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Posts Tagged ‘poeta’

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Il giorno di Santa Lucia rischia ormai di essere metafora del quotidiano vivere.

Con la “luce” che stenta a farsi strada in tanto “buio”.

E con la “notte” che sembra essere sempre più territorio del malandrino.

E sempre meno momento del poeta.

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Tace la chitarra del leader dei Velvet Underground, Lou Reed, leggenda del rock, colui che ha cantato, con voce cavernosa e quasi inespressiva, il lato oscuro dell’umanità, “camminando sul lato selvaggio” di ciascuno, come ha raccontato in “Walking on the wild side”.

Di questo poeta un’altra poetessa, Fernanda Pivano, disse: “Lui con la sua musica ha cambiato il mondo, non so se mi spiego.

Si spiegava eccome la Fernanda. Cantando i bassifondi dell’anima Lou Reed cambiò realmente il panorama musicale. Perché poetava con crudo realismo l’indicibile. Ma senza perdere di vista la possibilità di un “Perfect Day”.

 

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Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del «goal». Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno.

Pier Paolo Pasolini, da “Saggi sulla letteratura e sull’arte”.

Ps: voglio continuare a pensare che la maggior parte dei goal che vediamo e partecipiamo siano gesti atletici belli e poetici, come diceva Pasolini. E voglio continuare a pensarlo altrimenti vado nel “pallone”.

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Vincenzo Vela, "Vittime del lavoro" - 1883

Gridano al poeta:
Ti vorremmo vedere accanto al tornio.
Che sono i versi?
Certo che a lavorare mica ce la faresti.
Forse
è per noi
più caro d’ogni altra occupazione,
il lavoro.
Sono anch’io una fabbrica.
E se non ho
ciminiere,
forse,
per me
senza ciminiere è ancora più difficile.
Ma chi
può accusarci d’essere oziosi?
I cervelli forbiamo con la lima della lingua.
Chi è superiore:
il poeta o il tecnico
che conduce gli uomini al benessere?
Sono uguali.
I cuori sono motori.
Soltanto insieme
abbelliremo l’universo.

Vladimir Majakovskij, “Il fiore del verso russo“.

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Leggo di te che sei Altrove, Lucio.

Incredulità, tristezza, vuoto.

E la testa nega la realtà perché si rifiuta di credere che tu te ne sia andato, davvero e per sempre.

E il cuore si fa colmo di emozioni che galleggiano tra le tue note, quelle che ci hanno reso tutti più leggeri e profondi.

Come quel tuo mare, che raccontavi con le sue onde interne, come solo un Poeta.

Come quella Piazza Grande, che eri riuscito a rendere intima.

Come quell’ Attenti al lupo, che da avviso temuto era diventato per te un gioco.

Come quel 4 marzo 1943, un compleanno in musica.

Come quel Caruso, ormai un manifesto d’amore senza latitudini.

Ma tu Lucio non sei solo stato un musicista di rara fattura, col dono di far danzare le note con inaudita ineffabile armonia, tu sei stato prima di tutto un uomo che con curiosità e ironia, gentilezza e generosità, hai affrontato attraverso la musica temi alti, che coinvolgono, come eri solito dire, l’intera umanità, che restava il tuo pubblico d’elezione, il fine ultimo delle tue composizioni.

Penso sia questo a farmi/farci muti, sentendoci più soli.

Ma siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò.

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L’anima la si ha ogni tanto, nessuno la ha di continuo, per sempre.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, possono passare senza di lei.
A volte nidifica un pò più a lungo, sole in estasi e paura dell’infanzia,
a volte solo nello stupore dell’essere vecchi.
Di rado ci da’ una mano in occupazioni faticose,
come spostare mobili, portare valige
o percorrere le strade con scarpe strette,
quando si compilano moduli, si trita la carne,
di regola ha il suo giorno libero.
Su mille nostre conversazioni partecipa ad una,
ed anche a questo non necessariamente,
poiché preferisce il silenzio,
quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,
smonta di turno, alla chetichella,
è schifiltosa,
non le piace vederci nella folla,
il nostro lottare per un vantaggio qualunque
e lo strepito degli affari, la disgusta,
gioia e tristezza non sono per lei due sentimenti diversi,
è  presente accanto a noi solo quando essi sono uniti.
Possiamo contare su di lei
quando non siamo sicuri di niente e curiosi di tutto,
tra gli oggetti materiali le piacciono gli orologi a pendolo e gli specchi,
che lavorano con zelo anche quando nessuno guarda.
Non dice da dove viene e quando sparirà di nuovo,
ma aspetta chiaramente simili domande.
Si direbbe che così come lei a noi,
anche noi siamo necessari a lei, per qualcosa.

Se n’è andata in questo inizio di febbraio freddo e nevoso la poetessa polacca Wislawa Szymborska, Premio Nobel della Letteratura 1996. L’ambito riconoscimento era stato motivato: “per aver creato della poesia che tramite ironica precisione permette di mettere in luce il contesto storico e biologico in frammenti di realtà umana.” Arguta ed elegante nei suoi versi, è sempre stata l’ironia la caratteristica evidente della sua produzione, con una notevole capacità di alleggerire nel racconto le situazioni più dolorose, insieme ad un’acuta introspezione intellettuale ed un’osservazione puntuale della realtà.

Nel discorso di accettazione del premio Nobel dichiarava della difficoltà di definirsi poeta in questo tempo: “Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e forse soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra società chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, ed è molto più difficile ammettere le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo.”

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Andrea Zanzotto, nato il 10 ottobre 1921, è ritenuto il nostro più grande poeta contemporaneo. Ha attraversato il Novecento utilizzando il linguaggio poetico in tutta la sua polivalenza semantica, risultando a tratti anche oscuro, compiendo però sempre un viaggio nel profondo.

E proprio come “una talpa” intenta “a scavare nel linguaggio e nel paesaggio” l’ha descritto Eugenio Montale, aggiungendo: “A lui tutto serve, le parole rare e quelle dell’uso e del disuso; l’intarsio della citazione erudita e il perpetuo ribollimento del calderone delle streghe. Sullo sfondo, poi, può esserci tanto il fatto del giorno che il sottile richiamo psicologico. E’ un poeta percussivo ma non rumoroso: il suo metronomo è forse il batticuore”.

E’ sufficiente leggere la poesia “Al mondo” per sentire il “batticuore” di Zanzotto:

Mondo, sii, buono;                                                                                                                                             

"Andrea Zanzotto" di Paolo Steffan - 2009


esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere, super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu “santo” e “santificato”
un pò più in là, da lato, da lato.

Fa’ di (ex-de-ob etc.) -sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote
abbi qualche chance
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.
Su, munchhausen.

Auguri, Maestro.

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