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Posts Tagged ‘ponte Morandi’

Che il progetto Renzo Piano del nuovo ponte di Genova sia omaggio doveroso in ricordo delle vittime e auspicio affettuoso di un nuovo tempo per la città della Lanterna.

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Weekend di “ponti” quello appena trascorso.

Ponti tragici che non sono visivamente più, ponti politici drammaticamente inesistenti, e ponti resi inaspettatamente possibili al punto da divenire storici.

Venerdì mattina in sei secondi la demolizione controllata dei resti del ponte Morandi. E in quel polveroso sbriciolarsi era presente la memoria della tragedia e l’amara simbologia di un intero Paese.

Sabato la conclusione, chissà se davvero catartica, dello sbarco forzato a Lampedusa della nave Ong “Sea Watch” e dei suoi migranti, con arresto della capitana. La politica nazionale e internazionale del tutto assente, come se porti e ponti fossero questioni in cui le persone non rientrano affatto. La soluzione non sarà né facile né scontata, perché diverse norme e disposizioni sono state violate ma il soccorso in mare resta legge antica e primaria.

Domenica il colpo di teatro di un comunicatore abile. Il Presidente americano Donald Trump attraverso un tweet, come tra amici che si incontrano per una pizza, invita il Presidente nord coreano a dirsi ciao, stringendosi la mano, nientepopodimeno che sul confine tra Corea del Sud e Corea del Nord. Kim Jong Un accetta ed è Storia. Quella passeggiata minima e lunghissima è stato un ponte gettato tra due sponde distanti e divergenti. Ma non così lontane.

Un buon segno. Di cui il mondo intero ha fame.

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Mentre la gloriosa macchina del Festival di Sanremo procede a file serrate verso il suo epico finale, nel frattempo…

Nel frattempo il Paese arranca e sbanda.

Al suo interno, tra povertà misconosciute e infrastrutture semidecadute.

Al suo esterno, in un nuovo modo di intendere e intessere relazioni internazionali e affari diplomatici.

Nel frattempo l’Italia è, ancora una volta, “nave in gran tempesta“. Pur senza potersi lamentare della mancanza di un “nocchiere“. Anzi, pur avendo una guida tricefala.

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Bruno Catalano, “I viaggiatori”

L’anno 2018 sembra aver avuto, quale protagonista principale, la dissolvenza.

Si sta dissolvendo il sistema Europa, tra Brexit e nuovi secessionisti. Così anche lo Stivale, indossato e bistrattato dai cosiddetti populisti. Popolo sulle labbra e particolare in tasca.

Si stanno dissolvendo buone maniere, fatte di educazione, eleganza, misura, rispetto. Con la voce che diventa più alta, più grossa, più rozza. Poche parole per dire tutto, cioè niente. E parolacce per affondare l’altro, chiunque non sia in linea con quanto si è. O si ha.

Si dissolvono le certezze. Un ponte su cui transitare, un’istituzione su cui contare, un’autorità a cui affidarsi. I potenti ad apparire onnipotenti, mostrando i denti invece dei quozienti.

E si dissolvono, purtroppo, alcuni punti fermi dell’umanità, la sua espressione migliore. Il genio stellare e fiducioso di Stephen Hawking e la voce divina e combattiva di Aretha Franklin. Le immagini poetiche di Ermanno Olmi e quelle visionarie di Bernardo Bertolucci. Le storie umane di Philip Roth e quelle d’amore e tenebra di Amos Oz. Insieme alle parole stampate di Inge Feltrinelli. E l’essere gentile e generoso di Fabrizio Frizzi.

Dissolvenze che evidenziano la nostra povertà.

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In questi giorni gli abitanti, già ex, delle case site sotto i resti del ponte Morandi di Genova sono chiamati ad un’incombenza enorme e triste. Decidere quali oggetti della propria casa, quindi della propria vita, portare via. E farlo in due ore, stipando i ricordi in cinquanta scatoloni.

Ho quindi provato a fare questo esercizio mentale, un po’ buddista un po’ masochista, di pensare per un momento di essere in quella disperata e dolentissima situazione. Di scelta. Tra gli oggetti d’affetto e d’uso e d’abitudine. Tra le cose nostre, che ci rappresentano e ci confortano. Presente e passato. Necessità e consolazione.

E comprendi, se ancora ce ne fosse bisogno, che la vita è accumulo solo per un periodo. E poi, di necessità e per tutti, sottrazione. Di stati, luoghi, persone. E persino oggetti, che di tutto ciò sono anche simbolo. Di cui abbiamo infinito bisogno.

La nostra privata coperta di Linus. Che, seppur consunta, è per ciascuno affettuosa.

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Cinquantacinque anni fa, il 9 ottobre 1963, alle ore 22.39 una frana enorme si staccò dal monte Toc, “marcio” in friulano, precipitando sul bacino artificiale sottostante e provocando un’onda di 270 milioni di metri cubi di rocce, detriti e acqua che travolse i comuni di Erto e Casso e Longarone. Quasi duemila vittime e un paesaggio geografico cancellato.

Una tragedia annunciata, che si poteva evitare. Perché i rischi di quella costruzione avveniristica, la diga del Vajont, si conoscevano. Esattamente come quelli del Ponte Morandi di Genova.

Disastri già scritti, in nome del profitto economico. Senza tutela alcuna della vita umana e del suo naturale contorno.

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Ad un mese dal tragico crollo del ponte Morandi a Genova, prendo a prestito il pensiero di uno scrittore atipico e geniale quale Guido Ceronetti, appena scomparso, per riflettere sulla fragilità. Delle cose e del pensare. Come lui scriveva:

Uscire dalla città, a piedi, è faticosissimo. T’investe la lava bollente del brutto, del rumore, strade sopra strade, tremendi ponti di ferro, treni, camion, Tir, corsie con sbarramenti, impraticabili autostrade, un vero teatro di guerra.

E a Genova tanto è ancora tale. Fragile e mortale.

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Il titolo del post per ricordare un valente attore americano, Burt Reynolds, che proprio attraverso “Un tranquillo weekend di paura” si fece conoscere e apprezzare, diventando presto il prototipo del maschio virile. Aggiungendo poi un paio di baffi e sfruttando un notevole carisma, andò oltre quel “weekend”, per approdare in altri film di successo, fino alla nomination all’Oscar per “Boogie Nights”.

Ma altro timore abita questo weekend per l’italiano medio che ha ancora a cuore le sorti del proprio Paese.

Lo sbotto social, del tutto privo di senso logico e istituzionale, del nostro (?) Ministro dell’Interno, per cui essere votati dal popolo ti colloca, in automatico, al di sopra della legge. In barba al più elementare vademecum di democrazia e rispolverando le antiche pratiche dei sovrani assoluti. C’è di che aver paura, forse persino Terrore. Con Robespierre a rivendicarne la paternità.

Cosa dire poi di quel piccolo ma simbolico incidente occorso a Castellucci, l’ad di Autostrade, che toccando il modellino del nuovo ponte di Genova firmato Renzo Piano lo rompe? Che potente metafora della colpa già evidente nel crollo del vecchio ponte! E forse anche un sinistro avviso sull’intervento (ancora?) di Autostrade nella prossima costruzione.

Nonostante, buon weekend a tutti.

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Quando i pescatori tornano con le reti vuote, se non per qualche granchio impigliato tra le maglie, è segno che la valutazione del tratto di mare scelto per la sua pescosità è stata errata.

E se “prendere granchi” fosse diventato lo sport prediletto di questo Paese che ha l’intero Stivale nell’acqua, reale e metaforica?

E chi, con piena responsabilità, deve valutare, situazioni e infrastrutture, indizi e segnali, sta sulla spiaggia, piedi a mollo, a sottovalutare sempre l’ondata di piena. Prendendo appunto granchi.

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ANSA/LUCA ZENNARO

Tutti noi, vedendo lo spezzone del Ponte Morandi, quasi una linguaccia, sulle case ci siamo chiesti: “Possibile costruire lì, sotto un ponte, delle abitazioni?”. In realtà queste erano preesistenti al ponte, i cui costruttori non si sono posti limite al futuribile senza senso. Per cui alcuni tetti delle case sono stati intagliati per far posto ai sostegni del viadotto.

Ma c’è di più in tale orrore senza scrupolo. Quelle case furono costruite sul letto del fiume. Come da manuale costruttivo mai scritto. Del resto sono “solo” case popolari, quindi economiche, quindi senza possibilità di lucro. Quindi a chi tocca, tocca. In necessità.

E come in una gigantesca sciarada ci si sente sperduti salmoni con un senso improvvisamente perso delle origini.

ANSA/ LUCA ZENNARO

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