alle mie “bimbe” e ai miei “bimbi”, anche a quelli “bischeri”…

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Momento epifanico.

Interrogazione di Mario, sedici anni e mille pensieri. Quasi mai raccontati.

Testo scelto di De Andrè, “Le acciughe fanno il pallone”. Chiedo il motivo di tale scelta. Lampo d’orgoglio negli occhi di Mario. E nel cuore. “Io pesco, Prof! “.

E spiega, animandosi. Colonna vertebrale, sguardo, parola. Facendosi acciuga fiera, mostrandomi il suo “pallone”, il suo modo personale di nuotare nel mondo.

Assisto così ad una pesca miracolosa.

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Tema in classe.

Nicola, un mio studente di seconda liceo non sempre attento alla forma linguistica ma con uno sguardo spesso incantato sul mondo, sceglie quello sulle donne “ultime” cantate da Fabrizio De André.

Deve dare un titolo al suo saggio critico.

E qui arriva la poetica sorpresa, il regalo inaspettato. Un verso illuminato, in assonanza grata.

Felice, triste meretrice”.

Faber, ne sono alquanto convinta, avrebbe tacitamente apprezzato.

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Dedico al ministro della Pubblica Istruzione (sigh!) Valeria Fedeli e alla sua più recente intuizione (sob!), ovvero quella di permettere l’uso dello smartphone a scuola durante le lezioni, il video “Are you lost in the world like me?” di Moby, che coglie (lui sì) i segni di questo tempo.

Con la speranza che le illustrazioni di Steve Cutts coi richiami ai fumetti anni ’30, da Betty Boop a Popeye, possano restituire lucidità a chi di scuola si occupa. Anche se non in prima persona ma per sentito dire.

La nostra desolante dipendenza dagli schermi, come la definisce Moby, è forse quanto non dovremmo trasmettere a chi vogliamo cresca libero, con proprie capacità critiche, autonome visioni del mondo e autentiche interazioni con gli altri.

“Fedelmente”, espress451.

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Steve McCurry - INDIA. Jodhpur. 2007.

Steve McCurry – INDIA. Jodhpur. 2007.

Far della sera. Messaggio Whatsapp. Ex allievo lontano nel tempo, a cui torno in mente (“grazie per essere passata nei miei pensieri“) per un libro di Anna Marchesini a cui associa il mio libro di poesie: “Quindi ho ricercato il tuo blog per vedere se tutto procedeva; ho avuto nostalgia, ma una di quelle che ti fanno sbocciare un sorriso.” Dopo il passato mi aggiorna sul suo presente, fatto di canto lirico, all’Opéra di Montecarlo e tournée per l’Europa. Una costruzione iniziata quando ci siamo incontrati, due lustri fa, insegnante e allievo, con visioni mie sul futuro di lui e primi passi suoi in quello che sarebbe stato il suo oggi. E tentativi, prove, work in regress che si fa progress. Con lui, come per gli altri studenti. Ognuno coi suoi tempi e modalità e sogni. E via via qualcosa che prende “forma”, su cui credere, scommettere, applicarsi, cambiare il tiro, rivedere la rotta, navigare ancora. A volte a vista. Insieme alla convinzione però che in qualche modo, per ciascuno, si renderà palese la sua specifica “forma”.

E allora non posso poi non pensare per associazione, neppure troppo libera, alla “formazione” docenti, quella che la “Buona scuola” ha brevettato come sua scoperta, definendola “continua” e “permanente”. Ma davvero noi docenti avevamo necessità di vedere scritto per regio decreto tale lapalissiana verità? Penso ai miei libri, amati e imprescindibili compagni di viaggio. E alle scritture, di getto, meditate, rivisitate. E ai film d’autore visti in sale d’essai. E alle performance teatrali, quelle classiche e quelle sperimentali. E alla curiosità, mia bussola permanente. Che mi conduce ad un testo inedito di Leonard Cohen, ad una conferenza “liquida” di Bauman, ad una possibile associazione tra i passi solitari di Corto Maltese e a quelli non così diversi di Ulisse. Cammini miei che di necessità, anche solo osmotica, diventano passi di chi è studente “mio”.

Così mi chiedo dove possa dirigersi un Paese in cui colui che per professione “mette segni”, “insegna” appunto, deve certificare i propri “segni” attraverso un preciso numero di ore di qualche corso accreditato, dimenticando quanto quella professione non sia omologabile ad altre. Perché essa ha un feedback, quello sì, “continuo” e “permanente”, che sposta sempre i termini del tuo essere “forma”: quando correggi un compito, quando noti un comportamento, quando cerchi una soluzione relazionale, quando respiri il clima di una classe, quando tenti di muovere leggerezza, quando ascolti profondità, quando accogli emozioni, quando ripensi alle tue. In un feedback realmente continuo e permanente. Che è anch’esso formazione.

Come quel messaggio giunto a me sul far della sera. Che è stato un “segno” anch’esso. Sapere che quell’allievo di ieri ha preso una sua “forma” nell’oggi rende reali le mie lontane “visioni” sul suo divenire. E allora, quasi quasi, io autocertifico, con quel messaggio e con i pensieri che ha attivato, una manciata di tempo di “formazione”. Quanto esattamente? Q.b., come il sale. Tanto quanto basta.

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Il 18 ottobre 1886 veniva pubblicato “Cuore” di Edmondo De Amicis. Libro all’apparenza datato, che però ha ancora alquanto da ricordarci. Per esempio sul senso primo della scuola. E’ il padre del protagonista, Enrico, a sottolinearlo in una lettera al figlio.

Pensa agli innumerevoli ragazzi che presso a poco a quell’ora vanno a scuola in tutti i paesi; […] vestiti in mille modi, parlanti in mille lingue, dalle ultime scuola della Russia quasi sperdute tra i ghiacci alle ultime scuole dell’Arabia ombreggiata dalle palme, milioni e milioni, tutti a imparare in cento forme diverse le medesime cose; […] e pensa: – Se questo movimento cessasse, l’umanità ricadrebbe nella barbarie; questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo.

Su tale pensiero soffermiamoci noi tutti, studenti-insegnanti-genitori-figli-politici-cittadini. Soffermiamoci. E poi ripartiamo. Con più lena. Perché avere “istruzione” vuol dire possedere gli strumenti per costruire il proprio “edificio” ed avere le “chiavi” per entrare in quello comune.

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