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Posts Tagged ‘pandemia’

Talmente fuori dall’ordinario il tempo nostro che anche Pantone ne prende atto scegliendo, per il colore dell’anno 2022, di creare un tono completamente nuovo: il Very Peri, una sfumatura di viola quale simbolo del tempo di trasformazione che viviamo a causa della pandemia.

È la prima volta che Pantone crea una nuova tonalità invece di selezionarne una esistente dalla sua tavolozza di colori. E questo perché – ha affermato Laurie Pressman, Vice Presidente di Pantone Color Institute – “la società continua a riconoscere nel colore una forma fondamentale di comunicazione e un modo per esprimere idee ed emozioni, per coinvolgere e connettere. E la complessità di questa nuova sfumatura di blu infusa di rosso violaceo mette in evidenza le possibilità di espansione che ci aspettano aprendoci una nuova visione mentre riscriviamo le nostre vite”.

Il colore di partenza del Very Peri, Pantone 17-3938, è il blu pervinca, colore da sempre associato ad una sensazione di comfort e di sicurezza, a cui si aggiunge però un sottotono viola e rosso per dare un senso di freschezza e di spinta verso il futuro.

Quel futuro che fatichiamo ancora ad intravedere, ma che tutti desideriamo ardentemente.

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Siamo stressati. È indubitabile. Propriamente nel senso di “stretti”, ma anche “angosciati”.

“Stretti” nelle sacrosante ma pesanti maglie sociali limitative dettate da una pandemia che si è ormai appropriata di una quota importante del nostro tempo, ormai quasi due anni. E “angosciati” per un “tempo orizzonte” di ristretta misura, con le carte di  navigazione buttate a mare, dati gli inevitabili e continui aggiustamenti di rotta.

Quindi la “paura” dell’ignoto dello scorso anno pre-vaccinale, che ci permetteva di guardare solo al passo/metro successivo, ha lasciato il posto ad un’ansia diffusa nei confronti di un Tempo Covid indubitabilmente più gestibile, ma anche più allungato. Comprendendo infine, obtorto collo, che la “convivenza” con il virus assume il suo significato letterale di “vivere con”. Da cui “ansia”, nel dover tenere tutto sotto controllo (che per l’uomo è già una bella fola in tempo di pace…), e “fatica”, sentendo un “peso” che pare non alleggerirsi mai.

Quasi nuovi Sisifo. Costretti, per la nostra tracotante sfrontatezza, a spostare di continuo massi, per poi ricominciare. Scaltri, ma infine derelitti.

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Tra tutti i problemi urgenti da affrontare in questo momento, la Commissione Europea ha delineato le linee guida sul linguaggio.

In particolare hanno suscitato clamore le regole sul linguaggio delle festività, in merito alle quali l’esecutivo europeo invita in un documento interno ad “evitare di dare per scontato che tutti siano cristiani, quindi anziché buon Natale, è meglio dire buone feste. Sii sensibile al fatto che le persone hanno diverse tradizioni religiose e calendari. Anche «buone vacanze» potrebbe andare bene“.

Non passano 24 ore e, come ormai ci stiamo abituando, assistiamo al dietrofront, alla marcia indietro, al “non volevamo”. La Commissione europea ha infatti annunciato il ritiro delle linee guida sul linguaggio, perché da più parti ci sono state critiche all’uso sconsigliato di espressioni anche consuete, come appunto “Buon Natale”. In una dichiarazione, la Commissaria all’Uguaglianza Helena Dalli definisce il documento che contiene tali linee guida “inadeguato allo scopo prefisso” e “non maturo“, nonché sotto gli standard richiesti dalla Commissione. “La mia iniziativa – spiega la commissaria – di elaborare linee guida come documento interno per la comunicazione da parte del personale della Commissione nelle sue funzioni aveva lo scopo di raggiungere un obiettivo importante: illustrare la diversità della cultura europea e mostrare la natura inclusiva della Commissione europea verso tutti i ceti sociali e le credenze dei cittadini europei“.

Due brevi considerazioni.

La prima. In quanto cultrice di lingua e linguaggio penso che eliminare parole sia sempre un segno inquietante del mondo che ci attende. Perché il rischio è la semplificazione, nonché l’accorpamento di concetti diversi. E il geniale George Orwell ci aveva già messo sull’avviso in “1984” con la famigerata “neolingua”.

La seconda. In questo tempo pandemico la comunicazione è spesso contraddittoria. Come a voler tenere dentro tutto e tutti, senza fare scelte. Che comportano sempre fatica e tempo nel compierle e responsabilità nel mantenerle. Viceversa, meglio evitare. Soprattutto meglio evitare di comunicare in tutta fretta quanto non è stato accuratamente pensato. Perché tra una possibilità e la sua attuazione sta in mezzo il tempo di gestazione. Invece ultimamente la gestazione è sparita, per cui viene comunicata in tempo reale la “pensatina”, per poi fare retromarcia in un nanosecondo se il mondo comincia a borbottare. Gli esempi sono innumerevoli, ma sono sufficienti questo sul “linguaggio delle feste”, e quello scolastico per cui una classe sarebbe dovuta andare in Dad con tre studenti positivi l’altro ieri, solo con uno ieri, ma nuovamente con tre oggi.

Ma davvero navigare a vista, senza mappe e correggendo sempre la rotta, ci è così utile? O il rischio è girare in tondo, col temuto loop ad attenderci?

Comunque, “Buon Natale” o “Buone feste”. Fate voi.

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Neppure il tempo di riprendere fiato e riposizionarsi in coda per la dose booster del vaccino, che entra in scena “omicron”, ultima arrivata (dal Sudafrica) variante Covid. Il che ci fa provare il senso frustrante e distopico del loop, ossia del ciclo continuo, della scena reiterata, della giostra che gira sempre uguale, del cerchio da cui non si esce. Come dalla “o” di “omicron”, appunto.

Dicono i saggi che la lezione, se non compresa, si ripresenta uguale. Forse è tempo di considerare la precarietà quale naturale compagna degli umani passi, come ben suggerisce il filosofo Umberto Galimberti ne “Il libro delle emozioni”:

Le pandemie dei secoli precedenti, con cui si fanno tanto i confronti, erano perlopiù ‘regionali’. Dobbiamo renderci conto che il Covid, invece, è la prima pandemia dell’era iperconnessa e globalizzata: questo vuol dire che il virus ci accompagnerà ancora per molto tempo, la sfida per l’uomo sarà adattarsi. Noi siamo abituati a essere assicurati contro qualsiasi imprevisto, ma la vita non è assicurata contro nulla: dovremmo consegnarci alla precarietà dell’esistenza, accettando che oggi siamo ancora più precari che nel passato”.

Quel senso di precarietà che ci fastidia, perché ci ricorda che non tutto si può controllare, bensì dipende dalla “preghiera”, dalla “grazia”, dalla “volontà di altri”. Proprio quanto la parola “precario” racconta.

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Quando sento dire che le parole sono solo parole mi allarmo. E poi mi arrabbio. Perché parlare se si tratta solo di aria? Perché usare parole privandole del loro significato? Perché riempire i vuoti se i pieni non sono tali? Del resto i social, sempre più incubatori ed amplificatori di parole vuote, di ciò si nutrono. Innescando infiniti giri di giostra a basso divertimento e a zero utilità. Ma ad aumento esponenziale di confusione mentale. E la pandemia, purtroppo, è stata e continua ad essere terreno di coltura per tale caos.

In questi giorni torna in scena, purtroppo, la parola “lockdown”, già parola dell’anno 2020. Sembrava che su tale termine “chiuso” potesse nel 2021 avere la meglio quel termine più “aperto” al futuro e al vivibile che è “vaccino”. E in parte è stato così. I numeri, più oggettivi delle parole, fanno emergere le differenze dallo scorso autunno. Eppure…

Eppure l’impressione è che stiamo entrando in un tempo a spirale in cui, seppur con scenari diversi, certi meccanismi sembrano inceppati in un inquietante “loop” distopico. In cui le parole sembrano svuotarsi sempre più, a primo impatto, del loro significato. Quando in realtà sono sempre gravide del loro “pieno”. Ovvero di tutto ciò che portano, e comportano, col loro semplice suono. Dalla implicita “perdita di libertà” in “lockdown” allo “scudo immunitario” nel “vaccino”, fino al “ciclo chiuso e ripetitivo” del “loop”. E se ogni “parto” comporta  una “nascita”, la stessa chiede spazio, mentale e fisico, per prendere “aria”. Affinché sia vissuta “piena” e consapevole, come ogni parola che usiamo.

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I numeri più citati in questo autunno pandemico numero 2 sono il 3 e il 4. Si parla infatti di terza dose vaccinale e quarta ondata pandemica.

Considerando anche l’1 quale inizio di tale passaggio epocale, abbiamo come somma della successione dei primi quattro numeri il 10, secondo Pitagora numero perfetto, detto “Tetraktys”. Esso rappresenta la sintesi del Tutto attraverso i quattro elementi, Fuoco-Aria-Acqua-Terra. Con cui, tutti sfiniti, speriamo di chiudere ciclo e partita.

E sugli elementi naturali ci stiamo interrogando da tempo, intorno ad altri guai di tutti, cambiamenti climatici e sostenibilità del pianeta. Ultimi ad occuparsene, ma non ultimi, G20 e Cop26.

Altri numeri, giri di giostra e teste pensanti. In attesa di decisioni importanti, per andare avanti. Senza dare i numeri.

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Honoré Daumier, “La rivolta” – 1860

Qualche pensiero a proposito del sabato di guerriglia urbana avvenuto a Roma con scontri di piazza culminati nell’attacco squadrista alla sede nazionale della Cgil.

Il violento e inammissibile degenerare di una protesta è sempre disdicevole e motivo di riflessione sulla natura umana, a tratti animalesca. Offendendo peraltro il mondo animale che usa violenza solo se costretto.

Farlo poi in nome di una presupposta libertà da difendere, senza considerare i necessari limiti che lo stesso concetto di libertà ha in sé (altrimenti sarebbe anarchia), muove considerazioni intorno al rispetto che si ha dell’altro.

Che il tutto avvenga in tempi e ambiti pandemici, per cui alcune regole sono necessarie per evitare di ritrovarci alla casella di partenza, fa pensare che non sempre l’homo sapiens sia tale.

Ma ciò che proprio non può che essere condannato, senza se e senza ma, evitando qualsiasi sofisma, è l’assalto organizzato e distruttivo nei confronti di chi rappresenta valori democratici universali, quali la difesa dei diritti dei lavoratori attraverso un sindacato o la difesa dei diritti dei malati attraverso un presidio ospedaliero. Quando si arriva a tanto e tale sfregio vanno riposizionati con urgenza i paletti sul concetto di libertà. Senza sofismi.

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La pandemia di Covid19 finirà “entro la metà del prossimo anno”. Questa almeno la previsione di Stéphane Bancel, amministratore delegato di “Moderna”, la società di biotecnologie produttrice dell’omonimo vaccino anti Covid. Un anno dovrebbe essere il tempo utile per avere dosi sufficienti di vaccini in modo che l’intera popolazione mondiale possa essere immunizzata.

Nel frattempo ci si chiede cosa il devastante virus ci abbia insegnato. Innanzitutto che i piani previsionali pandemici sono necessari per evitare panico generalizzato e mancanza di attrezzature indispensabili. Poi che la sanità pubblica va salvaguardata nel suo capitale umano e incentivata in investimenti tecnico-farmacologici nonché nella ricerca, voce purtroppo quasi dimenticata nei bilanci nazionali. E infine la pandemia ci ha insegnato che il mondo è talmente interconnesso che un battito di ali di farfalla ad una latitudine provoca, se non un urugano, un sommovimento anche ad altri paralleli.

Ma noi umani cosa abbiamo realmente imparato? Difficile dirlo, visto che l’inquinamento è tornato ad essere quello dell’era pre-covid, il traffico appare più convulso che mai, la corsa contro il tempo è ricominciata con affanno e lo sguardo verso l’altro continua ad essere dettato da malcelato fastidio o palese indifferenza. Eppure si diceva saremmo stati migliori.

Triste constatare che, nonostante le onde rovinose dello tsunami pandemico, siamo sempre gli stessi. Se non peggiori. Come se fossimo del tutto impermeabili a qualsiasi lezione.

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Strane Olimpiadi quelle della trentaduesima edizione. A partire dalla data-brand, “Tokyo 2020”, nonostante si svolgano nel 2021. Quasi un refuso. Una gara sì, ma col Tempo.

Peraltro è la prima volta in cui le Olimpiadi sono rimandate ma non cancellate, come successe invece durante i conflitti mondiali. Seppur per le Olimpiadi di Anversa 1920, in Belgio, si andò vicino alla situazione odierna, e proprio per una pandemia, all’epoca la “spagnola”. Corsi e ricorsi storici.

Altra novità, non c’è pubblico. Per ovvie misure anti-contagio (sebbene le partite degli Europei di calcio…). Chissà se e quanto influirà sulle prestazioni sportive il silenzio dagli spalti. Forse ne studieranno i sociologi del futuro.

Che dire poi dei numeri? L’attenzione non sarà volta solo al pallottiere delle medaglie, ma, ahinoi, anche a quello dei contagi.

Però, come ci ha insegnato Pierre de Coubertin, “l’importante non è vincere ma partecipare“. E forse per questa strana Olimpiade sarà ancora più vero.

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Dicono che abbiamo compiuto, in poco più di un anno, un balzo temporale di un lustro. Forse proprio da ciò deriva quel senso indefinito di straniamento, che ci sta abitando, rispetto ai soliti binari di percorrenza.

L’effetto è quello di un elastico quando, in massima tensione, aumenta il suo potenziale di contenimento (per noi cinque anni in uno). Ma, appena esaurita la spinta tensiva (il ritorno al tempo “normale”), rientra nella propria regolare dimensione con un balzo all’indietro, provocando un nuovo crash test.

Ecco forse perché fatichiamo a ritrovare i binari antichi. Quasi che la scossa d’assestamento abbia reso a scartamento ridotto i binari d’allora. Lasciandoci smarriti sul nuovo passo da adottare.

Come un salto nel vuoto col bungee jumping. Dopo l’adrenalinica caduta, il ritorno ti può portare a sfiorare la roccia/realtà mentre per un po’, fino all’esaurimento della spinta, continui a penzolare, in attesa di essere riportato su. Con la sensazione di straniamento a tenerti compagnia per qualche tempo.

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