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Posts Tagged ‘naufragio’

messaggio-bottiglia

È andato alla deriva per ventiquattro mesi, percorrendo centinaia di chilometri, per poi arenarsi sulle coste della Sardegna.

La bottiglia con messaggio è in realtà un giubbotto di salvataggio della Costa Concordia, affondata il 13 gennaio 2012, ritrovato in questi giorni sull’isola dopo un viaggio spazio-temporale alquanto lungo.

Chissà quale messaggio vuole affidare a noi umani questo oggetto, a parte quello più evidente che le cose ci sopravvivono.

Fa comunque riflettere il luogo in cui il giubbotto ha “deciso” di spiaggiare: Cala Andreani, più nota come la spiaggia del Relitto.

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rifugiati-del-darfur

Guardi questa fotografia e non ti sembra diversa da quella che ritraeva i sopravvissuti del Vajont.

Due tragedie, Vajont e Lampedusa, con l’acqua in comune a travolgere, annullare, uccidere vite, sogni, speranze.

E un’unica mano ad aiutare l’acqua. L’altra umanità, se così la si può ancora chiamare, fatta di soldi, potere, arrivismo, cinismo, indifferenza.

Con l’orologio che sembra fermo, e guasto, da mezzo secolo.

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Sbarchi-lampedusa

Pietà e vergogna sono i sentimenti che mi abitano in queste ore.

L’ultimo, terribile, immane naufragio di immigrati nel mare di Lampedusa lascia storditi. Per il numero di uomini che, scappando da guerra e miseria, vanno incontro alla morte sperando la vita. Spiaggiandosi come balene. Senza fiato.

E senza fiato restiamo noi che siamo sulla terra guardando quel mare, avendo solo più un moto di pietà verso quelle vite perse, quelle occasioni perdute. Un miserere che si leva alto sulle onde.

Ma ancora più forte è il moto di vergogna che provo nelle vesti di cittadina europea che sta sulla costa senza far nulla. Politiche comunitarie del tutto assenti, silenzi istituzionali, incapacità ed indifferenza nel gestire seriamente e pragmaticamente l’emergenza migratoria.

Spesso coloro che decidono si ritrovano per prendere misure da “saggi”. Fateci assaggiare, finalmente, la vostra saggezza. In fretta. prima che dalla costa si avvisti ancora la morte.

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concordia

Oggi è il giorno del parbuckling , rotazione e raddrizzamento, della nave Costa Concordia, arenata all’isola del Giglio dal 13 gennaio 2012.

L’operazione, mai tentata prima, è alquanto complessa. Le cifre parlano da sole: il relitto è lungo 300 metri e pesa più di 114 mila tonnellate di stazza. Oltre 30 mila tonnellate di acciaio le strutture usate per il ribaltamento, costo complessivo oltre 600 milioni di euro.

Poi pensi alle altre cifre, quelle umane, legate per sempre ad un incidente tragico e forse evitabile. Che ha messo a nudo la natura umana nei suoi aspetti più obliqui: arroganza, superficialità, approssimazione, incapacità, noncuranza. E codardia. Un comandante già al sicuro a terra mentre i suoi passeggeri stanno naufragando è qualcosa di impensabile. E tutto provi, meno che concordia…

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Eugene Delacroix, “Il naufragio di Don Giovanni” – 1840

Succede ancora. Ora come allora.

Scappi da un luogo senza aria per andare a respirare.

E scegli, costretto, il mare. Perché unisce. Quando non uccide.

O forse siamo noi a non salvare. Facendo finta di scordare.

Uomini, catene, asfissia. Ancora. Ora.

Ps: dei 55 uomini in fuga su un gommone dalla Libia, un solo superstite. Con un incubo negli occhi e la disidratazione nel cuore.

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Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912 la nave passeggeri britannica RMS Titanic affondava, nel suo viaggio inaugurale da Southampton a New York, in seguito alla collisione con un iceberg. Nel naufragio sopravvissero solo 705 persone sul totale stimato di 2228 passeggeri imbarcati, tra cui alcuni degli uomini più in vista dell’epoca. Innovativo nello sfarzo lussuoso, il Titanic era un vero gioiello di tecnologia, ritenuto “praticamente inaffondabile” nella sua lunghezza di 269 metri. Aveva però un numero di scialuppe di salvataggio insufficienti rispetto al numero di persone trasportate.

Curiosamente nel 1898, 14 anni prima della tragedia del Titanic, lo scrittore americano Morgan Robertson aveva scritto un libro, “The Wreck On The Titan”, sulla storia di una grandissima nave passeggeri lunga più di 250 metri estremamente lussuosa, chiamata Titan e definita “inaffondabile”. Durante il suo viaggio inaugurale, dall’Inghilterra per New York, ospitava passeggeri importanti, ricchi e famosi. Arrivati a nord dell’Oceano Atlantico urta un iceberg che la ferisce mortalmente in una fredda notte d’aprile. Morirono circa 2000 persone perchè le scialuppe di salvataggio non erano sufficienti a mettere in salvo tutti i passeggeri.

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Cento anni fa, in contemporanea ad un evento tanto luttuoso, la nascita di un grande fotografo, Robert Doisneau, diventato famoso per lo scatto del “Bacio davanti all’Hotel de Ville”, in cui una coppia si bacia tra le caotiche vie di Parigi. “Quello che io cercavo di mostrare –  diceva Doisneau – era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.” E l’ha fatto credere anche a noi, che davanti a quelle foto in bianco e nero ancora oggi ci incantiamo, respirando gentilezza.


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Non fu il mare a raccoglierci 
Noi raccogliemmo il mare a braccia aperte. 

Calati da altopiani incendiati da guerre e non dal sole, 
traversammo i deserti del Tropico del Cancro. 

Quando fu in vista il mare da un’altura 
Era linea d’arrivo, abbraccio di onde ai piedi.

Erri De Luca, da “Sei voci“, in “Solo andata, righe che vanno troppo spesso a capo“.

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