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Posts Tagged ‘lezione’

Qualche settimana fa, ad una manciata di giorni dalla fine dell’anno scolastico, una mia classe faceva il conto dei giorni all’alba, e tutti erano visibilmente contenti.

Eccetto un mio studente, passo profondo nel suo cammino. Mi guarda e mi confessa, a cuore aperto e mente oltre la finestra: “Prof, a me un po’ dispiace. Amo venire a scuola perché imparo cose nuove.” I compagni, inconsapevolmente miopi, in risposta: “Ma a settembre ritorniamo!”. E lui, a visione consapevolmente chiara, forse troppo, ribatte placido, come suo solito: “Ma il prossimo anno sarà un’altra cosa!“.

E così porto a casa, felicemente silenziosa, un piccolo ripasso della lezione per me più preziosa. Che il “maestro” è dietro l’angolo, e si presenta quando meno te lo aspetti. Per questo bisogna essere attenti e fiduciosi. Dentro e fuori scuola. Grazie Hartwig.

Ps: buone vacanze alle mie “bimbe” e ai miei “bimbi”, anche a quelli “bischeri”…

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Jacques Henri Lartigue, "Fuborg" - 1929

Jacques Henri Lartigue, “Fuborg” – 1929

Stamane vado a scuola e, ancora una volta, torno a casa con la lezione del giorno.

Nel senso che ho ripassato un tema che nella corsa quotidiana rischiamo di perdere dalla vista del cuore.

Un mio studente quindicenne, ma con un tempo interno alquanto sviluppato, dopo aver sostenuto la mia interrogazione torna al proprio banco e mentre io sono già al successivo interrogato, tra sé e sé sorride, ma di un sorriso che odora felicità allo stato brado. E io che tutto quanto è “obliquo” annuso, entro in punta di piedi nella sua “bolla” per chiedergliene conto. Perché se, come dice il Poeta Trilussa, “la felicità è una piccola cosa“, sfiorarla è però raro.

E la sua risposta, nella meravigliosa apertura di chi sale la propria “collina”, è stata semplice e profondissima: “Prof, da adesso sono in vacanza!“, con un altro sorriso a proseguire quanto i suoi occhi stavano già intravedendo. Pregustandone la felicità. Quasi ape “su un bottone di rosa“…

Grazie, Faber.

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bertoldo

Quando si dice “farne più di Bertoldo”, e riceverne anche onori.

Ma questa purtroppo è l’Italia, ovvero il Paese di Bertoldo e Cacasenno. Con buona pace, e indicazione, dell’etimologia. Che però pare raccontare, o meglio schiumare, cosa il senno fa nella Terra delle Farse.

E qui non si tratta di condannare anzitempo alla gogna popolare chi sta aspettando (in tutt’altre faccende affaccendato) l’esito del processo per omicidio colposo plurimo, quindi ad oggi ancora fregiato di non colpevolezza.

Qui si tratta di buon gusto e opportunità. Buon gusto da parte di chi ha invitato il capitano a tenere una lezione (sob!) alla Sapienza (le parole…) sulla gestione del panico (doppio sob!) in casi d’emergenza (triplo sob!). Una vera bischerata. E opportunità da parte del Nostro (ora solo più Suo) ad accettare l’invito. Dimostrando in tal modo una spudorata faccia tosta. Nonché una considerevole capacità nella gestione della stessa.

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Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana, tanto meno per 30 ore. La scuola, a volerla fare sul serio, con intenti educativi, logora. Appena si supera un certo segno, è inevitabile che l’insegnante cerchi di perdere il tempo, pur di far passare le ore. Buona parte dell’orario viene perduto in minuti di attesa e di uscita, in appelli, in interrogazioni stracche, in compiti da farsi in scuola, ecc., ecc. Nasce una complicità dolorosa ma fatale tra insegnanti e scolari a far passare il tempo, pur di far l’orario prescritto dai regolamenti e di esaurire quelle cose senza senso che sono i programmi. La scuola diventa un locale, dove sta seduto un uomo incaricato di tenere a bada per tante ore al giorno i ragazzi dai 10 ai 18 anni di età ed un ufficio il quale rilascia alla fine del corso dei diplomi stampati. Scolari svogliati, genitori irritati di dover pagare le tasse, insegnanti malcontenti; ecco il quadro della scuola secondaria d’oggi in Italia. Non dico che la colpa di tutto ciò siano gli orari lunghi; ma certo gli orari lunghi sono l’esponente e nello stesso tempo un’aggravante di tutta una falsa concezione della missione della scuola media […] A me sembra che 18 ore di lezione alla settimana sia il massimo che possa fare un insegnante, il quale voglia far scuola sul serio, e quindi prepararsi alla lezione e correggere i compiti coscienziosamente ed attendere ai gabinetti di fìsica o chimica; il quale, sopra tutto, voglia studiare.”

Luigi Einaudi, dal “Corriere della Sera” – 21 aprile 1913.

Sembrano le parole di uno dei tanti insegnanti che in questi giorni stanno dicendo basta ad un modo “ingegneristico” di pensare la scuola. Invece sono le parole di un secolo fa dette da Luigi Einaudi, uno dei Padri costituenti della nostra Repubblica.

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Avete presente quella piacevole sensazione di quando si entra nella propria casa e si infilano le pantofole? Con l’immediata impressione che il tempo della velocità resta in sospensione per qualche ora?

E se vi dicessi che quest’anno (scolastico, intendo) succede quando vado a scuola (leggi ” al lavoro”), entrando in una mia classe? Lo so, non ci credete.

Eppure è quello che magicamente accade ogni volta che varco la soglia della quarta A.

Appena entro ed incrocio gli sguardi limpidi di questi studenti che accolgono sorridendo il mio “bonjour”, io non capisco, ma la “sensazione pantofole” si è già impossessata di me. E per quanto io possa essere stanca, tesa, pensierosa, ansiosa, quel gruppo comincia a sortire l’effetto “pantofole”.

Si discute di tutto, affrontando l’alto e il basso del mondo, tra sorrisi e riflessioni, praticando la contaminatio di generi e linguaggi, maneggiando con cura l’ironia e l’emozione di ciascuno. Più volte mi sono chiesta quale fosse l’ingrediente speciale. E ora penso di poter affermare che tale ingrediente sia proprio quel rispetto e quella delicatezza di tutti per ognuno, quell’intelligenza rara che permette di lasciarsi andare sapendo che in nome di quella e della stima reciproca non sarai sopraffatto.

Quando suona la campanella di fine lezione e io sono in quarta A… Lentamente sfilo le “pantofole” e torno nel mondo più lieve.

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