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E così “Post-verità” è la parola dell’anno 2016 per l’Oxford English Dictionary, che la definisce come «relativa a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti, nel formare l’opinione pubblica, del ricorso alle emozioni e alle credenze personali». Come dire, “se lo raccontano, allora è vero”. Apparenza versus sostanza.

Così una notizia falsa, ma data per autentica, influenzerebbe una parte dell’opinione pubblica, quella che non cerca la verità rapportandosi col mondo reale, ma col proprio sentire emotivo. Come se diventasse reale ciò che ci piace dire e sentire, senza più spazio per il confronto tra le opinioni. E con i social-media la diffusione della falsa notizia aumenta in modo esponenziale, così che la post-verità, ossessivamente ripetuta, tende a diventare un monologo.

In una società caratterizzata da flussi ininterrotti di informazioni, anche contraddittori, paradossalmente diminuisce la possibilità di giungere ad una chiara visione dei fatti, servendosi solo di argomenti razionali. Cresce invece l’interesse per chi inventa e racconta storie, quindi la post-verità sembra essere diventata la chiave per la conquista e per l’esercizio del potere, economico e politico. Non è un caso infatti che il termine si sia diffuso nel 2016 durante le campagne per il referendum britannico sulla Brexit e per le elezioni presidenziali americane.

Torna utile l’indicazione data da George Orwell ne “La fattoria degli animali”: “Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.”

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Sono trascorsi 15 anni da quell’ecatombe di inizio secolo. Ma il tempo interno si è allungato stringendosi. Come quelle maglie temporali di cui dicono esser fatti i buchi neri dell’universo.

Da allora molto, quasi tutto è cambiato. Soprattutto in termini di percezione. L’11 settembre è divenuto espressione di orrore, di gesto (dis)umano impensabile. Perché l’umanità è da sempre, purtroppo e ahinoi, abituata ai morti di guerra sul campo e alle perdite umane per cataclismi. Ma che qualcuno, scientemente, potesse pensare e attuare di entrare con un aereo in un grattacielo, sventrandolo, ha registrato nelle teste di noi umani un 2.0 di incubo sovraumano. O sottoumano.

Dando sempre più margine, per tenere a bada ansie ancestrali, alla virtualità dissociata dalla realtà. Quella virtualità in cui le immagini, con un click, tornano indietro. Rewind.

A differenza della realtà. Che non prevede ripensamenti né riavvolgimenti. Ma solo lucidità versus opacità delle menti.

 

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