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Posts Tagged ‘poesia’

Franco Battiato era considerato da molti un Maestro. Di quelli veri. Che intuiscono e ricercano e vedono oltre. Per quel “magis“, il “di più” insito nella parola stessa “maestro”.

È stato un Maestro, quindi un riferimento, anche per me. Che da liceale lo cantavo e lo ballavo, intuendo e poco meno il suo sperimentalismo, sonoro e linguistico. Per cui il suo “Cuccurucucu paloma Ahia-ia-ia-iai cantava” pareva avanguardia in gocce di melodia, e il “Centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente” diventava un inno per non perdere la rotta, continuando a sventolare sul ponte “bandiera bianca”.

Solo in seguito compresi, almeno in parte, il senso profondo di permanenza di quel “centro” cantato e ricercato da Battiato, contiguo all’immanenza. E alla danza dei dervisci rotanti e alla poesia sufi e al mistico armeno Gurdjieff. E a quanto cerchiamo sempre, all’essenza a volte sfiorata, alla consapevolezza sometimes percepita spesso sopita.

Così ho colto, esplorando, altre ottave nella poesia cantata di Franco Battiato, dalle “correnti gravitazionali” de “La cura” alla ricerca dell’ “Uno al di sopra del Bene e del Male” in “E ti vengo a cercare”.

Per rifugiarmi poi, trovando balsamo consolatorio e spiraglio di orizzonte, in quei suoi versi della “Passacaglia” che recitano:

Vorrei tornare indietro
Per rivedere gli errori
Per accelerare
Il mio processo interiore
Ero in quinta elementare
Entrai per caso nella mia esistenza
Fatta di giorni allegri
E di continue esplorazioni
E trasformazioni dell’io“.

Grazie Franco Battiato per quanto hai cercato, consegnandoci mappe per leggere il mondo interiore, fatto di tracce minime ma preziose.

Come hai scritto nell’ultimo lavoro, “Torneremo ancora”. Da “migranti di Ganden / In corpi di luce / Su pianeti invisibili“. Quindi, Maestro, arrivederci. (Seppure sia “difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”… ).

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In tale disgraziato (perché la grazia ha volto altrove il suo sguardo) tempo pandemico ci sentiamo tutti, improvvisamente, molto più vecchi.

Vengono in mente i versi della Achmatova scritti nel 1916, già a due anni dall’inizio della guerra mondiale, di quella ecatombe che contenne in sé anche una pandemia, la cosiddetta “influenza spagnola”.

Scriveva Anna, la poetessa russa, “Invecchiammo di cent’anni. E questo accadde in un’ora sola.”

Anche a noi, abitanti del 2020, succede tanto. Siamo, saremo nelle pagine dei libri di storia. Ecco forse perché in tale opprimente modo sentiamo ora il peso del tempo su di noi.

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– “Sei l’unica stanza che mi salva dal disordine” (da “Baciami adesso” di Enrico Nigiotti)

– “La mia solitudine / è sul fondo di un bicchiere / d’acqua che mi inviti a bere” (da “Dov’è” di Le Vibrazioni)

– “Stesa al filo teso delle altre opinioni / ti agiti nel vento / di chi non ha emozioni” (da “Tikibombom” di Levante)

– “È che il passato ci esce dalla testa / come canzoni dalla radio / amori nell’armadio” (da “Il confronto” di Marco Masini)

– “Se ogni scelta crea ciò che siamo / che faremo della mela attaccata al ramo?” (da “Eden” di Rancore)

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A chiusura delle celebrazioni del bicentenario della poesia “L’infinito” di Leopardi un video trasmesso sui canali RAI fino al 31 dicembre.

Si vede scorrere sullo schermo il manoscritto originale della lirica recitata da ventidue voci famose della canzone italiana, tra cui Mina, Celentano, Pausini, Baglioni, Nannini, perché più facilmente riconoscibili. “Un dono senza volto e senza nome, una straordinaria dichiarazione d’amore collettiva da parte di grandissimi artisti della musica“, come ha sottolineato il ministro Dario Franceschini presentando l’iniziativa.

Ricordandoci che la canzone d’autore nasce nel profondo e fertile solco della Poesia. Così da poter dire che “il naufragar m’è dolce in questo mare“.

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Il film non l’ho visto. Non ancora.

Ma ciò che mi ha incantato è stata la locandina. Minimale, poetica e bellissima.

Il trailer poi mi sembra un invito ghiotto ad un’immersione in una particolare bolla di sguardi condensati sul mondo. In un silenzio terso di cui sentiamo, da troppo tempo, la mancanza.

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Tema in classe.

Nicola, un mio studente di seconda liceo non sempre attento alla forma linguistica ma con uno sguardo spesso incantato sul mondo, sceglie quello sulle donne “ultime” cantate da Fabrizio De André.

Deve dare un titolo al suo saggio critico.

E qui arriva la poetica sorpresa, il regalo inaspettato. Un verso illuminato, in assonanza grata.

Felice, triste meretrice”.

Faber, ne sono alquanto convinta, avrebbe tacitamente apprezzato.

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Usare la foto di Anna Frank per recare offesa all’avversario sportivo è l’ultima deriva folle di una folle società alla deriva.

Una società che si nutre, o meglio sopravvive, di pane e circo. Pensando che la poesia non dia pane. Già. Perché dà molto di più. Qualcosa che viene prima del pane. Perché prima della bestia che mangia c’è l’uomo che pensa.

Rendere epiteto offensivo l’immagine di una ragazzina che, insieme a milioni di persone, non ha potuto vedere se stessa fiorire per un diabolico progetto di sterminio, ti rende incredulo. Poi ti accappona la pelle. Solo in un terzo momento ti poni razionali domande: “Di chi sono figli costoro, geneticamente e socialmente?”, “Quanti e quali libri non hanno mai letto?”, “Quanto ignorano di Anna Frank, del secolo breve e del caduco umano percorso?”.

Razza davvero barbara quella umana.

E dire che Anna Frank scriveva: “Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità.

Ma nell’affermare che siamo tutti Anna Frank rischiamo di raccontare l’accaduto solo nell’acqua smossa di superficie. Perché tanti ancora non hanno neppure sfiorato il suo doloroso vissuto. E tutti noi continueremo solo per difetto ad avvicinarci al suo più interno vissuto.

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21 marzo: Benvenuta Primavera!

La vita si autorigenera, con la possibilità di nuove fioriture.

Colore verde giovane. Quello tenero ma prepotente. La forza dell’inizio. Che spesso è intuizione.

Forse per questo il 21 marzo è anche il Giorno della Poesia. Radici nel profondo e foglie esposte al cielo.

PS: oggi è anche il compleanno di questo blog. Sei anni, l’età delle scoperte nel mondo. Un viaggio che prosegue insieme ai passeggeri di questo “treno”.

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Risultati immagini per paterson

In “Paterson” i giorni sembrano tutti uguali. Ma solo apparentemente.

Nel poetico film di Jim Jarmusch la quotidianità non rima con banalità. Forse per la delicatezza dei toni, forse per l’esplosione di alcuni colori, forse per la profondità di sguardo del protagonista. Che per tutta la pellicola comunica il suo modo poetico di vedere il mondo allo spettatore. Con i versi che, mentre vanno a comporsi nella sua testa, si dipanano in scrittura sullo schermo. Regalando parole preziose e grazia lieve. Non senza una sottile inquietudine.

Quella inquietudine connaturata alla vita stessa. Vita che viene personificata dal barista quando, accogliendo Paterson al bancone, gli chiede: “Come ti tratta la vita?“. Frase che ti accompagna anche fuori dalla sala. Come una pennellata di bellezza.

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E’ terminata la mia sospensione di giudizio sul comportamento post Nobel di Bob Dylan.

All’annuncio di tale riconoscimento il 13 ottobre scorso ero contenta. Per la scelta open dell’Accademia di Stoccolma, per il nome del poeta destinatario e per la motivazione: “Per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della grande tradizione della canzone americana.” Canzoni come “Blowin’ in the wind” o “Knockin’ on Heaven’s Door” sono diventate inni dei movimenti pacifisti e per i diritti civili, interpretando il sogno americano di libertà.

Mi aspettavo da subito una dichiarazione del cantautore. E invece ho cominciato ad aspettare, come tutti, un segno da parte del compositore. Una sua, seppur minima, reazione. Viceversa, il silenzio.

Così, mentre lui taceva io entravo in epoché, sospendendo il mio giudizio sul suo atteggiamento.

Dopo una quindicina di giorni poche parole in stile Dylan: “Che sorpresa il Nobel. A Stoccolma ci andrò, se sarà possibile.” Ora sappiamo che non gli sarà possibile, perché “già occupato in precedenti impegni.” Comunicato che lascia dietro di sé una scia fastidiosa e sgradevole di arrogante superiorità. Anche se le sue canzoni continueranno con merito a “bussare alle porte del Paradiso.

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