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Posts Tagged ‘pubblicità’

aereo

Avete notato quanti voli (poco pindarici e molto commerciali) stanno popolando la nostra quotidiana dose pubblicitaria?

Dalla Lufthansa con la sua “questione di fisica/chimica” alla Vueling in cui un ragazzo fluttua sereno in uno spazio tutto giallo, fino alla Air France che elimina la “quarta parete” dei suoi aerei per farci virtualmente provare, su leggiadre altalene, la fly esperience.

Ma why so much fly? Questione di feeling? O di mero business?

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Murale di Agostino Iacurci - Roma

Murale di Agostino Iacurci – Roma

Se vuoi pubblicizzare bene un mondo di pesci, fai vedere che ci nuoti.

Questo sembra il pensiero-pubblicità di questa pescheria.

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calimero

Torna il mitico Carosello!

Dal 6 maggio per tre mesi su Rai 1 alle ore 21.10 andranno in onda tre spot pubblicitari di 70 secondi l’uno, con la filosofia dello storico programma televisivo, ovvero uno sketch che solo nella conclusione rivela il prodotto pubblicizzato.

La decisione della Rai di proporre un simile programma scaturisce dalla volontà dell’azienda di “rilanciare, stimolare, rigenerare la voglia di fare la pubblicità“, consentendo alle agenzie pubblicitarie, in crisi di creatività, di esprimersi in spazi più ampi dei tradizionali spot, per riaccendere l’interesse dei telespettatori nei confronti della réclame.

La storica sigla, una tarantella napoletana coi panorami di Venezia, Siena, Napoli e Roma con ai lati un musicante, sarà mantenuta.

E dopo Carosello… tutti a nanna!

 

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orso bruno

La storia dell’Orso Bruno cominciò qualche tempo fa con un mio ingresso in classe. Dissi: “Ragazzi, oggi ho mangiato male, ma male, ma proprio male!”.

Davvero, prof?“, mi chiese preoccupato uno studente. Io insistetti, con sorriso incorporato. Al che un altro, forse futuro copywriter, disse: “Ma Prof! Sta citando l’Orso Bruno della pubblicità!“.

Da quel giorno seguiamo, la mia classe e moi, le avventure “umane” dell’Orso Bruno, dalle improbabili partite a tennis alle temerarie pattinate, e spesso usiamo le sue battute quale sottocodice interno al gruppo per sdrammatizzare citando.

Ultimamente, quando vedo i miei studenti preda di ansie e preoccupazioni immotivate, parte la battuta: “Come siete teneri, quasi quasi vi mangerei!“.

Battute a parte, L’Orso Bruno della pubblicità viene considerato un vero fenomeno e, come tale, spopola in Rete.

Studiosi della comunicazione e attenti semiologi hanno analizzato i motivi di questo successo, che vede un animale farsi umano per sponsorizzare un prodotto, come lo fu il nero Calimero per un detersivo o l’ippopotamo Pippo per dei pannolini.

In questo caso l’orso piace perché rimanda ad un animale goffo ma simpatico, più Yoghi nel Parco di Yellowstone che autentico e pericoloso orso bruno. Ma Bruno piace soprattutto per la sua voce, che gli è stata prestata dall’attore Diego Abatantuono.

Diego poteva scegliere tra diverse sfumature, da quella “eccezzziunale” con cui il pubblico l’ha conosciuto a quella più recitata per cui è piaciuto a grandi registi. Invece ha scelto un tono informale, poco personale, ma con quel modo nonchalance e leggero di porgerci la battuta che solo un nostro amico poco “orso” potrebbe avere. Rendendocelo davvero simpatico.

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A proposito di Andy Warhol e della sua idea di celebrità, traccia di uno dei temi della maturità di quest’anno, si affaccia alla memoria la mitica “zuppa Campbell”. Un normale ed anonimo barattolo di zuppa, che però ebbe i suoi quindici minuti di celebrità, espansi per sempre, grazie alla serigrafia dell’artista che moltiplicò il barattolo in una serie da trentadue, rendendolo famoso.
Che è poi il motore di ogni pubblicità, rendere “pubblico” qualcosa o qualcuno, aprendo il “focus” su di esso. Ma è l’occhio, umano o tecnico, a rendere protagonista chi o cosa è in scena. Quindi il rischio, in un moltiplicarsi all’infinito di celebrità, è un mondo di occhi guardanti occhi, narcisi versus voyeurs.
Fin qui nulla di male (!), ma la relazione tra occhi e occhi dov’è? Già, perché il narciso si “accontenta” di esser guardato (o meglio, di guardarsi attraverso l’occhio altrui, foss’anche il proprio, come per lo specchio) soddisfatto di nuotare nel proprio acquario, mentre il voyeur è pago di guardare senza entrare nell’acquario. E il diaframma tra gli attanti (il vetro nel caso dell’acquario, piuttosto che la retina, la telecamera o il medium tecnologico) li separa da ogni possibile contaminazione. Rendendo così tutti noi sempre un po’ più separati ed autistici, magari con numerosi amici su Facebook ma poco “sudati”. Quindi con i sensi soddisfatti quasi sempre in modo autoreferenziale.
Ecco forse  perché la zuppa Campbell si dilata all’infinito. Bellissima e famosa, ma senza aroma alcuno.

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