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Posts Tagged ‘mostra’

Once upon a time c’era la fotografia. Per documentare luoghi, eventi, ritratti. Per fermare l’attimo fuggente. Per evidenziare un punto di vista.

In this time si fotografa proprio tutto, dal cibo a se stessi. Riversandolo poi, come un infinito blob, sulla Rete. Replicandolo così a dismisura.

Non si osserva, si scatta. In un’ansia montante di conservazione. Senza consapevolezza alcuna del momento.

Il paradosso ultimo, last but not least, è la foto dello scatto famoso (occhio alle mostre). Come elevare alla seconda, annullando però il fattore iniziale.

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E’ divenuto famoso per lo scatto della “Ragazza afghana”, quello sguardo magnetico da “Gioconda” che porta inscritto, senza mostrarlo, il mondo circostante. Occhi verdi e drappo rosso.

E poi gli scatti delle Torri Gemelle in fiamme, in rovina, in caduta. A raccontare un mondo che finiva.

Ma il fotografo Steve McCurry è soprattutto la cura millimetrica, linee e colore, nello scolpire con la luce e l’intuizione i volti delle latitudini meno ricordate. Asia in particolare.

La mostra che gli fa omaggio a Venaria Reale, oltre che ricca di materiale, è un viaggio intorno al paesaggio Uomo. Narrato da un sublime sguardo d’artista.

 

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roy

Quando pensiamo a Roy Lichtenstein si affacciano immediatamente alle finestre della nostra mente i suoi quadri-fumetto, resi famosi dalla tecnica a “punti Ben Day”. Ma il suo lavoro come veniva elaborato? E il suo percorso artistico come si è evoluto nel tempo?

Alcune risposte sono possibili attraverso la visione dei suoi disegni esposti alla GAM di Torino, mostra che testimonia in modo esauriente la genesi dei capolavori di uno dei maestri della Pop Art. Sottolineandone così il lucido rigore intellettuale e la straordinaria capacità creativa.

E’ la stessa moglie dell’artista, Dorothy Lichtenstein, a ricordare l’importanza che aveva il disegno per Roy: Il disegno è stato primario in tutto il suo lavoro. Per ogni opera, dipinto, stampa, poster o scultura che fosse, Roy partiva sempre da un disegno. […] Con le sue immagini Roy ha riempito taccuini, quaderni di carta fiorentina finemente rilegati, blocchi per appunti e pezzi di carta, modificandole continuamente finché non ne era soddisfatto. Solo allora poteva passare al dipinto o alla scultura. Quei piccoli disegni erano la base del suo lavoro, il punto di partenza del processo, tanto che spesso li riportava sulla tela. Credo che quelle prime “concettualizzazioni” incarnino l’integrità dell’arte di Roy.

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Elliott Erwitt, “California” – 1955

Ultimo giorno della mostra “Personal Best” del fotografo Elliott Erwitt a Venezia.

Una selezione alla Giudecca di 140 fotografie, per raccontare la carriera di questo maestro dell’arte fotografica.

Sguardo empatico e tagliente nei suoi scatti giornalistici, ma anche nei ritratti di tante celebrità, da Jacqueline Kennedy a Marilyn Monroe, da Che Guevara a Richard Nixon.

Ironia e complessità nelle sue immagini in bianco e nero. La vita a scorrere, nei suoi molteplici aspetti, di fronte al suo obiettivo.

L’altra mostra che chiude in giornata è “Madame Fischer” a Palazzo Grassi, una personale dell’artista Urs Fischer che lavora sugli oggetti della vita quotidiana, rivisitati in chiave inedita, per raccontare la liquidità del nostro tempo. Lasciando sempre ogni opera aperta all’interpretazione dello spettatore.

Urs Fischer, “Fishing line, croissant and butterfly” – 2009

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Ultimo giorno per una delle mostre celebrative i 25 anni dalla scomparsa di Andy Warhol, esponente di punta del movimento americano della Pop Art.

Questa mostra, “Andy Warhol. Dall’apparenza alla trascendenza”, è stata allestita al Centro Saint-Bénin di Aosta con un’ottantina di opere che ricostruiscono il percorso creativo dell’artista, dai personaggi-icona, quali Marilyn Monroe, Liza Minnelli, Mao Tse-Tung, Mick Jagger, agli oggetti seriali che lo hanno reso famoso, dagli Space Fruits alle Campbell’s Soup, dai Carton Box alle bottigliette di Coca-Cola, permettendoci un viaggio nella sua dirompente inventiva nonché una riflessione sulla comunicazione di massa.

Guardando le opere di Andy Warhol si sentono le parole che lo stesso artista aveva scritto su di sé: “Lo sguardo senza interesse, la grazia disfatta, il languore annoiato, il pallore sprecato… La maschera di gesso da folletto, lo sguardo un po’ slavo… L’ingenuità bambina, al chewing-gum, il fascino della disperazione, la trascuratezza narcisa, la perfetta diversità, l’inafferrabilità, l’ombrosa, voyeuristica aura vagamente sinistra… La pallida pelle d’albino. Incartapecorita. Rettile. Quasi blu… La mappa delle cicatrici, le labbra che tendono al grigio, gli arruffati capelli bianco-argenteo, soffici e metallici. Mi guardo allo specchio e dico: c’è tutto”.

Autoironia, timidezza, cinismo, vanità. Apparenza e trascendenza. E anche quella maschera di cui l’artista diceva: “A volte è così bello tornare a casa e togliersi il costume da Andy”.



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I 100 anni di “Superga”

Alle Officine Grandi Riparazioni a Torino ultimi giorni (fino al 20 ottobre) per visitare la mostra temporanea “Happy birthday , baby!“, esposizione nata per festeggiare il primo centenario del celebre marchio torinese, ripercorrendone la storia, che accompagna buona parte dell’Italia unita, i prodotti, le campagne pubblicitarie.

Il 3 ottobre 1911 Walter Martiny fondava una società per lavorare e produrre articoli in gomma, sfruttando la nuova tecnologia della gomma vulcanizzata, scoperta pochi anni prima dall’americano Charles Goodyear.

La neonata azienda “Walter Martiny Industrie Gomma” (poi diventata “Superga” per la vicinanza con la celebre basilica) inizia con un paio di stivali in gomma impermeabile da lavoro, destinati a contribuire ad una vera rivoluzione sociale, proteggendo dall’acqua la salute di migliaia di lavoratori delle campagne italiane nel primo dopoguerra.

Ma è nel 1925 che nasce il modello più famoso, la mitica “Superga 2750“, prima scarpa da tennis al mondo realizzata con suola in gomma, tuttora in produzione. Con questa scarpa nasce la “Superga Sport” che avrà atleti molto amati come Adriano Panatta, Dino Zoff, Lea Pericoli, quali testimonial di campagne pubblicitarie molto popolari. Ma è una foto del 1977 a restare nella storia dell’azienda, quella in cui si vede una maliziosa Ilona Staller con in mano un paio di Superga Montreal.

Negli anni Cinquanta  la Superga viene acquistata dalla Pirelli e, tra il 1952 e il 1975, le scarpe prodotte si moltiplicano sviluppando nuovi prodotti per lo sport, dalle scarpe da basket a quelle da calcio, fino alle scarpette da bicicletta e agli scarponi da sci G3, sviluppati in collaborazione con l’azienda Munari di Treviso. Anche sul mare Superga ha lasciato il suo segno, creando una scarpa da vela per “Mascalzone Latino” nel 2007.

L’azienda fa attualmente parte del gruppo BasicNet di Marco Boglione, confermandosi marchio di riferimento della calzatura informale, potendo così assumere il ruolo di “Scarpa degli italiani – People’s shoes of Italy“. Oggi Superga, a cento anni dalla sua nascita, propone circa 400 modelli di scarpe, è presente in oltre 25 Paesi al mondo e produce più di 3.500.000 di paia di scarpe ogni anno.

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Fino al 24 luglio è aperta a Como, Villa Olmo, la mostra “Boldini e la Belle Epoque”. Un’occasione per ripercorrere un’epoca, dal 1890 al 1914, caratterizzata da euforia, spirito positivo, progresso tecnologico.

Il ferrarese Giovanni Boldini lascia presto la sua città per Firenze, poi per Londra e infine Parigi dove diventa una star, fino a che l’eco della sua popolarità giunge anche in America. Diventano inconfondibili le sue pennellate guizzanti, ad esprimere la bellezza e la gioia di vivere, caratteristiche appunto dell’ “Epoca Bella”. Le “sue” donne dipinte, da Mademoiselle De Nemidoff a Berthe da Marthe Bibesco a Emiliane Concha de Ossa, raccontano attraverso sguardi e abiti, gesti e arredi, la leggerezza floreale di un’Europa in pace da trent’anni e che mai più pensava di essere alla vigilia di una grande Guerra.

Oltre a numerosi capolavori di Boldini, che resta fondamentale per la nascita dell’avanguardia dei macchiaioli, anche quelle di altri straordinari artisti italiani, dalla raffinata eleganza di Giuseppe De Nittis all’introspezione impressionistica di Federico Zandomeneghi al magnetismo senza tempo di di Vittorio Corcos.

Un percorso pittorico che conduce il visitatore in un’epoca che vide l’emancipazione dell’individuo e la crescita della consapevolezza femminile. Belle Epoque.

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Al via l’edizione numero 54 dell’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale  di Venezia.

La mostra, allestita al Padiglione Centrale ai Giardini e all’Arsenale, con 83 artisti da tutto il mondo, è intitolata “ILLUMInazioni” perchè si concentra , come ha dichiarato la sua curatrice Bice Curiger,  “sulla “luce” generata dall’incontro con l’arte, sull’esperienza illuminante, sulle epifanie derivanti dalla comunicazione reciproca e dalla comprensione intellettuale.” Paolo Baratta, presidente della Biennale, ha aggiunto:  “Desideriamo illuminazione come visitatori, come amanti dell’arte, come individui e come membri della comunità umana.

Presenti 83 artisti da tutto il mondo, la mostra è aperta fino al 27 novembre.

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L’Arte

“Giovane donna con guanti” di Tamara de Lempicka (1929)

Tamara de Lempicka è stata l’icona dell’Art Déco. Ha creato immagini simbolo di un’epoca, riuscendo a rappresentare una donna emancipata e libera, ma sempre elegante e sofisticata.
Come questa giovane donna glamour che esprime in modo superbo lo stile Liberty. L’abito verde pone in risalto le sue forme sinuose, sottolineando una carica erotica tipica dei dipinti di questa artista. Ma l’attenzione dell’osservatore è focalizzata sul gesto semplice del trattenere la falda del cappello, bianco come i guanti, suggerendo così una seduzione spontanea e maliziosa. L’eleganza dei panneggi leggeri rimanda a Cocò Chanel, amica carissima della pittrice polacca.
Una selezione delle sue opere è attualmente esposta fino al 3 luglio al Vittoriano di Piazza Venezia a Roma, per la mostra a lei dedicata, “Tamara de Lempicka. La regina del moderno”.

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