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rocco chinnici

Trent’anni fa, il 29 luglio 1983, fu ucciso dalla mafia il magistrato Rocco Chinnici. Considerato il padre del Pool antimafia, quello che compose chiamando a sé anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fu il primo magistrato a recarsi nelle scuole per parlare agli studenti della mafia e dei pericoli della droga, perché «Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi» – diceva – «fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai».

In una delle sue ultime interviste Chinnici disse: «La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare».

Rocco Chinnici fu ucciso con una Fiat 127 imbottita di esplosivo davanti alla sua abitazione, insieme a due componenti della sua scorta, il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi e l’appuntato Salvatore Bartolotta, e il portiere dello stabile Federico Stefano Li Sacchi. Ad azionare il detonatore che provocò l’esplosione fu il killer mafioso Antonino Madonia.

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Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, il giudice antimafia Paolo Borsellino si reca insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. Lì una Fiat 126 imbottita di 100 chili di esplosivo salta in aria uccidendo Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Agli inizi di quel tragico luglio, queste le parole del giudice in un’intervista a Lamberto Sposini: “La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro. 

Tutto questo costò la vita a Paolo Borsellino e alla sua scorta. Lo sapeva, lo sapevano a cosa andavano incontro. Continuando a camminare in quella direzione, pur sapendo, ci hanno fatto sentire orgogliosi di essere concittadini di tali uomini giusti e coraggiosi. Ma purtroppo ci hanno anche fatto sentire orfani delle loro persone e di una profonda coscienza civile.

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