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Posts Tagged ‘sabbia’

spigola

La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come un aereo quando lo vedi sbucare ancora silenzioso nel cerchio tranquillo del mattino. L’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese – è vicina, vicinissima, a tiro. La Grande Occasione- L’aletta dell’arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto tra le branchie e le spine dorsali. Sta per tirare – sarà più di dieci chili, attento, non si può sbagliare! – e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile. La spigola passa lenta, come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d’ombra, nel buio degli scogli. Adesso sta inseguendo la Grande Occasione Mancata. Per lunghi oscuri corridoi sottomarini, ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo. Man mano che si abitua a quel morto chiarore distingue le poltrone del salotto, il lungo tavolo di legno scuro, il paralume verde, il divano, la macchia di caffè sul cuscino giallo. La spigola deve essere scomparsa in qualche angolo buio, dietro quel cassettone o nella stanza di là, sotto il letto dove lui ora sta dormendo. Ma non importa più, ormai ci siamo, eccola La Scena. Si presenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina – anche il battito del cuore! – vicina, con l’occhio marino aspettando. E poi offesa? stupita? incredula? prontamente disinvolta comunque, eccola di nuovo seduta sul letto pettinandosi, per sempre lontanissima, che tenta di superare l’imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante – luminosi come sulla spiaggia nella note di Capodanno! – lui senza vita e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t’immagini le facce? le risate? le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con La Grande Occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena.

Incipit “Ferito a morte” di Raffaele La Capria.

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Le mitiche espadrillas, le scarpe dei pescatori baschi indossate anche dai soldati al fronte durante la Guerra civile spagnola, diventano leggenda negli anni ’70 quando i Castañer, produttori di espadrillas in Catalogna dal 1927, incontrano Yves Saint Laurent che crea i primi modelli con la zeppa. Diventando così un’icona di stile.

Stile che rimane intatto anche oggi, a 90 anni da quei popolari inizi, quando la “campesina” richiamava, per semplicità e nome, la “contadina”. Nonché l’estate.

La zeppa in corda adora infatti le camminate sulla spiaggia, i colori della tela fanno vacanza spensierata, i lacci “alla schiava” inneggiano alla libertà e all’eleganza.

Ps: sono la mia calzatura estiva preferita. Da quando decisi che stavano bene alle mie bambole.

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La raccolta

conchiglie e stelle

Raccolgo frammenti di spiaggia.

Per conservare qualche cartolina del luogo.

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La plage di Calvi

deuil-henri-l-entree-de-plage

Un luogo così, come quello del dipinto intendo, l’ho visto.

E a volte la potenza di un artista supera qualsiasi fotografia.

Perché quando sono capitata su questo disegno mi sono ritrovata immediatamente su la plage di Calvi, in Corsica.

La staccionata è appena consunta dalla salsedine, la sabbia è talmente bianca da abbagliare l’intero corpo, il mare è un invito salato a fare in fretta…

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Da tempo cerco le mitiche piste per biglie. Con scarso esito. Quest’anno addirittura nullo.

Non un lembo di spiaggia con quelle curve che avevano per ampiezza e profondità il lato B di chi si prestava, gambe all’aria, ad essere trascinato sulla sabbia, e per forma la fantasia di chi trascinava.

Quando la fine del percorso, a discrezione dell'”artista”, si congiungeva con l’inizio, la pista era pronta, e non restava che rendere la stessa colorata con le biglie-palline. Ciascuno possedeva il suo “bolide”, con annesso metodo di “guida” e astuzie per superare l’avversario.

Ma che fine hanno fatto quelle meravigliose piste?

Mi sono interrogata sulle ragioni del loro estinguersi, perché, a parte qualche isolato nostalgico o qualche concorso amarcord, le piste sono state proprio ritirate nel cassetto dei ricordi.

Sarà che la sabbia non è più quella di un tempo, ma terra compressa poco adatta all’uopo. Sarà che i bambini sono ormai organizzati/intruppati in una serie di giochi da spiaggia, con casette e animatore compreso. Sarà che con il clima torrido trovare volontari per ustionare il proprio lato B sulla sabbia per un banale circuito da biglie fa ridere persino il ragazzino più ingenuo e timido.

Sarà che gli adulti , quelli che a noi insegnavano questi giochi fatti di niente, non ci sono più. E gli adulti di adesso, cioè  noi, siamo già pieni di tutto, ma forse più pronti a niente.

PS: Se qualche “viaggiatore” di espress451 avvistasse su qualche spiaggia le mitiche piste segnali l’evento. Per far prendere aria alla nostra memoria.

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L’Incipit

Io sono una Maga delle spezie.
So usare anche il resto. Minerali, metallo, terra, e sabbia, e pietra. Le gemme splendenti di luce fredda e limpida. I liquidi che ti accendono gli occhi di bagliori variopinti finché non riesci più a vedere altro. Ho imparato tutto sull’isola.
Ma la mia passione sono le spezie.”

“La Maga delle spezie” di Chitra Banieriee Divakaruni.

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Non sono mai entrata in un giardino zen. Però uno l’ho visto.
Mi spiego meglio. La differenza è quella che passa tra entrare in mare e vedere il mare. E’ appagante vedere il mare, perché un po’ della sua acqua negli occhi ti entra, così come il suo odore mentre scruti l’orizzonte un po’ ti permea. Ma, signori, entrare in mare è tutta altra storia, perché è come entrare in un pezzo di cielo facendone parte. Fine della contemplazione, inizio dell’azione.

Così in un giardino zen. O almeno penso. Nel giardino zen, a differenza di quello giapponese, l’acqua è raccontata dalla sabbia, pettinata a cerchi concentrici e sinusoidi, movimenti metaforicamente prodotti dalle rocce, che rappresentano gli uomini. Si respira pieno silenzio armonico a guardare un giardino zen. Almeno così mi è successo di fronte a quello posto all’ingresso del Mao (Museo Arti Orientali) di Torino.

Immagino che non sia permesso calpestare un giardino zen. A meno di essere il prescelto per disegnare la sabbia. Forse anche per questo associo il giardino zen al mare. Quando nei tramonti d’estate in certe spiagge il bagnino comincia a rastrellare, disegnando armonicamente la sabbia.
In quel momento, osservandolo, non posso esimermi dal pensarlo maestro zen che sistema con cura quel giardino di sabbia.

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