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Gino Severini, "Maternità" - 1916

Gino Severini, “Maternità” – 1916

E’ un ossimoro, maternità surrogata.

Può dirsi davvero e del tutto “maternità”, atto di generosità per definizione, quella associata al termine “surrogata”, che rimanda ad un “sostituto”, “ciò che si può rimpiazzare con qualcos’altro”? Insomma, orzo al posto del caffè.

Ma accettiamo, almeno in via teorica, che possa dirsi tale, almeno nei casi in cui l’utero si fa incubatrice, quindi come atto oblativo, che non richiede nulla in cambio. Si “presta” una parte del proprio corpo al fine della vita. Così la generosità insita nella maternità appare salva. Pur se un’umana “incubatrice”, in fondo una “proto-balia”, presenta variabili fisico-emozionali non contemplate in un’asettica macchina. Ma è quanto devono aver pensato quei Paesi europei, Inghilterra e Grecia, che accettano la “maternità surrogata” quale “atto di generosità”, quindi senza compenso perché “altruistica” e “senza fini di lucro”. Guarda caso quei Paesi che hanno visto nascere, in tempi antichi e moderni, la democrazia. Va detto che invece in quasi tutta Europa è vietata, eccetto Russia e Ucraina. Per non parlare del resto del mondo.

Ma il problema resta. Fino a che punto la “proto-balia” oblativa sarà così moralmente salda da non cedere mai e comunque a Mammona? Nel migliore dei mondi possibili accade, quindi lo accettiamo. O meglio, lo speriamo.

Il problema si infittisce però, diventando autentico rebus etico, nel caso in cui la “proto-balia” sia semplicemente umana e in ristrettezze economiche (anche i limiti delle stesse sarebbero da definirsi, ma in base a quali canoni?). Chi stabilisce la tariffa? Può un figlio avere un prezzo? Chi, poi, gli confesserà tale quotazione? E perché solo alcuni si potranno permettere il figlio “economicus“? E in base a cosa?

La sensazione, lontana dal filosofeggiare, è che possa tornare attuale il modo di dire di alcuni dialetti: “quando lo compra (partorisce, N.d.R.) il figlio?”.

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