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Posts Tagged ‘papà’

A volte la felicità, oltre ad essere una piccola cosa, è rivedersi felici.

Magari in una foto, in cui si era bambini, e spensieratamente leggeri e felici. Senza averne consapevolezza. Che c’è mentre si riguarda quella foto nel presente. E per brevi istanti, pur non ricordando, attraverso insondabili vasi comunicanti si è nuovamente felici. Dell’esserlo stati. Grati a chi tanto ci ha permesso.

A me succede con una foto di montagna in cui, due anni e tanti punti di domanda, sono in braccio a mio papà e sono felice. Chissà cosa scatenò quel mio sorriso pieno. Comunque, a rivedere quel mio stato, in modo misterioso io sorrido nuovamente. Grata al mio papà di aver reso eterno un momento di grazia.

Frammento affettuoso a cui sometimes ritorno. Per ricordarmi quale mondo mi girava intorno…

A papà Sergio e a quel tempo azzurro

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Mi manchi, papà.

Tu sai che è vertigine.

Col cielo a farsi pozzo.

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Spaventosa macchina“. Così il giornalista de “La Stampa” Luigi Barzini definì la TV italiana ai suoi esordi, il 3 gennaio 1954.

Tra breve, senza dubbio, – disse – l’apparecchio sarà letteralmente ovunque, dove ora sono radio-riceventi , in parrocchia, nello stabilimento di bagni, nelle trattorie, nelle case più modeste. La capacità di istruire e commuovere con l’immagine unita alla parola e al suono è enorme. Le possibilità di fare del bene o del male altrettanto vaste. L’Italia sarà inun certo senso, ridotta ad un paese solo, una immensa piazza, il foro, dove saremo tutti e ci guarderemo tutti in faccia”.

E così è stato. Riconoscendoci come comunità nelle tragedie, dal rapimento e assassinio di Aldo Moro agli attentati contro i giudici Falcone e Borsellino, dal disastro del Vajont all’alluvione di Firenze, dalla disgrazia di Alfredino Rampi al terremoto di Amatrice. Una parte, non certo per il tutto. Fino alle impensabili immagini del crollo delle Torri Gemelle di New York.

Ma ci siamo riconosciuti anche nelle conquiste collettive, da un primo piede umano sulla Luna a quelli calcistici italiani da “Campioni del mondo”. Insieme ad elezioni di Papi entrati nella Storia e a spezzoni di spettacolo, dal “Tuca Tuca” a “Rischiatutto”, entrati nel nostro immaginario collettivo.

Una “spaventosa macchina” di registrazione del Tempo.

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J.M.W. Turner, "Norham Castle Sunrise" - 1845

J.M.W. Turner, “Norham Castle Sunrise” – 1845

“Ti ricordi, papà?”, ti domando, domandandomi, nei miei colloqui interstiziali.

E la risposta, sottile lamina dorata, mi giunge acuta e lieve.

Inaspettato raggio di metà febbraio.

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Alexia Molino "Quando siete felici, fateci caso" - 2015

Alexia Molino “Quando siete felici, fateci caso” – 2015

Quando siete felici, fateci caso” recita un libro dello scrittore tedesco Kurt Vonnegut.

Davanti a questo titolo ho rivisto il tuo sguardo, limpido e gioioso, di fronte alle occasioni di felicità.

Ti soffermavi, appunto. Con attenzione e godimento. Cogliendo il momento buono. Assaporandolo.

Insegnandomi così il senso della pausa felice e consapevole.

Con il cuore che racconta alla testa quella euforica percezione, e la testa che la irradia con gratitudine al cosmo. E in quell’attimo, breve certo, tutto si fa “più”.

Grazie anche per questo, papà Sergio.

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Sei diventato il sogno luminoso / che si inerpica leggero nel mio / tormentato sonno, trasparente / medusa che sfioro e intuisco / solo quando non sento e non penso.

Creatura divina, mi sorridi / con movenze a te appartenute / in nuce, e qui ora, nella reale / fragilità dell’attimo altro, / librate nella loro intima e duratura assenza.

Da “I colloqui dell’assenza nel giardino dei passi perduti” (Ester Maero)

A papà Sergio, nei dieci anni di assenza-presenza… (15 febbraio 2004 – 15 febbraio 2014)

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Speriamo che farfalla diventi tutto ciò che negli ultimi mesi è stato larva.

Marzo è il mese della rinascita.

Nuovo governo, nuovo Papa, nuovo modus vivendi, nuovi orizzonti.

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A mio papà Sergio, ricordando il giorno della sua “partenza”… Con la voglia di raccontargli quanto accade quaggiù…

Il grande orologiaio non passa più                              
e gli orologi li aggiustiamo noi;
adesso costruiamo le macchine,
vedessi, come sono belle, sai;
a volte c’incontriamo sugli argini,
e ci contiamo, e manchi sempre tu…
oh, Sergio non ho tempo di scriverti,
ma d’altra parte non ti ho scritto mai,
oh, sì, di cose qui ne succedono,
ma ci illudiamo d’inventarle noi:
siamo un passaggio di allodole:
con un colpo andiamo giù;
mentre cerchiamo di scegliere
se volare a nord o a sud…
e gli anni indietro, e gli anni Sergio,
e quando c’eri tu…

Roberto Vecchioni, da “Canzone per Sergio”.

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