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“NYC e la convivenza degli opposti” – Photo by Ester Maero

New York è da tempo una città militarizzata, in cui chiunque si sottopone senza scomporsi né fastidiarsi ai controlli di sicurezza. Attivi anche nei luoghi di culto.

Ieri un uomo, volendo emulare l’incendio di Notre-Dame a Parigi, si è presentato con taniche di benzina all’ingresso della Cattedrale di Saint Patrick, pieno centro di New York City, lungo la 5th Avenue nei pressi del Rockefeller Center. Ad attenderlo la polizia privata che controlla tutti i fedeli all’ingresso.

Qualche ora dopo mi sono ritrovata in questa cattedrale neogotica dalle guglie che tentano di gareggiare in altezza coi vicini grattacieli. E tutto continuava come sempre.

Con canti sublimi a ricordare il Giovedì Santo dei cristiani. E la finitudine di tutti gli uomini. Non solo di quelli di buona volontà.

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“Notre-Dame a New York City” – Photo by Ester Maero

Da New York City dove mi trovo il mio pensiero è andato anche oggi alle profonde ferite di Notre-Dame de Paris.

E in qualche modo la mia frequenza vibrazionale è rimasta in collegamento, un Oceano di distanza, con l’Île de la Cité, attraverso un viaggio-omaggio alla Statua della Libertà, che proprio dalla Francia fu donata agli Stati Uniti d’America.

In segno dell’amicizia che lega i due popoli, e in solidarietà allo sfregio di una cattedrale simbolo di sacralità e bellezza per l’umanità intera, nella notte sia l’Empire State Building che la Freedom Tower hanno indossato, nelle loro luci, i colori francesi. Celebrando la fraternité ad ogni latitudine.

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La Bellezza salverà il mondo” è il monito salvifico di Dostoevskij.

Senza però tenere in conto l’Uomo. Che tra incuria e dolo è maestro nell’arte della distruzione.

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La ragazza del titolo la scorgi solo nelle prime pagine del libro. Poi sparisce. Quindi impari a conoscerla, di necessità, per interposte persone. Quelle che la amano e la cercano. Ma non necessariamente insieme. E neppure coi verbi, amare e cercare, uniti da una comune identità e volontà di far luce su una sottrazione tanto inquietante.

La costruzione del puzzle è complessa, inaspettata e rapida. Come il passato della protagonista e delle figure a lei satellite.

Guillaume Musso non delude mai il lettore. Anzi, dopo “Central Park”, ci regala nuovamente suspense e adrenalina. Con la capacità di tratteggiare visivamente i luoghi della vicenda, da Parigi a New York. E di instillare dubbi intorno a granitiche certezze.

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E’ già in viaggio per Verona, dove sarà inaugurata il primo aprile, la mostra di “Toulouse-Lautrec La Belle Epoque” che ha appena chiuso i battenti a Torino.

Oltre centocinquanta opere, tutte provenienti dall’Herakleidon Museum di Atene, ad illustrare l’opera anticonformista e innovativa del pittore bohémien della Parigi di fine Ottocento.

Gran parte del percorso espositivo si snoda sui locali di Montmartre, quelli frequentati dall’aristocratico visconte Henri de Toulouse-Lautrec per dimenticare se stesso. Diventando confidente di ballerine e prostitute, sentendosi emarginato come loro. Così rappresenta la vita al Moulin Rouge e in altri teatri del quartiere, insieme alle maisons closes, dove fissa la sua dimora-studio.

Deforma le linee, quasi a sottolineare le proprie deformità, aprendo la strada agli espressionisti. Con profonda partecipazione emotiva, cogliendo aspetti della vita intima delle donne da lui ritratte. E a volte amate. Seppur in modalità burrascosa. Quella della sua stessa esistenza.

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central park musso

Cosa fareste se, svegliandovi una mattina, vi ritrovaste su una panchina in un luogo sconosciuto, col polso ammanettato ad un’altra persona, ancora addormentata, mai vista prima? Comincereste a cercare di mettere a fuoco le coordinate spazio-temporali, poi quelle cinestesiche e mnemoniche. E, svegliando l’altro, anch’egli all’oscuro di tutto, cerchereste di capire, riposizionando via via le tessere di un puzzle sempre più oscuro, in cui ogni nuovo dettaglio sembra, dopo poco, perdere la collocazione assegnata.

Così i due protagonisti del libro “Central Park” di Guillaume Musso, una poliziotta di Parigi e un musicista di Dublino, sono costretti, con i pochi indizi che hanno su di sé, a far luce sul loro “caso”. Indagando. E rimanendo, ad ogni scoperta, increduli e spiazzati. Dovendo così ricominciare ogni volta daccapo. Con l’inquietudine che aumenta. In loro e nel lettore.

Il finale non è solo inaspettato, ma sconvolgente. Nel senso letterale del termine: mettere sottosopra quanto prima si era acquisito.

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Je-Suis-Charlie

Che le matite abbiano sempre la meglio sulle armi.

Ma anche su pregiudizi, limiti e divieti.

La satira è tale perché gioca sul mondo. Tutto, divinità comprese.

Ps: continuo a pensare al mio bisnonno, caricaturista politico, che aveva come fede assoluta la sua matita…

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