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Posts Tagged ‘Moby Dick’

Tele di Alberto Burri

Ci avviamo a diventare, tra contraddizioni e fatiche e drammi, un Paese quasi tutto “bianco”. E in tempo pandemico “il colore non colore” è sinonimo di ritorno ad una modalità quasi senza restrizioni. Eppure…

Eppure questo “bianco” ha poco da spartire col colpo di spugna che rende la tela nuovamente intonsa, pronta per essere ridipinta. Questo “bianco” rimanda semmai alle tele di Alberto Burri, in cui la “purezza” si frammenta e le ombre delle fenditure disegnano in maniera netta l’immagine di un terreno inaridito. Che è quanto siamo e ci sentiamo ora. Senza “acqua/vita” da parecchio tempo. Incapaci persino, nel nostro interiore tessuto, di “dissetarci”, perché ci siamo rinchiusi in un approvvigionamento di sopravvivenza, quindi sterile.

Abbiamo necessità di una “rieducazione”, propriamente un “ex-ducere“, un “condurre fuori” noi stessi verso quanto giunge dal nostro esterno. Il che non è poi così istintivo, né semplice.

Un “bianco” quindi che ci incanta e ci abbaglia. Forse perché, come recita il “Moby Dick” di Melville, “Non abbiamo tuttavia ancora risolto l’incantesimo di questo biancore, né appreso perché esso rivolga un richiamo di così grande potenza all’anima.”

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Chi non si salva da sé, non lo salva nessuno.” – Da “La bella estate” di Cesare Pavese

Il 27 agosto 1950, due mesi dopo aver vinto il “Premio Strega” per “La bella estate”, lo scrittore Cesare Pavese si toglieva la vita, a 42 anni, in una camera dell’albergo “Roma” di Piazza Carlo Felice a Torino. Sul tavolino della camera venne trovato un suo libro, “Dialoghi con Leucò”, sulla cui prima pagina aveva scritto: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.

E se ne andava così uno scrittore di razza, prolifico e tormentato. Che ha segnato un’epoca anche come sensibile intellettuale (tra Einaudi e antifascismo), acuto critico (con lui nasce il “mito dell’America”) e notevole traduttore (è sufficiente ricordare il “suo” “Moby Dick”).

Proprio ne “La bella estate” si legge: “Qualche volta pensava che quell’estate non sarebbe finita più, e insieme che bisognava far presto a godersela perché, cambiando la stagione, qualcosa doveva succedere”.

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lo squalo

Il 20 giugno 1975, cioè 40 anni fa e qualche manciata di giorni, usciva il film “Lo squalo”, regia di Spielberg.

Tre premi Oscar e un successo mondiale, tale che qualsiasi triangolo nero sulla superficie del mare rievoca quella musica ossessiva, data dall’alternanza delle due note, forse il battito cardiaco dell’animale in avvicinamento.

Maestro fu Melville con la sua Balena Bianca. E quella capacità di suscitare nell’uomo la paura quando nell’elemento suo non è.

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beach-fun-tahiti

C’è un’insulare Tahiti nell’anima di ogni uomo”.

Herman Melville, da “Moby Dick”.

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Chissà se Francesco Schettino (non riesco proprio a chiamarlo “comandante”, perché mi sembra che nel comando abbia difettato) ha mai letto del capitano Achab o del capitano Nemo. Temo di no, perché altrimenti saprebbe che certi lavori non sono semplici lavori, ma sono delle missions, a volte anche impossible. Magari durante un’intera carriera non succede mai, ma se avviene la “chiamata” un comandante di nave è colui che, lo sanno anche i bambini, per ultimo lascia la nave. E non perché lo prescriva la legge, bensì perché se lo sente prescritto dentro, e non può fare altrimenti.

Ecco perché penso che Francesco Schettino non abbia letto né “Moby Dick” né “Ventimila leghe sotto i mari”. Perché altrimenti saprebbe che autentico eroe non è colui che compie una manovra azzardata davanti a tutti, come arrivare a 150 metri (!) dalla costa per fare “l’inchino” all’Isola del Giglio, ma colui  che la compie in assenza di pubblico e battimani. Come quel capo commissario di bordo, Manrico Giampedroni, che dopo aver posto in sicurezza diversi passeggeri, a corridoi già vuoti ha continuato a controllare le cabine. Fermandosi solo quando purtroppo è stata la sua gamba a rompersi, rischiando così la sua stessa vita.

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