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Posts Tagged ‘leggerezza’

Tergiverso, prendo tempo, rimando.

Perché scrivere di Raffaella Carrà al passato mi risulta alquanto difficile e doloroso. Farlo implica infatti tagliare il filo del palloncino colorato che mi lega al tempo della spensieratezza inconsapevole. Quello in cui bambina (ne avevo già scritto) ripetevo fino allo sfinimento, insieme a mia sorella, i passi dei suoi balletti, sperando che anche il mio caschetto tornasse subito a posto come il suo firmato Vergottini. E le sue canzoni sprigionavano immediatamente bollicine di felicità istantanea. Da bambina, da ragazza, da adulta. Fino all’altro ieri, a quella notizia-pugno che ti stende il cuore a terra e i pensieri volano altrove cercando di trattenere quanto è stato.

Sarà arduo sentire ancora il frizzo delle bollicine aprendo una di quelle mitiche “lattine” di Raffaella Carrà, in cui energia inesauribile e gioia sincera ti arrivavano dentro in modo talmente vigoroso da contagiarti, regalandoti appunto l’ebbrezza di una felicità immediata.

Grazie Raffaella, per i doni che ci hai fatto, per la leggerezza che hai emanato. La terra non può che esserti lieve.

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Si è spento il mitico fumettista Quino, il papà di Mafalda, la bambina ribelle che odia la minestra e contesta il mondo degli  adulti.

Di lei Umberto Eco scrisse: “Mafalda è un’eroina arrabbiata che rifiuta il mondo così com’è (…) vive in una continua dialettica col mondo adulto, che non stima, non rispetta, avversa, umilia e respinge, rivendicando il suo diritto a rimanere una bambina che non vuole gestire un universo adulterato dai genitori”.

Nonostante il grande successo e la fama internazionale, Quino nel 1973, dopo quasi dieci anni, decise di non disegnare più strisce di Mafalda, poiché come disse in seguito in un’intervista a L’Espresso: Ad un certo punto mi sono veramente stancato. Non ce la facevo più a dire tutto quello che non andava, a passare il mio tempo in un continuo atteggiamento di denuncia.”

Eppure la sua Mafalda ha continuato a viaggiare per il mondo, interpretando malumori e pensieri della parte piccola di noi. Permettendoci così di dimenticare diaframmi sociali e sovrastrutture. Con leggerezza.

Grazie Quino.

Ps: a proposito di fumetti, oggi i Flintstones compiono sessant’anni. Auguri a quel mondo lieve e surreale, fatto di quotidiani incisi nella pietra, case scavate nella roccia, elefanti-aspirapolvere e genuini affetti.

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Continuo a pensarti radiosa luna,

quella che ora sei in altro modo.

Ma che fatica cercarti nel cielo…

Poi giungi, cometa epifanica,

per condurmi leggera, come allora,

a vedere le stelle, piccole, in terra.

A mamma Marisa

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Perché il mondo, quello umano intendo, sembra aver mutato drasticamente il suo peso specifico?

Perché la leggerezza appare ormai impraticabile oltre che poco sostenibile per l’uomo?

Forse perché “leggerezza”, Calvino docet, “è planare sulle cose dall’alto“. Con effervescente e intelligente profondità.

Ps: a proposito di leggerezza, auguri speciali a Franca Valeri, “ragazza” dal passo e dal cuore leggero…

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Per un effetto/affetto magico sono stata trasportata a rebours nel tempo.

Ritrovandomi al liceo. Tra compagni di classe sempre uguali a se stessi nella loro essenza. Comprendendo che la domanda intorno al quanto e al cosa cambi del nostro originario nucleo è priva di senso quando vedi qualcuno nel suo profondo. Con gli abbracci, potenti prove umane del bene, a raccontare in lunghissimi brevi secondi gli anni trascorsi lontani. E la leggerezza ancora compagna dei nostri banchi. A farci librare sereni, sentendoci protetti, per una manciata di ore.

A rebours. All’indietro, ma dentro, appagati del niente. Un’onda potente. Controcorrente.

Salmoni alla ricerca del mare. Ritrovando l’amato sale.

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All’erta, all’erta! È il primo aprile!

Stendere le reti. Prestare attenzione. E poi lasciarsi andare. Allo scherzo, al riso, alla leggerezza.

Accogliendo i pesciolini d’aprile come bonheur di primavera.

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Amo Pippi Calzelunghe. Da sempre.

Per quel suo modo di vivere in piena libertà, eppure con un ferreo codice etico. Aperta al mondo e al nuovo, ma capace di isolarsi per interi giorni. Energia vitale allo stato puro insieme a velate malinconie. Frenesia e silenzio. Fantasia e meditazione. Coraggio e indipendenza.

Una casa nel bosco, appena fuori dal villaggio, la mitica “Villa Villacolle” in cui regna un confuso e allegro disordine. Ad accogliere il viandante un profumo di biscotti appena sfornati, un cavallo a pois e una simpatica scimmietta, l’amato signor Nilsson.

Giornate ricche di avvenimenti quelle di Pippi, che vive sola ma ha due amici, i fratelli Tommy e Annika, che la adorano per quel suo modo sfrontato, insieme serio e leggero, di affrontare la vita.

È stata la mia compagna preferita di giochi nell’infanzia, il mio esempio di emancipazione nell’adolescenza, la mia filosofia di vita poco dopo. Al punto da sentirmi sempre un po’ Pippi Calzelunghe.

Forse è anche per questo che il suo sessantesimo genetliaco (nell’edizione italiana del libro di Astrid Lindgren) mi sorprende.

Perché ci illudiamo che il Tempo non sfiori i nostri eroi. Lasciando a noi umani bazzecole e quisquiglie come i compleanni.

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In ogni dove è tutto un “fiorire”, si fa per dire, di fenicotteri. Tessuti, tazze, t-shirt, quaderni.

Come se la loro elegante leggerezza rosa fosse ormai una necessaria urgenza in un mondo sempre più rivestito di rozza pesantezza nera.

Insostenibile per l’essere.

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Ieri sott’acqua ho visto, quasi per caso, due pesciolini che sul fondo sabbioso giocavano a rincorrersi facendo girotondo.

Zampillavano a rimpiattino umani sentimenti: spensieratezza, gioia, leggerezza. Con un brindisi naturale di bollicine salate.

E io, di nascosto, a spiare quella semplice felicità. Con un brindisi adorante di limitate bollicine mie.

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Ironia dissacratoria come solo un aretino, con il senso immediato e sfrontato per la battuta. Capacità sublime di nobilitare l’arte del nulla attraverso l’uso sapiente del surreale. Visione acuta e predittiva dei mezzi di comunicazione unita ad un’intelligenza vivace e giocosa. Con la leggerezza a segnare la rotta di navigazione. Nell’etere e nell’esistenza.

Questo è stato Gianni Boncompagni. Ma il mio “Bonco” é stato soprattutto quello di me piccina, che capivo e non capivo, forse perché piccina, forse perché con poco senso. Seppure un senso alto, doppio, acuto come l’arco, senza freccia, oltre il reale. Quel senso che, ora lo so, piace a me fin da piccina, allora non sapendolo. Quello che mi faceva rientrare da scuola in fretta per ascoltare i tormentoni e i non-sense di “Alto gradimento”. Abbeverandomi ad altra scuola, che trovava il suo farsi, disfarsi e avvilupparsi nei senza senso pieni. Che, nel caso di Boncompagni, si palesavano anche attraverso testi musicali in cui le rime si accoppiavano danzando e giocando, come una “ballerina di Siviglia”, la sua appunto, “con lo scialle di ciniglia”, a cui si chiedeva di “non scoprire la caviglia”.

Bischero cazzeggio, nobile fraseggio. Leggerezza a tratti insostenibile. Ma necessaria, quanto e più dell’aria.

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