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Zaha Hadid davanti al suo "Riverside Museum" a Glasgow.

Zaha Hadid davanti al suo “Riverside Museum” a Glasgow.

Le cronache di questi giorni ci inducono a riflettere, ancora una volta, sulla collocazione dell’uomo. Tra arte e parte.

Giornate buie queste (le luminose sembrano ormai di altri pianeti), in cui chiudono la loro parabola terrena artisti luminosi, di linee e note.

Zaha Hadid, l’archistar del futuro, sempre pronta a visualizzare oltre, tra disegni, materiali e fattibilità. La luce del suo sguardo a concretizzarsi nel mattone che erigeva.

Gianmaria Testa, il cantore degli ultimi, sopraffino e malinconico nelle sue note, sempre pronto, da capostazione qual era, a varare energie per futuribili mete del cuore. Senza barriere, la poesia per passaggio a livello.

E cosa dire di Giorgio Calabrese, il paroliere poeta di “E se domani”?

Piangi, e saluti l’umano che si era fatto arte.

Ma non fai in tempo a congedarti con tristezza dal quel luminoso umano, e già i sentimenti mutano e non t’ardiscon di parlare.

E l’indignazione ti rialza la testa, vedendo l’umano che si fa “parte”. Che ha sete di fazione, di privato, di interesse. Per padri, figli, ma niente Spirito Santo. Semmai fidanzati e petrolio e trivelle e soldi. Già, Mammona, su tutto.

E allora, in un colpo, ti è più chiaro l’umano. Tra cielo-visione-poesia, e fango-terra-miopia. Viaggio stretto, muto, futile. E drammaticamente inutile.

Gianmaria Testa in concerto

Gianmaria Testa in concerto

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Senti! Se facciamo le cose per benino, questa è la volta per far fortuna o non sono più un vecchio volpone!” disse la Volpe al Gatto.

Così ancora una volta, con un “inciucio bell’ e buono”, hanno fatto “le cose per benino”, da vecchi volponi. Bravi davvero!

Le notizie di ruberie di soldi pubblici rischiavano, nella loro drammatica esondazione, di trascinare verso il baratro l’affidabilità dei partiti politici, e allora? Banchetto delle tre carte e voilà… Basta finanziamento pubblico ai partiti? Non esageriamo: basta ai bilanci poco controllati e per nulla trasparenti dei partiti politici, ma di riduzione neanche a parlarne. E su questo, tutti d’accordo!

E noi cittadini? Noi siamo i burattini di questo teatrino, raccontando così un’immagine dell’Italia che già Collodi col suo “Pinocchio” aveva acutamente colto: “un’immagine dell’Italia eterna, e dunque anche dell’Italia di oggi, dei vizi e delle virtù di tanti italiani non solo, ma della società italiana nel suo insieme, con i suoi ribaldi dichiarati e professati, con la sua concezione delle gerarchie, col suo cinismo sentimentale, coi suoi imbrogli e le sue menzogne; ma anche con i suoi buoni propositi mai, o quasi mai, mantenuti. E così quella che in effetti appare come una favola può anche essere letta come un’analisi spietata della nostra italianità” (Raffaele La Capria, ne “Il sentimento della letteratura”).

Con una classe politica a prenderci spietatamente in giro, come la Volpe che si finge sdegnata mentre dice a Pinocchio: “Noi non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri.” Pur sapendo che di lì a poco ruberà con il Gatto gli zecchini d’oro al povero Pinocchio. Eppure, “Che brave persone! – pensò dentro di sé Pinocchio.

Che è il pensiero, sincero ed ingenuo, ancora di tanti. Anche di fronte ad ammissioni e dimissioni.

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