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Posts Tagged ‘ricordo’

In questi giorni gli abitanti, già ex, delle case site sotto i resti del ponte Morandi di Genova sono chiamati ad un’incombenza enorme e triste. Decidere quali oggetti della propria casa, quindi della propria vita, portare via. E farlo in due ore, stipando i ricordi in cinquanta scatoloni.

Ho quindi provato a fare questo esercizio mentale, un po’ buddista un po’ masochista, di pensare per un momento di essere in quella disperata e dolentissima situazione. Di scelta. Tra gli oggetti d’affetto e d’uso e d’abitudine. Tra le cose nostre, che ci rappresentano e ci confortano. Presente e passato. Necessità e consolazione.

E comprendi, se ancora ce ne fosse bisogno, che la vita è accumulo solo per un periodo. E poi, di necessità e per tutti, sottrazione. Di stati, luoghi, persone. E persino oggetti, che di tutto ciò sono anche simbolo. Di cui abbiamo infinito bisogno.

La nostra privata coperta di Linus. Che, seppur consunta, è per ciascuno affettuosa.

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Ricordo, quindi sei.

Quando però il procedimento razionale incespica affaticato per il turbinio del tempo che ineluttabile scorre, allora abbandono del tutto gli ormeggi neuronali.

E ogni volta, in modo sorprendente e inaspettato, la navigazione riprende la rotta del cuore che sente.

Quindi ricordo, perché sei.

A mamma Marisa.

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memoria

Maurice, non piangere, non sono qui sotto / il pino.

Dall’epigrafe di “Sarah Brown – Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters.

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Foto di William Willinghton

Foto di William Willinghton

Ascoltatemi, voi che vivete nei sensi  

e pensate soltanto attraverso i sensi,

l’immortalità non è un dono,  

l’immortalità è una conquista; 

e solo coloro che lottano allo stremo 

la possederanno”.

L’ateo del villaggio, da “Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters.

Spoon River l’ho letto da ragazzo, avrò avuto 18 anni. Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché in questi personaggi si trovava qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare“.

Fabrizio De André intervistato dalla poetessa Fernanda Pivano (1971).

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Il 5 settembre 1972 a Monaco di Baviera, durante le Olimpiadi, un commando di terroristi di “Settembre Nero” fa irruzione negli alloggi israeliani del villaggio olimpico, uccidendo subito due atleti e prendendo in ostaggio nove membri della squadra olimpica di Israele. Il tentativo di liberazione compiuto dalla polizia tedesca porta alla morte di tutti gli atleti sequestrati, di cinque fedayyin e di un poliziotto tedesco.

Allora le Olimpiadi non si fermarono. E quest’anno alle Olimpiadi di Londra, nel quarantennale, non è stato previsto alcun momento per commemorare quegli sfortunati atleti. A volte il ricordo, fondamentale per proseguire il cammino, sembra provocare imbarazzo. Silenzioso.

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Già con la copertina si può giocare alle libere associazioni. Guardandola infatti pensi ad un oggetto familiare che però non riesci immediatamente ad individuare. Ma che senti far parte delle cose passate, alias perdute.

Cominci poi a sfogliare a caso questo libretto e inciampi nella “maglia di lana”, per le mamme di un tempo obbligatoria sempre (“Quello che tiene il freddo tiene anche il caldo“), nel “dentifricio”, non quello odierno di plastica indeformabile (“Il tubetto di una volta si schiacciava e lo arrotolavi come un tubetto di colore da pittore“), nel “lattaio”, figura ormai estinta (“Nel suo negozio uno andava con la bottiglia e acquistava il latte“), nella “siringa”, l’antenata della Pic indolor (“Erano di vetro, grosse, e l’ago era di ferro. Messe dentro un’apposita scatoletta venivano fatte bollire“).

Un viaggio in solaio la lettura di queste pagine di Francesco Guccini, che riesce a ricreare l’atmosfera di un tempo lontano, come in certe sue canzoni. E se per diverse di queste “perdute cose” ero troppo piccola per farle mie, qualche frammento di ricordo mi è riapparso. In particolare ho avuto la mia “madeleine” di fronte al racconto di giochi persi, quali “shangai e pulce”: “giochi da giornate piovose. Semplici bacchettine che stringevi fra le mani, li lasciavi cadere sul tavolo e dovevi riuscire a estrarli dal mucchio disordinato uno alla volta, senza che nessuno degli altri si muovesse di un micron. Pulce era un gioco da bambine, le quali oggi, da ex bambine, si illuminano ancora d’immenso al ricordo“. Così è successo a me, rivedendomi tra bastoncini e dischetti a divertirmi con poco in giornate di pioggia. Solo atmosferica.

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Subito sono stata colpita dal suono, “Il Salotto del Biscotto”, forse per il ritmo da filastrocca tipico dell’ottonario, forse per la baciata rima interna. Chissà…

Poi il suono si è fatto immagine, invadendomi gli occhi fino a giungere alle papille gustative. Soddisfacendole come solo le idee riescono a fare. Con quell’anticipo da “sabato del villaggio”.

Infine è il ricordo ad aver sfamato il cuore: pavesini, gallette, novaresi, torcetti, novellini, ognuno di loro a riportarmi in qualche luogo/tempo masticato con lentezza e una goccia di nostalgia. Perché certi sapori rimangono in quel luogo/tempo in cui li avevamo gustati. Restando così abitanti leggeri e affettuosi delle nostre stanze interne. Quelle stanze che facciamo arieggiare nei giorni di pioggia…

Ecco forse perché il salotto fa rima con biscotto.

Ps: Comunque il dolce Salotto è ospite ancora oggi a Biella Fiere, con canestrelli, cuneesi, praline, fugascine, amaretti, bicciolani, krumiri… E i vostri biscotti preferiti quali sono?

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