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Posts Tagged ‘rock’

Se il Festival di Sanremo è predittivo del tempo che vivremo, sarà rivoluzione. Forse addirittura una rigenerante rifondazione.

Come cantano col loro potente rock i Maneskin, vincitori inaspettati: “Scusami ma ci credo tanto /Che posso fare questo salto / Anche se la strada è in salita /Per questo ora mi sto allenando / E buonasera signore e signori“.

Aria nuova sul palco, a partire da una gestione meno ingessata e più improvvisata (seppur alquanto pensata, chapeau) in un’edizione pandemica difficile (speriamo unica), ai futuribili quadri viventi, ricchi di citazioni più che di provocazioni, di Achille Lauro.

E poi artisti poco conosciuti dal grande pubblico (esiste ancora?), ma ricchi di inedite sfumature vocali, capacità scritturali di valore e potenti presenze sceniche. Madame, 19 anni e un potenziale in divenire, Willie Peyote, Premio critica Mia Martini per un testo rap che è reportage di questi tempi (“Non si vendono più i dischi tanto c’è Spotify / Riapriamo gli stadi ma non teatri né live“), La rappresentante di Lista, voce – magnetismo – impegno.

Qualche serata di musica all’apparenza leggera, anzi leggerissima, come hanno cantato in modo geniale Colapesce e Di Martino, Premio Lucio Dalla della Sala Stampa: “Parole senza mistero / Allegre ma non troppo / Metti un po’ di musica leggera / Nel silenzio assordante / Per non cadere dentro al buco nero / Che sta ad un passo da noi, da noi / Più o meno”. 

Questo forse il senso di questo 71° Festival di Sanremo. Un nuovo inizio augurato da ciascuno a tutti noi.

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È un’icona senza tempo Bruce Springsteen. Oltre i compleanni che si avvolgono a spirale su ciascuno di noi.

Storyteller del lato oscuro del sogno americano, tra i più notevoli interpreti del rock, “The Boss” emana da sempre un’energia speciale che fa di ogni sua performance un Evento. Con le note che vibrano sulla chitarra e scendono come per magia dal palco, dando vita ad una felice e contagiosa onda d’urto su chi lo ascolta.

Ecco perché è “The Boss”. Auguri.

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Non sembra vero. Ma facciamo finta.

Il mitico Molleggiato compie 80 anni.

Più di ventiquattromila baci da tutti noi.

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Ho assistito al concerto torinese di Patty Smith. E la mia ricerca sul tempo si è arricchita di una tessera blu lapislazzulo.

Lei ti appare sempre e ancora, e forse di più, quella carismatica sacerdotessa del rock che è da sempre, con una misteriosa e potente energia sciamanica ad esplicitarsi attraverso una voce magica ed eleganti movenze del corpo interiore.

Ed è qui che mi viene regalata la pietra azzurra sul tempo. Perché sul palcoscenico Patti Smith continua ad emanare quella luce animica priva di scansione temporale. Dimostrando così che l’anagrafe é puro accidente. Che corrompe solo il corpo esteriore.

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Kurt_Cobain

Sono trascorsi 20 anni dal tragico gesto che pose fine alla giovane vita di Kurt Cobain, il simbolo del grunge. Un gesto autolesionista e definitivo che il chitarrista dei Nirvana mise in atto un mese dopo esser stato salvato da un altro tentativo suicidario.

Quasi come se, comunque, avesse drammaticamente scelto da tempo. A confermarlo le parole-ritratto della sua lettera d’addio: “Io sono troppo un bambino incostante, lunatico! E non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente. Pace, amore, empatia. Kurt Cobain“.

Poco bambino, molta emozione, nessuna pace. Nonostante avesse scritto il contrario.

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lou reed1

Tace la chitarra del leader dei Velvet Underground, Lou Reed, leggenda del rock, colui che ha cantato, con voce cavernosa e quasi inespressiva, il lato oscuro dell’umanità, “camminando sul lato selvaggio” di ciascuno, come ha raccontato in “Walking on the wild side”.

Di questo poeta un’altra poetessa, Fernanda Pivano, disse: “Lui con la sua musica ha cambiato il mondo, non so se mi spiego.

Si spiegava eccome la Fernanda. Cantando i bassifondi dell’anima Lou Reed cambiò realmente il panorama musicale. Perché poetava con crudo realismo l’indicibile. Ma senza perdere di vista la possibilità di un “Perfect Day”.

 

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Ci manca Freddie.

Ci manca la sua voce. Magica, acuta, malinconica, estrema. Da autentica “Regina”.

Ci manca la sua fisicità da palcoscenico. Esagerata, glam, energica, tanta. Da grande star.

Ci manca il suo essere protagonista assoluto del rock. Da leader istrionico, da icona pop, da indimenticabile mito.

Ci restano addosso quelle intense melodie. Da lui rese uniche. A tratti struggenti.

Ma è come sentire il profumo di qualcuno tanto amato, senza però riuscire a vederlo.

Ci manchi, Freddie.

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All’Arena del Mare a  Genova, nel Porto Antico, torna il tributo alle regine della musica nell’ambito del Festival “Just like a woman”, titolo preso da una famosa canzone di Bob Dylan.

Questa sera, 26 luglio, si esibisce Marianne Faithfull, un’icona della storia del rock, protagonista della swinging London. Dalla voce tremula del debutto al timbro struggente degli ultimi tempi, la cantautrice si riconferma ancor oggi inimitabile, soprattutto per la forte carica emotiva che trasmette a chi ascolta le sue canzoni. Lo dimostra il suo ultimo album, uscito a febbraio, “Horses And High Heels”.

Curioso il filo rosso che ci riporta a Amy Winehouse. La Faithfull nel passato ha fatto uso di droghe, raccontando poi la sua uscita dal tunnel, il suo “Rehab”, quello rifiutato da Amy. Gli antichi dicevano “nomen omen”, nel nome il destino. Forse Marianne, “piena di fede” ha visto più chiaramente di Amy,” una casa troppo liquida e alcolica” per cognome, la possibilità di un cambiamento. Avendone la forza.

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Lo sciamano del rock

è sprofondato nei meandri

della scena pericolante.

Jim Morrison, da “Canto di dolore e di libertà”

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