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garzanti

Era l’ultimo dei grandi editori solitari.

Pubblicò “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini e “Quer pasticciaccio brutto di via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, ma anche Mario Soldati e Paolo Volponi. Ha scoperto Ferdinando Camon e ha pubblicato, nella collana verde di Poesia, autori come Mario Luzi, Giorgio Caproni e Attilio Bertolucci. E le Garzantine occhieggiano da molte delle nostre librerie.

Livio Garzanti ha avuto intuito e amore per il suo lavoro. O meglio, mestiere. Quello dell’editore artigiano. Sempre più lontano.

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libri (1)

E’ diventato un autentico albero il Salone del Libro di Torino.

Sotto le cui fronde cartacee ama sostare chi considera i libri sostanziosi e affettuosi compagni di vita.

Le radici, come sempre, non si vedono, ma sono quelle su cui oggi il Salone cammina sicuro.

E chi legge cammina sereno. Nonché meno solo.

 

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Nei giorni del Salone non si può non omaggiare quello “struzzo” che tutto digerisce, uno struzzo che da stemma cinquecentesco è divenuto, grazie alla scommessa editoriale di Giulio Einaudi, simbolo di una delle più alte imprese culturali del Novecento, a cui associamo nomi della caratura di Pavese, Vittorini, Ginzburg, Calvino e molti altri.

La Città di Torino e la Regione Piemonte ricordano il centenario della nascita di Giulio Einaudi anche con una mostra en plein air,  “Giulio Einaudi e il suo mondo”,  allestita sotto i portici di via Po, composta da 46 banner realizzati con fotografie d’epoca relative alla figura di Giulio Einaudi e ai protagonisti del suo tempo.

L’amore di Giulio Einaudi per il libro lo si può respirare dalle sue stesse parole: “Il libro, sia esso romanzo, saggio o poesia, deve coinvolgere al massimo l’intelligenza e la sensibilità del lettore. Quando in un libro una frase, una parola, ti riporta ad altre immagini, ad altri ricordi, provocando circuiti fantastici, allora, solo allora, risplende il valore di un testo. Al pari di un quadro, di una scultura o monumento, quel testo ti arricchisce non solo nell’immediato ma ti muta nell’essenza.

Quella sensazione di sentirsi spostati, dopo una lettura di valore, di qualche centimetro. Con l’essenza mutata.

Grazie Giulio.

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Due installazioni dell’artista Mike Stilkey

Edizione 25. Quella con cui si fanno alcuni bilanci importanti. Come per una coppia, un’amicizia, un lavoro.

Ragazzina, già da tempo persa tra i libri, mi introdussi in punta di piedi in quella kermesse apparendomi una magica biblioteca con migliaia di volumi da sfogliare e tanti autori da ascoltare guardandoli quasi negli occhi. E fin da subito mi innamorai delle piccole case editrici, quelle che ti regalano oggetti belli e storie inaspettate, quelle case che poi impari ad aspettare con pazienza e trepidazione tutto l’anno.

Qualche anno dopo il Salone del Libro divenne per me palestra di giornalismo. Era il momento topico per le interviste che mi venivano commissionate dal giornale. E gli scrittori divennero qualcosa di più tangibile e umano. Con i loro pensieri e le loro manie. Quasi sempre inafferrabili entrambi.

Ci fu poi l’anno in cui tra quelle bancarelle occhieggiava, copertina di colore e di fiori, anche il mio libro, e ne fui orgogliosa ma anche un po’ intimorita perché mostravo parte della mia nicchia privata. Raccontare il senso delle mie parole di scrittura mi fece però sentire appagata, con una tessera importante di me che trovava la sua collocazione.

E ancora gli anni recenti, quelli in cui rivedevo in uno stand l’intervista che avevo fatto al regista Pupi Avati nella sua casa-studio di Roma, piuttosto che la conferenza tenuta sugli adolescenti, “classe sociale” che avevo definito essere del “color cane che fugge” prendendo a prestito il titolo di un romanzo.

In mezzo innumerevoli libri. Visti, comprati, letti, regalati, sfogliati. Ogni volta con l’entusiasmo di chi continua ad essere innamorato. Anche dopo 25 anni.

Ps: a proposito di libri e creatività, che dire delle installazioni di Mike Stilkey, artista di Los Angeles che dipinge direttamente sulle copertine dei libri vintage?

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Ciascuno di noi ha il suo Paese delle Meraviglie. Il mio è il Salone del Libro.

I primi giorni di maggio sento, novella Alice, il suo profumo nell’aria, aspettando trepida l’arrivo del “carrozzone”. E proprio come quello di sorciniana memoria, questo è un carrozzone che “va avanti da sé, con le regine, i fanti ed i re”, Già, tutti quei personaggi che, di carta vestiti, prendono vita leggendo un libro. E come Alice incontro conigli e cappellai, perdendo il senso del tempo, trovando un senso al tempo.
Certo, durante l’anno spesso passeggio nel “paese dei balocchi”, una libreria di nicchia, una biblioteca antica, i comodini di libri accanto allo scrittoio. Ma il “Paese delle Meraviglie” è un’altra storia, è lo “squadernamento” del “migliore dei mondi possibili”. Dentro il Salone del Libro, ogni volta, sono stordita da una parente della sindrome di Sthendal, perché tanta bellezza di storie di carta ti disorienta facendoti ondeggiare… E poi comincio il mio “cammino”, percorrendo i “viali” degli stand espositivi, alla ricerca di quelle piccole case editrici in cui ogni volta scopro nuove “chicche” con l’entusiasmo dei bambini al parco giochi. A volte decido di perdermi a caso nel bosco fatato dei libri del Salone, altre insisto in uno schema organizzato di percorrimento a scacchiera, un corridoio dopo l’altro, con l’intento di non saltare neppure uno scaffale. Ma la sorpresa, la magia dell’incontro felice accade sempre all’improvviso, come nella vita, senza metodo, quando meno te lo aspetti. E il tesoro è lì, lo riconosci quasi subito: un titolo accattivante, un disegno sorprendente, un nome amato, insomma un segno, quello che cerchiamo ovunque, quello che “mondi possa aprirci”, come scriveva Montale. Tutto qui. Con la disarmante semplicità delle cose importanti. Forse in questo sta la meraviglia del libro.

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“ESpress 451” è un treno che viaggia attraverso le storie, per trasmetterle e condividerle. Come gli uomini-libro del bosco lungo la ferrovia in “Fahrenheit 451”. Nel romanzo (1953) di Ray Bradbury (reso magistralmente nel film di Francois Truffaut del 1966) il libro resta lo strumento di un mondo di profonda comunicazione tra le persone e di una rigenerante vita immaginaria. Ricordare i libri a memoria è il tentativo di farsi custodi dell’umana conoscenza.

Ma “ESpress 451” è anche la “stampa” (press), il giornale, di ES, che è sì la forma abbreviata del mio nome, ma pure l’istanza psichica dell’inconscio, ES, come fu coniata da Freud. Quindi le parole di questo blog sono i passi di un viaggio in quelle aree di pensiero da tutti noi sempre meno esplorate. “Perché non c’è tempo”, o  meglio perché non è una qualunque passeggiata fermarsi a riflettere sui propri pensieri, scendendo giù, nelle nostre falde acquifere. Mi torna in mente Antonio Tabucchi quando dice: “E ho pensato alla vita, che è surrettizia, e che raramente mostra in superficie le sue ragioni, e invece il suo vero pensiero avviene in profondità, come un fiume carsico”. Quel fiume sotterraneo in cui tanto di noi rimane nascosto. Sorprendendoci quando viene alla luce, perché alcune risposte erano solo nascoste. In attesa. Come in una stazione.

Nelle categorie le mie “conserve”, di libri, film, arte, musica, versi, luoghi, in cui affondo il “cucchiaio”, saziandomi di cose belle. Semplicemente. Condividere il gusto del cibo con altri rende la mia tavola più ricca. Sempre.

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