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Posts Tagged ‘mafia’

Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fu inviato a Palermo come prefetto nel 1982 a fine aprile per fronteggiare la terribile offensiva di mafia di quei mesi, dall’omicidio del maresciallo dei Carabinieri Alfredo Agosta a quello del politico Pio La Torre. Cento giorni di speranza per i palermitani e di solitudine per lui. Fino all’omicidio di Via Carini del 3 settembre 1982, in cui perse la vita insieme a sua moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo.

A quarant’ anni da quel sanguinoso epilogo resta intatto, nonostante tutto, l’esempio del suo alto senso morale: Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti”.

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Paolo Borsellino dopo l’omicidio del suo amico-collega Giovanni Falcone continuava a ripetere “Adesso tocca a me”. Ed è sconcertante che sentisse così prepotente, incalzante ed improcrastinabile il ticchettìo dell’orologio sulla sua fine imminente. Senza che alcuno, nelle stanze istituzionali, agisse per fermare concretamente quelle lancette.

E così il 19 luglio 1992, a 57 giorni dalla strage di Capaci, l’indicibile avvenne. Un’autobomba con cinquanta chili di tritolo sventrava nella sua esplosione via D’Amelio a Palermo col suo carico umano, il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Tanto resta oscuro. Ed inquietante. A partire dai depistaggi. Posti in opera per occultare altre regie, oltre quelle mafiose, che il giudice Borsellino, sempre più solo, stava comprendendo. Quelle trame di cui forse nella sua “agenda rossa”, subito scomparsa dal teatro della tragedia, aveva intuito e appuntato la devastante portata che potevano avere per l’intero Paese. Decretando così, peraltro consapevolmente e con immane coraggio, la propria fine.

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Una manciata di settimane, poco meno di due mesi, 57 giorni per l’esattezza, hanno diviso Paolo Borsellino, insieme ai suoi cinque agenti di scorta, da Giovanni Falcone e sua moglie e altri tre agenti.

Dopo “l’attentatuni” di Capaci del 23 maggio 1992, l’inferno di Via D’Amelio del 19 luglio 1992.

Sentiva Paolo Borsellino di essere il prossimo dopo Giovanni Falcone. Sentiva e sapeva. Solo e in attesa. Sapeva e scriveva. Sulla sua agenda rossa. Sparita subito dopo l’esplosione. Non scomparsa, bensì sottratta. Per gli appunti del giudice. Troppo vicini a verità troppo scomode. Forse indicibili.

Eppure solo lo scoperchiamento del vaso permetterebbe autentica memoria di tanto sacrificio.

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Sembra uno scioglilingua, “L’incapacità di capire Capaci”, ma non lo è.

A ventotto anni dal terribile attentato di Capaci, l’Attentatuni, diversi nodi non sono sciolti. E molto resta incomprensibile.

Sembra che il conto alla rovescia per Giovanni Falcone sia scattato tre anni prima, al fallito attentato all’Addaura.

Suo cognato, il magistrato Alfredo Morvillo, ha di recente ricordato quanto gli disse Falcone su quel sinistro episodio: “Mi parlò di menti raffinatissime, di un attentato organizzato da qualche uomo delle istituzioni che lo aveva tradito. Nessuno poteva sapere che sarebbe andato a fare il bagno sugli scogli.” E con lui avrebbero eliminato anche la sua collega svizzera Carla Del Ponte, con cui condivideva notizie riservate sull’inchiesta “Pizza connection” che riguardava il riciclaggio di denaro sporco.

“Menti raffinatissime” che tornano in scena a Capaci. Pare infatti che altro, oltre la mafia, tramasse per eliminare Giovanni Falcone alla vigilia della sua nomina a superprocuratore antimafia.

Ne è convinto anche Giuseppe Costanza, l’autista del magistrato e unico sopravvissuto alla strage di Capaci, insieme ai tre uomini di scorta della terza auto: “Sono stufo di sentire dire che la mafia è solo Riina, Provenzano e Messina Denaro, che furono loro ad avere l’idea di imbottire l’autostrada di esplosivo. Falcone a Roma camminava senza scorta, avrebbero potuto eliminarlo là. Invece, lo hanno fatto a Palermo con una manifestazione eclatante. Una sceneggiata, un depistaggio, un’intimidazione per far piegare qualcuno ai voleri di chi quella strage l’aveva ideata. Ci vogliono professionisti per far saltare in aria un’autostrada, altro che Totò Riina e Bernardo Provenzano… Pezzi dello Stato e delle istituzioni che agirono nell’ombra e che sfruttarono quella manovalanza”.

Ma è lo stesso Giovanni Falcone a dichiarare, nell’intervista del 1991 a Marcelle Padovani per Cose di Cosa Nostra, che “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.”

Chissà se saremo mai capaci di comprendere Capaci.

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Simili per un credo etico raro, uniti in un destino crudele.

Aldo Moro e Peppino Impastato il 9 maggio 1978 vengono trovati uccisi. Il politico illuminato fu “giustiziato” dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia, il giornalista coraggioso fu assassinato con una carica di tritolo dalla mafia.

C’è una poesia di Impastato che sembra rendere omaggio, a meno di “cento passi”, all’onorevole Moro, descrivendo un abisso. Quello che entrambi sono stati costretti a vedere e a subire. Idealmente a pochi passi l’uno dall’altro. Nelle stesse identiche ore.

I miei occhi giacciono
in fondo al mare
nel cuore delle alghe
e dei coralli.
Seduto se ne stava
e silenzioso
stretto a tenaglia
tra il cielo e la terra
e gli occhi
fissi nell’abisso.”

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Così tanta paura vi faceva quell’uomo da provocare tale sconquasso?

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Ricordo come allora l’atmosfera di quel giorno. Atmosfera strana, lenta, irreale. Quasi di attesa. Con una luce fredda, lunare. Come se qualcosa di alieno stesse per visitare la nostra quotidianità.

E in quell’afoso pomeriggio di luglio qualcosa di impensabile avvenne. Dopo 57 giorni dalla strage di Capaci si perpetrava un’altra strage, in Via D’Amelio a Palermo. Dopo il giudice Falcone e la sua scorta la mafia uccideva il giudice Borsellino e i suoi uomini. E donne. Morì infatti anche Emanuela Loi, prima donna poliziotto ad essere uccisa in servizio.

In due mesi il nostro Paese perdeva due dei suoi patrimoni migliori, in termini umani e professionali. Fu fatto tutto il possibile per evitare quegli efferati eccidi? Perché i due magistrati furono lasciati soli? E perché Paolo Borsellino dopo l’omicidio del suo amico-collega Giovanni Falcone continuava a ripetere “Adesso tocca a me”? Cosa sapeva che era bene non si sapesse? E perché la sua famosa “agenda rossa” sparì? E perché tanti depistaggi? E perché la verità sembra sempre altrove e di là da venire? Anche dopo 25 anni?

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Venticinque anni sono trascorsi da questa foto di Tony Gentile, scattata poche settimane prima delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Foto divenuta poi drammatica icona di quanto fossero umanamente vicini e complici i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ricordarli in quel loro dire e sorridere, prima che tutto non fosse più come prima, diventa un modo per testimoniare il loro agire, fatto di passione nella dirittura morale.

Ogni volta che ci penso vengo invasa dal rammarico per la loro potenzialità sospesa in eterno. E dal rimpianto per uno Stato umbratile che fatica a fare luce piena sui perché.

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Speriamo che cambi il vento, che venga il libeccio e che si porti via quest’afa“, diceva il giudice Paolo Borsellino.

E queste parole sono state scelte nel ventiquattresimo anniversario della strage di Via D’Amelio dal movimento delle “Agende rosse”.

In memoria, ma anche in ricerca continua e mai rassegnata della verità.

Con la speranza che folate di un vento a direzione ostinata e contraria possano scompaginare, infine e finalmente, le antiche trame occulte.

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A proposito dell’autopromozione televisiva di un “figlio di papà” (leggi Salvo Riina) nel salotto maggiore della Tv di Stato italiana, forse conviene far parlare chi intuì, già anni fa, il “potere” della televisione.

  • Il potere appartiene a chi ha in mano uno studio televisivo.” – Ryszard Kapuscinski, da “Autoritratto di un reporter”(2006).
  • La televisione ha nella sua funzione culturale tutta la prepotenza del potere.” – Pier Paolo Pasolini, da “I dialoghi” (1992).
  • La realtà dello schermo è tutto quello che si vede.” – Noam Chomsky, da “Il potere dei media” (1994).

E così in televisione proprio tutto scorre.

La buona notizia è che però anche lì tutto scorre. E se ne va.

Panta Rei.

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