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Posts Tagged ‘onda’

È arrivato. Del tutto inaspettato. Come i regali più belli.

In sospensione liquida scruto l’orizzonte di terra prima di rifocillarmi d’aria e scendere verso l’orizzonte di sale.

Un’onda subacquea avverte i miei sensi che qualcosa di sottomarino si sta avvicinando. La quota di me timorosa è titubante nell’immergersi, ma vince la mia quota curiosa e la discesa è subitanea.

E così, senza saperlo, divento all’istante sardina. Senza scegliere. Tale è la bolla senza fine di pesce minimo azzurro che mi confonde e avvolge, sottraendomi da ogni umana direzione. Regalandomi una miracolosa immersione.

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Estati amarcord

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Se penso ad estati amarcord, penso ai cavalloni del mare, alle signorine con le cuffie, agli uomini che sfidavano il moto burrascoso.

E a me bambina, a cui si vietava l’onda insidiosa.

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A volte si compiono atti che, ignari, ne anticipano altri.

Ieri sera facendo zapping, cioè surfando tra un canale e l’altro, non mi resi subito conto che “canale” sarebbe stata la cifra delle mie notturne riflessioni.

Scorgo i canali di Venezia su Rai3 e i miei circuiti mentali attivano immediatamente tre movimenti interni: moto affettuoso verso la Serenissima, uno dei miei luoghi dell’anima, moto informativo notando che si tratta di “Report”, moto fastidioso intravvedendo tra riflessi e canali uno di quei “grattacieli di mare” che sono le navi da crociera.

Allora mi fermo sull’ “onda” e scopro nell’ordine, con un’indignazione via via crescente, i seguenti fatti:

– Il bacino di Venezia, nonostante il decreto Monti che vieta i passaggi di navi da crociera sottocosta, continua ad essere oltraggiato da tali colossi. Motivo? Per rendere attuativo il decreto bisogna pensare a soluzioni alternative, tra cui l’apertura di un nuovo canale, soluzione peggiore del problema. Il passo più logico, evitare l’ingresso in laguna, non è neppure considerato. E intanto il moto ondoso erode sempre più velocemente “le pietre di Venezia”. Con buona pace di John Ruskin.

– Le cerniere del tanto discusso Mose, la diga che dovrebbe proteggere Venezia dall’acqua alta, fanno già acqua da tutte le parti. Ma le parti coinvolte fanno finta di nulla.

– Controllori e controllati negli appalti sono un’unica grande famiglia per cui il conflitto di interessi non c’è più, essendo ormai unico.

– Anche per questo motivo l’America’s Cup ha avuto la sua vetrina inaugurale nelle acque di Venezia. Che il comitato organizzatore e il finanziatore siano imparentati al Consorzio che si occupa anche del Mose è un fatto puramente casuale.

E’ così che ieri sera, facendo zapping, mi è venuto il “mal di mare”. A me che piace navigare.

Ps: Un plauso a Claudia Di Pasquale che ha realizzato la sua inchiesta con competenza professionale e chiarezza espositiva.

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Surf da leoni

SURF: Voce inglese dal significato di “Spuma del mare” e “Navigare”, originariamente dall’hawaiiano  “he’e nalu”, “scivolare sulle onde”. Indica lo sport acquatico consistente nel “cavalcare” le onde utilizzando una tavola da surf, planando lungo la parete dell’onda restando in piedi sulla tavola.

E’ il capitano James Cook il primo a descriverci il surf, raccontando le imprese dei polinesiani che, a cavallo delle onde a bordo di surf di legno rudimentali, gli apparivano gioiosi nel farsi trasportare dalle onde.

Il surfista che ha vinto più titoli e competizioni in assoluto è Kelly Slater, che nel 2010 ha firmato per la decima volta la vittoria del campionato mondiale professionisti all’età di 38 anni. Famosa la sua frase sulla “dipendenza” da surf: « È fatta, una volta che sei un surfista, è fatta. Sei entrato nel giro. È come entrare a far parte di una banda o qualcosa del genere. Una volta dentro, non puoi più uscirne ».

Celebre la filmografia sulle acrobazie dei surfisti, da “Un mercoledì da leoni”, a “Point Break”, a “La grande onda”. Come dimenticare il finale di quel “grande mercoledì” di mareggiata che rende definitivamente adulto il protagonista? Il passaggio della sua “tavola” ad un ragazzo più giovane rende Matt un vero “leone”, più di qualsiasi salto sull’onda.

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“Il mare è appena increspato e piccole onde battono sulla riva sabbiosa. Il signor Palomar è in piedi sulla riva e guarda un’onda. Non che egli sia assorto nella contemplazione delle onde. Non è assorto, perché sa bene quello che fa: vuole guardare un’onda e la guarda. Non sta contemplando, perché per la contemplazione ci vuole un temperamento adatto, uno stato d’animo adatto e un concorso di circostanze esterne adatto: e per quanto il signor Palomar non abbia nulla contro la contemplazione in linea di principio, tuttavia nessuna di quelle tre condizioni si verifica per lui. Infine non sono “le onde” che lui intende guardare, ma un’onda singola e basta: volendo evitare le sensazioni vaghe, egli si prefigge per ogni suo atto un oggetto limitato e preciso.”

 “Palomar”, di Italo Calvino.


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La Parola

LA PAROLA

Tsunami: voce giapponese, propriamente “onda (nami) contro il porto (tsu)”.

E’ curioso che intorno al 1950 un gruppo di scienziati americani la scelse, accorgendosi che in inglese non esisteva una parola idonea ad indicare un’onda di maremoto con effetti tanto devastanti sulla costa su cui si abbatte. In effetti oggi è utilizzata in tutte le lingue del mondo, e anche figurativamente lo si usa per un evento drammatico che fa sparire disastrosamente qualsiasi boa di riferimento dall’orizzonte della persona coinvolta.

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L’Arte

“La grande onda” di Katsushika Hokusai (1890)

L’opera più nota di Hokusai, “La grande onda” presso la costa di Kanagawa, è una delle 36 vedute del monte Fuji a cui lavorò il pittore.
Il vulcano è sullo sfondo, nella sua immobile eternità, ma è l’onda a catturare l’intera attenzione di chi guarda, a tal punto che le barche di pescatori, su cui sta per richiudersi l’onda, quasi sfuggono alla prima occhiata. Un’onda che si fa bassa, al centro del dipinto, creando così un vuoto per farsi alta e risucchiare tutto in se stessa. E’ il messaggio di Hokusai: per rendere il vuoto sulla carta, diceva, bisogna aver fatto il vuoto dentro di sé, così da far risuonare l’energia del mondo.
Forza della natura versus fragilità dell’uomo.
A raccontarci, a più di un secolo di distanza, la tragedia nipponica di venti giorni fa.

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